OPERE PUBBLICHE

Un processo collaborativo pubblico privato

Credibilità, autorevolezza e fiducia: tre “virtù” che integrate fra loro possono fare la differenza.

Giovanni Salmistrari

13 GENNAIO 2020
opere pubbliche, project financing, infrastrutture, politica e investimenti

Colpisce sempre come il nostro Paese si trovi a dover fare i conti con delle opportunità non colte. Così come con ritardi e carenze che evidenziano criticità rilevanti che troppo spesso impediscono di agganciare il treno della ripresa. Ragionare sul tema della rigenerazione urbana costituisce troppo spesso nel nostro Pase un mero esercizio intellettuale. Esercizio importante ma sterile. Se, infatti, si vuole fare un bilancio tra la ricchezza del dibattito e della riflessione e il risultato concreto in numero e dimensione degli interventi, valutandone gli effetti sul piano economico e sociale, il delta appare davvero molto ampio.

Soprattutto colpisce come stenti ad affermarsi presso la classe politica e amministrativa la consapevolezza dell’importanza di concentrare impegno progettuale, competenze e risorse finanziare sull’adeguare l’efficienza delle nostre città e la qualità della vita delle popolazioni agli standard europei e internazionali. Con questo non si vuol dire che non si sia fatto nulla, ma, come del resto è stato anche evidenziato in precedenti edizioni della Construction Conference, nel nostro Paese non si è mai riusciti a realizzare pienamente progetti complessi e soprattutto rispettando i tempi previsti, se non in rare occasioni e spesso collegandoli ad eventi e manifestazioni straordinarie. E non è un caso che oggi, dovendo fare riferimento a un’esperienza di successo, si parli sempre e quasi esclusivamente di Milano. 

Ragionare oggi senza pregiudizi, ma anche senza illusioni sulla rigenerazione nel nostro Paese, dovrebbe portarci ad alcune considerazioni oggettive. La prima delle quali riguarda i tempi e le risorse necessarie per realizzare quei progetti che oggi hanno consentito a molte capitali e grandi e medie città del Nord, così come nel Sud d’Europa di aver cambiato volto e migliorato sensibilmente mobilità urbana e qualità del vivere. Poche sono state le nostre amministrazioni che hanno saputo inserirsi nell’alveo programmatico promosso dall’Unione Europea per i finanziamenti  destinati proprio alla rigenerazione, uno degli asset strategici di quasi un ventennio. Potremmo dire che “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”. Oggi infatti altri sono gli ambiti prioritari che caratterizzano la programmazione europea. Avere la consapevolezza di ciò  comporta un cambiamento di prospettiva. E il caso di Milano ce lo conferma. Qui la rigenerazione è figlia delle risorse investite nell’EXPO e della capacità dell’amministrazione di aprire agli investitori privati creando le necessarie condizioni amministrative e urbanistiche. Dobbiamo fare da soli, attraverso un cambiamento radicale di approccio al tema e superando le diffuse e consistenti incrostazioni normative, procedurali e burocratiche che impediscono una gestione amministrativa dei processi di trasformazione e valorizzazione di aree degradate e dismesse, sia pubbliche che private.

Riflettere su dove si concentrino le risorse e come attingervi è esercizio necessario ma non sufficiente. Così come creare le condizioni per attrarli. È ancora più importante saper comunicare e perseguire un disegno chiaro. E questo è il compito della politica. È la politica che deve scegliere, indicare la strada, perseguire l’obiettivo con rigore e decisione, trasmettendo a operatori, cittadini e investitori un messaggio di credibilità, autorevolezza e fiducia. Tre “virtù” che integrate fra loro possono fare la differenza.

Vi è poi un terzo aspetto, anch’esso di natura culturale e figlio di una mentalità antica e di un modo di pensare che riscontriamo spesso nella nostra regione e che trae le sue radici dalla nostra forte tradizione contadina: un innato timore dell’altro che porta a una concorrenza esasperata. Si tratta di una carenza particolarmente radicata e forte all’interno della filiera delle costruzioni, dove al di là di temporanei accordi e aggregazioni risulta quanto mai difficile sviluppare percorsi di collaborazione e di integrazione più stabili. Un elemento che potrebbe risultare decisivo per il nostro futuro come ecosistema. Perché questa bassa disponibilità ad abbracciare una logica collaborativa si scontra duramente con quanto avvenuto in tutto il mondo quando si sono intrapresi percorsi virtuosi di rigenerazione di pezzi di città. Il loro successo è, infatti, dovuto in misura rilevante alla collaborazione inter istituzionale, al superamento delle differenze ideologiche e partitiche, ad un’ampia apertura alla  collaborazione tra pubblico e privato, al dialogo e alla condivisione. Questo discorso vale in modo particolare quando si intende andare oltre un modello policentrico, verso una sempre maggiore integrazione, come nel caso di realizzare un’area metropolitana in grado di essere il terzo polo del nuovo triangolo industriale italiano.

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