ABITARE

Verde e spazi comuni per una città sempre più sociale

A colloquio con Giovanni La Varra, studio Barreca&La Varra

Alfredo Martini

08 GIUGNO 2020
progettazione, la varra, bosco verticale, paesaggio, benessere, abitare e milano

Con Giovanni La Varra ci siamo conosciuti a Pordenone, alla fine del 2019, in occasione di un evento organizzato insieme ad ANCE Pordenone Trieste e finalizzato a riflettere sul significato di rigenerazione urbana. Ciò che mi ha colpito è la sua attenzione a un’edilizia orientata al contesto e alle nuove esigenze di una società in continua trasformazione. Così come l’importanza data al rapporto tra natura ed edilizia. Un pensiero che ha trovato nel Bosco Verticale, da lui progettato insieme a Stefano Boeri e Gianandrea Barreca, un punto costante di riferimento nella sua visione di orientare la rigenerazione urbana, intesa come un percorso complesso e ricco di presenze e sfumature diverse, di processi che si sovrappongono e che convivono.

“Il concetto di città è troppo generico di fronte alla complessità e all’articolazione delle forme con cui non solo si manifesta, ma soprattutto per i modi in cui si evolve. Disponiamo di una terminologia inadeguata, troppo povera per definire realtà e fenomeni troppo diversi tra loro. Riesce difficile contenerli tutti e si creano equivoci. Così sono gli aggettivi a definire la città: ad esempio metropolitana, che racchiude non solo una particolare dimensione, ma anche una implicita complessità, un’articolazione spaziale e funzionale, con confini fluidi in cui convivono luoghi e percorsi differenti. Tradizionalmente, al termine città è stato sempre legato il concetto di progetto e di piano. Ma se noi osserviamo attentamente quanto sta succedendo ci accorgiamo che esistono realtà parallele, alcune dove è effettivamente il progetto a guidare la trasformazione, altre dove invece la trasformazione è frutto di altro. Prendiamo ad esempio Milano. Quello che noi vediamo, quello che ci viene raccontato è la città dei grattacieli, delle aree pianificate dove lo sviluppo è guidato e i cui risultati rispondono a una progettualità chiara e riconoscibile. La città dei grandi investimenti internazionali; la vetrina della nuova Milano. Ma c’è poi un’altra città che è frutto di fenomeni spontanei, che è il prodotto di esigenze forti che contribuiscono a modificare il tessuto urbano di aree di interstizio, di strade e luoghi che prima erano caratterizzati da spazi di un certo tipo. E che oggi non sono più funzionali di fronte ai profondi cambiamenti economici e a processi di trasformazione, quali ad esempio la crisi industriale. Fenomeni che comportano un cambiamento rilevante come quello di “abitare” i negozi, come avviene in alcune strade non troppo lontane dalla nuova Milano, che sotto la spinta di un diverso modo di concepire la residenza o che solo per motivi economici e di redditività vedono il passaggio da spazi tradizionalmente pensati e previsti per attività commerciali o terziarie diventare abitazioni.

Quel che voglio dire è che all’interno di quella che noi definiamo o percepiamo come un’unica città coesistono realtà molto diverse, con tipologie di abitanti e i fruitori degli spazi abitativi diversi. Qui studenti e anziani, piccoli negozi, mentre nella città pianificata classi abbienti, finanza e grandi società internazionali. Due città collegate e vive a pochi passi l’una dall’altra: una città ricostruita ex novo e una preesistente ma profondamente mutata. Entrambe rispondono a nuove esigenze, nuove abitudini, nuovi stili di vita. Così, se da un lato il piano genera la trasformazione, dall’altro non bisogna sottovalutare o non considerare questa spontaneità sotterranea, meno visibile, ma molto vivace. Con questa consapevolezza allora diventa importante creare le condizioni per favorire e sostenere questi processi. Del resto entrambe queste modalità contribuiscono a creare un nuovo paesaggio urbano.”

Se una città è qualcosa di molteplice, formata da realtà diverse e complesse, frutto di processi che si intrecciano, che convivono e in cui gli spazi abitativi rispondono ad esigenze economiche, di relazione sociale, di rapporti di lavoro, come possiamo misurare il benessere di questi spazi? Penso a una città come Milano, con la sua capacità di reinventarsi, di saper intercettare i nuovi stili di vita.

 “La mia idea di benessere rispetto al vivere in una città è quella dove si possa giocare a pallone per strada. Una città che respira, dove la gente può muoversi più liberamente possibile, povera di auto e di traffico, aperta alle differenze. Un luogo in cui utilizzare gli spazi non per quello per cui sono stati costruiti ma dove sia possibile allargarne le possibilità e le potenzialità consentendone un utilizzo diverso, creativo, tollerante, aperto a una libertà espressiva e funzionale. Benessere, quindi, come un concetto di libertà e di messa in condizione di esercitarla al meglio. Per me il concetto di benessere è collettivo ed è strettamente connesso a quello di democrazia, basato sul principio di una convivenza dove il modo di vivere di ciascuno non contribuisca a produrre diseconomie e a ridurre le opportunità di altre persone. Così, se noi guardiamo a Milano con questi parametri non possiamo non esprimere qualche preoccupazione visti i ritmi di crescita demografica e della velocità con cui si va trasformando. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che il suo successo è dovuto anche al suo sistema di mobilità integrata, che rischia la congestione. In questo contesto ci sono aspetti critici e potenzialità, segnali importanti che debbono far riflettere. Credo che un buon criterio di comportamento e di orientamento delle scelte possa essere quello della leggerezza, del non appesantire, di non mettere la città sotto un’eccessiva pressione, guardando alle diversità che in essa vivono, prestandovi la massima attenzione. Così potremo garantire livelli di benessere crescenti per tutti.”

