PROGETTAZIONE

Una città nel paesaggio o il paesaggio di una città?

Un nuovo modo di progettare mette al centro il paesaggio rispetto al costruito. Un’analisi da un’altra prospettiva.

27 NOVEMBRE 2019
progettazione, paesaggio, verde, architettura, lisbona e rigenerazione urbana

Intervista a  Joao FERREIRA NUNES, Architetto Studio PROAP

Quanto conta lo studio e la progettazione della parte paesaggistica in un’opera di architettura complessa come può essere il recupero di una intera area industriale dismessa?

Siamo testimoni della fine dell’era dell’oggetto. Si disegna un nuovo contesto per la progettazione delle trasformazioni del mondo necessarie per rispondere all’adattamento dell’ambiente naturale nel quale non riusciamo a vivere, in cui si capiscono la complessità di tali trasformazioni, le loro implicazioni in sistemi complessi. Si prende coscienza del fatto che l’habitat dell’uomo non è la casa, non è la città, e del fatto che l’uomo stesso è un sistema, fatto di concatenamenti complessi, fatto non di singole parti, di oggetti, ma di relazioni. Si capisce che l’habitat dell’uomo è una costruzione, un artificio, prodotto da tutte le generazioni di esseri umani insieme, che a volte può essere confuso con la natura stessa, ma che natura non è. Questo artificio si chiama paesaggio.

In questo momento, qualsiasi trasformazione che si voglia fare nel nostro habitat non è più concepita come un gesto personale e oggettuale di un protagonista, come era stato nell’era dell’oggetto e dell’“Archistar”, perché nel nuovo contesto culturale in cui viviamo, quel modo di concepire le trasformazioni non avrebbe nessun senso.

La trasformazione contemporanea del nostro habitat viene fatta da un insieme di persone, da un insieme di conoscenze e di consapevolezze che lavorano in congiunto nella produzione del nuovo artefatto. In questo senso, non c’è una “ parte paesaggistica” della progettazione e una “parte non paesaggistica”: tutto interessa a tutti ed è precisamente nell’abolizione della frammentazione disciplinare all’interno del processo di concezione di un progetto di architettura che si nasconde la riserva d’innovazione del futuro prossimo (ma si nasconde solo per il momento, perchè ancora non lo sappiamo fare bene).

Se questo è vero nella progettazione di un palazzo in città, figuriamoci in un processo di recupero di un’area industriale dismessa, con problemi di rapporto con il contesto, di cambiamento assoluto dell’immaginario collettivo del sito, di ridisegno dei sistemi di accessibilità, di inquinamento e bonifica. Se guardiamo a ciascuno di questi problemi come un problema specialistico, perdiamo il potenziale più promettente di creatività e innovazione del processo.

 

Nell’ambito della progettazione di una città, come è cambiato oggi il modo di vedere il ruolo del verde e del paesaggio?

 

Rischiando di ripetermi un po’, c’è stato un enorme cambiamento. Non soltanto si riconosce un’importanza dei temi di Architettura del Paesaggio nel progetto della città che va oltre le questioni solite di cosmetica e perbenismo nella presentazione della città come immagine della comunità, che spesso erano l’unica ragione della presenza dell’arte nei gruppi di lavoro dedicati alla città; si comincia a dare retta a discorsi su questioni di carattere sistemico del territorio: acqua, drenaggio, tempi di concentrazione, infiltrazione, qualità dell’acqua in città, suolo, valore produttivo, riserva di questo valore, reversibilità dell’uso, restrizioni al consumo infondato di suolo, vegetazione e suo ruolo nelle questioni microclimatiche e ambientali (inquinamento), diversità, costituzioni di habitat per le altre comunità di esseri viventi con i quali dobbiamo condividere il mondo, etc. Addirittura, il modo di vivere la città è profondamente cambiato e l’importanza dello spazio pubblico, della strada, della piazza, del giardino di quartiere, è diventata enorme per le persone: non si vive più nel palazzo guardando fuori, secondo il modo borghese che si è definito in un preciso momento storico in contrasto con il modo di vivere popolare che, invece, ha sempre visto la strada come parte intrinseca dello spazio di vivere: si vive fuori, si mangia fuori, si sta fuori con gli amici.

Questo cambiamento si porta dietro, evidentemente, un’altra attenzione di politici, promotori, investitori rispetto tutti i temi solitamente chiamati “del verde e del Paesaggio” e che diventano temi del vivere e della città.

 

Esistono degli esempi (in Italia o all’estero) di rinaturalizzazione e rifunzionalizzazione di intere aree in cui il protagonista diventa il paesaggio?

