INFRASTRUTTURE

Un passato senza futuro?

Le infrastrutture pensate e realizzate nel secolo scorso, dai trasporti all’energia, sono stanche. Vanno mantenute, potenziate e modernizzate oppure ripensate da zero? Un errore di valutazione sarebbe fatale.

Virgilio Chelli

24 MAGGIO 2019
infrastruttture, innovazione, tecnologia, energia, sostenibilità e sviluppo

Il pianeta terra non è mai stato nella sua storia così fittamente popolato di manufatti, e lo sarà sempre più nei decenni a venire, con una progressione che in passato richiedeva secoli se non millenni. Manufatti che ricadono praticamente tutti sotto la voce ‘infrastrutture’. Ovviamente questo sviluppo deve essere sostenibile. L’International Institute for Sustainable Development ha redatto un decalogo della sostenibilità delle infrastrutture. Per essere definite sostenibili devono: rispettare l’ecosistema naturale; generare basse emissioni  e avere limitato impatto ambientale; massimizzare l’utilizzo di infrastrutture naturali; andare oltre il semplice rispetto di leggi e regole in materia di standard di lavoro e diritti umani; favorire l’innovazione ‘verde’ tecnologica e industriale; generare investimenti anche in education e ricerca e sviluppo nelle costruzioni; aumentare l’occupazione e soprattutto il lavoro ‘verde’; avere fattibilità finanziaria; attirare investitori e imprese locali; aumentare gli investimenti diretti esteri; generare valore, sia per i contribuenti che per gli investitori durante tutto il ciclo di vita dell’opera. Tutto corretto, ma: a cosa deve servire la nuova generazione di infrastrutture di cui il pianeta e la sua popolazione hanno bisogno?

Immaginare un futuro che non somiglia al passato

Un secolo e passa fa, sulla risposta non c’erano dubbi: far viaggiare treni, automobili, navi e aerei, portare e distribuire elettricità e comunicazioni telefoniche e telegrafiche nelle città e nelle fabbriche. Praticamente un film già girato che andava solo proiettato nei decenni a venire. Oggi ,nelle parti del mondo più sviluppate le infrastrutture ormai centenarie o poco meno, spesso cadono a pezzi. Dagli USA all’Europa ponti, autostrade, aeroporti, acquedotti, ferrovie, ma anche ospedali, scuole, e  stadi sportivi sono da rifare, con investimenti da migliaia di miliardi. In altre parti del mondo, quelle che si stanno ancora sviluppando, come in India o in Brasile, sono quasi tutte da fare ex novo. Ma ha senso riportare le vecchie allo splendore originario e costruire le nuove secondo gli schemi mentali di cento anni fa? Proviamo a farci aiutare nella risposta dai futurologi americani, come Thomas Frey, un ex ingegnere IBM che in Colorado ha fondato il DaVinci Institute, che da qualche anno cercano di immaginare un futuro che non sia la replica del passato.

Automobili e autostrade intelligenti

Mettendo avanti l’orologio al 2050 l’infrastrutturazione del pianeta potrebbe essere molto diversa da quella immaginata e costruita un secolo fa ed ancora funzionante. In tutte le economie sono al lavoro forze distruttive e creative e difficilmente l’universo delle infrastrutture non subirà l’impatto. Ad esempio, le autostrade oggi sono costruite più o meno larghe a seconda del flusso di traffico che devono sopportare. Se è modesto sono a due corsie per senso di marcia, se è importante si arriva a 4-5, in California qualche tratto è anche a 8 o 10. Ma con le auto intelligenti che si guidano da sole e percorrono autostrade innervate di sensori, il problema della congestione da traffico esisterà ancora? Quanto tempo ci vorrà affinché la guida autonoma diventi, per motivi di sicurezza, un obbligo di legge, come è stato in passato per cinture di sicurezza e airbag? E quanto ce ne vorrà perché le autostrade siano fatte di corsie ultraveloci, per auto senza guida umana, che corrono su nastri d’asfalto intelligenti che governano i flussi?

Se il ritardo alla fine diventasse un vantaggio?