Milano come cartina di tornasole delle nuove frontiere demografiche, dei single, delle famiglie arcobaleno, ma anche una città di anziani, in gran parte soli, una città che vuole essere un riferimento, svolgere un ruolo di apripista per nuove soluzioni architettoniche, per una nuova progettualità attenta a questi cambiamenti e a queste nuove esigenze sociali. In questo contesto, a cui tanti guardano anche per adeguarsi, per avere degli esempi da seguire, all’interno della tua visione di architettura sostenibile e attenta al benessere delle persone quali sono le linee guida a cui attenersi?

“Io credo che innanzitutto ogni edificio debba diventare un’opportunità per dare spazio al verde. É da questa convinzione che nasce il bosco verticale. L’edificio come occasione per aumentare l’intensità vegetale nella città. A cui si aggiunge la convinzione che il verde non possa che essere collettivo, avere una logica pubblica. Così l’abbiamo pensato insieme a Gianandrea Barreca quando eravamo ancora associati con Stefano Boeri e così con il mio studio continuiamo a sperimentarlo in progetti nuovi e non soltanto a Milano. Come abbiamo scritto in altre occasione nella presentazione del progetto, con il bosco verticale si incrementa la biodiversità, si favorisce la formazione di un ecosistema urbano nel quale diverse tipologie di verde creano un ambiente verticale in rete. Un’attenzione particolare al verde vuol dire contribuire alla creazione di un microclima volto a incidere nella qualità ambientale di quel luogo attraverso ad esempio l’assorbimento di CO2 e polveri. Il bosco verticale è anche un’idea urbanistica che, nella sua riproduzione verticale, può contribuire a ridurre lo sprawl e, nella sua versione orizzontale, ad offrire nuove occasioni di socialità, consentire la possibilità di relazionarsi con continuità con un paesaggio diverso da quello urbano tradizionalmente inteso. É ad esempio il caso degli spazi pubblici previsti nel progetto relativo al nuovo Policlinico, oltre due ettari, un’area pedonale per muoversi da una parte all’altra della città ma anche uno spazio verde all’interno dei padiglioni e sul tetto. La seconda modalità alla quale oggi ci si deve attenere riguarda gli spazi comuni. Così come in un contesto totalmente diverso la Casa Siemens in via Vipiteno, dove l’edificio è disposto intorno a due corti arricchite da elementi vegetali, sulle quali si affacciano al piano terra i servizi collettivi quali auditorium, bar e ristorante. Ed è circondato sui lati nord ed est più interni da aree verdi, sia per garantire la qualità degli spazi aperti sia per ampliare la distanza tra il nuovo edificio e quelli esistenti. Ciò che caratterizza, infatti, questo nostro tempo è il superamento della visione tipica degli anni Settanta, durata fino a noi, secondo la quale il progetto doveva rispondere soprattutto ad esigenze legate all’alloggio, al singolo appartamento. Oggi la differenza, la centralità si è spostata dall’interno all’esterno dell’alloggio, così come nel rapporto tra l’edificio, il complesso edilizio e il paesaggio circostante in cui esso si inserisce modificandolo. Oggi dobbiamo concentrarci soprattutto nel ripensare gli spazi comuni, trasformandoli da luoghi privi di funzioni in opportunità nuove. Ciò fa sì che per un architetto sia qui che si giochi e si misuri la qualità del progetto. La differenza oggi la si fa nel ripensare le soglie, gli atri, i corridoi e qualunque spazio in cui le persone possono trovare nuovi servizi e sia favorita la socialità. Penso alla rifunzionalizzazione dei cinque edifici del Complesso di via Antegnati, attualmente in cantiere a Milano, pensato come un grande ambiente urbano unitario, caratterizzato da spazi per l’incontro, il relax, il gioco, lo sport, un consultorio familiare e un poliambulatorio, ma anche un mercato coperto con piccole unità commerciali di diverse dimensioni con piazze aperte e spazi gioco. Dobbiamo poi prestare attenzione al concetto di flessibilità. Diventa determinante superare la predeterminatezza funzionale di uno spazio per adattarlo alle nuove esigenze, renderlo “aperto”, disponibile ad essere utilizzato per più funzioni, facilitando le scelte di chi lo utilizza. Tutto questo avviene all’interno di un obiettivo, quello di favorire un’idea di comunità. Questi spazi diventano luoghi volti a favorire il confronto e il dialogo, dove ciascuno dei diversi soggetti che lo vivono e che decidono di vivere a Milano possono trovare ognuno la sua specifica soddisfazione. È questo che sta rendendo speciale Milano. È questo di cui si vorrà godere una volta terminato questo periodo buio determinato dall’emergenza sanitaria.”

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