 

Rinaturalizzazione è una parola strana. L’addomesticato, anche se abbandonato, non ritorna alla natura... Alla natura non si ritorna mai completamente. Si ritorna a un’apparenza selvatica, in cui i segni più evidenti di una addomesticazione, di un uso si possono cancellare, ma ci saranno differenze profonde rispetto all’originale naturale che difficilmente si cancellano o che richiedono tantissimo tempo per sparire effettivamente... Quello che facciamo sul paesaggio è sempre una trasformazione nel senso e con l’obiettivo dell’addomesticazione. Prima l’artificio era voluto per rispondere a una necessità - finta, vera, speculativa o generosa - di carattere produttivo, tante volte con conseguenze locali disastrose (dal punto di vista sociale e ambientale); adesso l’artificio sarà il cambiamento di queste strutture in un altro artificio con un altro fine... Anche se vogliamo lasciare tutto agli animali, e non entrare mai più in quello spazio, la sua rinascita in quanto tale è nella condizione d’artificio, costruito, disegnato, e farà, dunque, parte del mondo antropico.

Ci sono molti esempi di processi di questo tipo, guidati dall’idea di riscatto di un luogo disperato, di pulizia di un errore, di riconversione di un luogo inquinato e malato, spesso risultato della ricerca di profitto di pochi che stanno lontani da quel luogo e che invece produce malattie e a volte morte di coloro che stanno sul luogo. Tutta l’area della EXPO 98 a Lisbona, riabilitata tra il 92 e il 2000, a cui ho partecipato in buona parte, è un ottimo esempio di un processo di questo tipo.

 

Ha partecipato a progetti di riqualificazione di aree come quelle che abbiamo nel Veneto? Ex aree industriali esterne ai centri abitati, capannoni, ecc?  Come è possibile renderle di nuovo funzionali ?

 

Come dicevo, ho partecipato al processo della EXPO 98, ma anche a tanti altri processi di riconversione di aree ex industriali: nella île de Nantes, in Francia (nella riconversione di un grande scalo ferroviario di profilo industriale), oppure a Bergamo, nel lavoro che stiamo portando avanti, insieme a Francisco Mangado, Attilio Gobbi e Camillo Botticini per la riconversione dello scalo ferroviario.

Le trasformazioni del modo di vivere, della tecnologia, del disegno delle relazioni interregionali ed internazionali, la denuncia, la coscienza diffusa di errori (con conseguenti danni nella salute pubblica) nella concezione di industrie e forme produttive che prima erano conosciute solo da pochi, la rivelazione di errori a seguito dei progressi scientifici, fanno diventare obsolete industrie, infrastrutture, materiali, rendendo necessario lo “smontaggio “ di enormi aree trasformate nel corso di grandi periodi di tempo. Pensate alle miniere, alle cave d’amianto, etc.: tanti di questi luoghi sono ancora attivi e qualcuno, come per esempio l’ILVA di Taranto, resiste politicamente all’evidenza della sua imprescindibile destituzione.

Tutti questi luoghi sono temi di lavoro fantastici, capaci di dimostrare che la generosità, l’ottimismo, il pensiero positivo verso il futuro, l’idea di costruire un futuro migliore, sono idee contemporanee, che si presentano nel corso del tempo, che rispondono all’emergenza di offrire posti di lavoro e togliere contadini e pescatori dalla loro condizione di autonomia di scarse risorse per farli entrare nella condizione di dipendenti. Era anche questo un pensiero generoso? Cercava veramente di migliorare la condizione di vita delle persone? Ci saranno nel futuro dubbi di questo tipo rispetto alle intenzioni che oggi animano le nostre energie di ottimismo e generosità?

Questi processi, come tutti i processi di disegno dei segni di volta in volta, nel corso del tempo, strato dopo strato, disegnano il paesaggio , il nostro habitat, durano quel che durano e, dentro a quel tempo, esprimono, come in un ritratto, la comunità che li promuove.

 

Come vede il futuro della progettazione urbana? Le città cambieranno aspetto e quali saranno i nuovi trend da qui a 5- 10 anni?

 

Se mi avessero detto, quando ero piccolo, che le città del 2020 sarebbero state piene di persone grandi, di adulti, in monopattino, non ci avrei mai creduto. Avrei creduto invece a delle città piene di dischi volanti e aerei individuali e oggi non ci sono.

Il futuro è sempre capace di sorprenderci...

Ma lo ritengo un fattore positivo rispetto a quello che faccio. Direi a tutti di acquistare titoli di società che lavorano sul paesaggio. Le città e le persone saranno più interessate alle relazione tra le diverse entità che costituiscono una città e meno al protagonismo delle star...

Saranno più aperte e piacevoli, meno condizionate e ipocrite. Chiacchierare con quello del tavolo a fianco sarà ogni volta più facile e più sorprendente, perché sarà qualcuno che arriva da lontano e racconterà delle storie meravigliose.

 

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