Da qui al concetto di compressione spazio-temporale con la tecnologia del vuoto aspirato che elimina la necessità del motore, sia a scoppio che elettrico, il passo non è molto lungo.  E se può succedere per quello che oggi viaggia su gomma, figurarsi per merci e persone che si spostano sul ferro delle rotaie. Di sistemi di trasporto a tubo si è iniziato a parlare in Giappone oltre mezzo secolo fa, ma ora l’avanzamento tecnologico e digitale rende la prospettiva molto vicina, e soprattutto declinabile a livello di massa. Dipende da quanto tempo ci mette il team messo insieme da Tesla e SpaceX al lavoro da qualche anno sulla modalità di trasporto Hyperloop, che potrebbe mandare fuori mercato automobili, autostrade, treni e ferrovie proprio come un secolo fa l’avvento del Model T della Ford consegnò alla storia il trasporto a cavallo. La tecnologia Hyperloop, infatti, trasferisce i concetti alla base dei viaggi spaziali al trasporto sulla superficie terrestre.

A questo punto, il ritardo accumulato in America e in Europa nella manutenzione e nell’ammodernamento delle reti stradali e ferroviarie potrebbe diventare addirittura un vantaggio, come è stato in alcuni paesi emergenti passare direttamente alle telecomunicazioni mobili senza esser passati per la costruzione di una rete fissa terrestre.

L’acqua scarseggia? No, ce n’è fin troppa.

Un altro campo in cui il futuro potrebbe essere molto diverso da un passato in questo caso neppure centenario, ma addirittura millenario, è quello dell’acqua. Gli acquedotti di oggi non sono troppo diversi da quelli degli antichi romani. Finora gli umani hanno utilizzato per le proprie necessità l’acqua sorgiva, che costituisce solo il 2% dell’acqua disponibile sul pianeta terra. Di questo 2% viene utilizzato solo un quarto, vale a dire che si usa solo lo 0,5% dell’acqua disponibile. Parliamo di quella salata di mari e oceani? No, parliamo di quella racchiusa nell’immenso serbatoio d’acqua che si chiama atmosfera. L’idea di utilizzarla non è nuova, risale ai Sumeri e agli Incas, ma bisogna aspettare che piova per raccoglierla negli invasi. Ora la tecnologia sta iniziando a offrire risposte diverse. L’americana Warka Water, un’organizzazione no-profit, ha sviluppato una tecnologia basata su ‘torri’ capaci di estrarre dall’atmosfera 100 litri di acqua al giorno, senza bisogno di energia elettrica perché la produce con i pannelli solari di cui è rivestita. E’ una tecnologia ai primi passi, per ora sperimentata in aree rurali in varie parti del mondo (anche in Italia in provincia di Viterbo). Ma gli sviluppi potrebbero eliminare per sempre acquedotti e tubature. Si sta già pensando a torri capaci di estrarre dall’atmosfera fino a 150.000 litri di acqua.

I giapponesi vogliono produrre energia solare nello spazio.

Dalla risorsa acqua alla risorsa energia. Il mondo va verso le rinnovabili: eolico, biomasse e soprattutto solare. Quest’ultima è sicuramente la fonte di cui c’è maggior disponibilità, ma sfruttarla è costoso, richiede investimenti importanti e, soprattutto, “consuma” territorio. E poi dipende dal ciclo giorno-notte e dalle condizioni atmosferiche. Ma basta salire di qualche kilometro sopra la superfice terrestre che questi problemi non ci sono più. L’energia solare nello spazio può essere catturata 24 ore su 24, i raggi sono molto più potenti e ‘puliti’ e una centrale spaziale produrrebbe 10 volte più energia di una terrestre. Per i giapponesi, le centrali solari spaziali non sono fantascienza. Dopo il disastro nucleare di Fukushima ci stanno lavorando con la JAXA, che sta per Japan Aerospace Exploration Agency e che ha avviato un programma a 25 anni per realizzare la prima centrale solare spaziale della storia dalla capacità di 1-gigawatt di energia elettrica che verrebbe ‘sparata’ a terra per essere distribuita. L’idea di andare a raccogliere energia solare nello spazio risale agli anni 70 del secolo scorso, ma solo oggi la tecnologia la rende realizzabile.

Nel giro di 20-30 anni il mondo delle infrastrutture potrebbe aver cambiato completamente volto. E’ la prima cosa di cui tenere conto quando ci si interroga sulla sostenibilità dei progetti e degli investimenti che si stanno decidendo oggi. Se continuiamo a guardare nello specchietto retrovisore rischiamo di finire costretti a investimenti colossali per smontare dopo pochi anni tutto quello che ci stiamo preparando a costruire oggi.

t

o

p