RIGENERAZIONE

Strategia, cura e possibile mercato per lo sviluppo della città contemporanea

Cosa significa davvero rigenerazione? E perché le nostre città hanno bisogno di essere rigenerate?

Alessia Guerrieri

04 GENNAIO 2019
città, rigenerazione, progettazione, architettura e urbanistica

Rigenerazione urbana non è solamente uno slogan politico, né solo argomento di tavoli accademici tra architetti e urbanisti, o dibattito di leggi in essere o in divenire.

La rigenerazione urbana, in un Paese come il nostro dove negli ultimi trent’anni si è consumato suolo, costruito a macchia d’olio e dismesso ingenti quantità di volumetrie nei centri urbani, rappresenta probabilmente la principale, se non l’unica, risorsa per la trasformazione delle città italiane non solo in termini urbanistici, ma anche in termini economici, sociali e ambientali. In questo senso, la rigenerazione urbana può essere interpretata come il campo d’azione per il riscatto delle nostre città, ma anche per la riattivazione del mercato delle costruzioni e per il potenziamento delle reti infrastrutturali di interi territori.

Da circa vent’anni la città europea vive un momento di profonda crisi a seguito dei fenomeni di sviluppo intensivo prima, di sprawl e di dismissione produttiva poi, che ci hanno restituito una maglia di spazi vuoti, infrastrutture ammalorate, aree abbandonate ed edifici dismessi dislocati tanto negli interstizi dei tessuti consolidati, quanto tra le grandi trame delle città diffuse.

In questo contesto nasce il bisogno di riabilitare le aree degradate e prive di ruolo già precedentemente urbanizzate, in modo da sfruttarne la posizione al fine di attivare veri e propri processi di rinascita di intere comunità, territori, economie. Per anni in Italia il mondo dell’edilizia, così come quello degli appalti pubblici, è stato legato per lo più alla sola idea del costruire ma le città di oggi sono oramai sature: i nostri territori non somigliano più a campi vergini, piuttosto appaiono come una costellazione di capannoni vuoti, case mai vendute, caserme, ospedali e strutture ottocentesche inadatte alle funzioni che ospitano, infrastrutture sottodimensionate, spazi inedificati ma oramai impermeabili ancora in attesa di essere definiti.

I residui della dispersione insediativa, così come le aree deindustrializzate e gli edifici abbandonati, possono quindi essere riletti come una rete di opportunità, una materia potenziale per le trasformazioni future da condurre anche attraverso il recupero, la valorizzazione e la trasformazione del patrimonio edilizio esistente. La partita del mondo delle costruzioni, allora, non può più giocarsi solo sui tavoli di lottizzazioni o grandi opere ma può e deve inserirsi nel meccanismo di risanamento, valorizzazione, sostituzione, riuso e/o integrazione degli strappi già presenti nei nostri territori. La rigenerazione urbana, in questo senso, può rappresentare al tempo stesso la cura per lo stallo delle città italiane ed un vero e proprio mercato per il settore dell’edilizia. Si tratta di costruire sul costruito, limitare le politiche urbane di espansione che hanno portato a livelli di consumo di suolo preoccupanti e sovraccaricato le già affannate infrastrutture esistenti; lavorare nei lotti interclusi, nelle aree abbandonate, nelle proprietà pubbliche prive di utilizzo attraverso la ri-funzionalizzazione, il rinnovamento, il completamento ma anche la sostituzione edilizia; sfruttare gli incentivi in materia di adeguamento sismico e rispetto ambientale per operare trasformazioni complesse. Non si tratta di un rimedio puntuale, ma un vero e proprio quadro strategico per mettere in regia aspetti economici, ambientali, culturali e infrastrutturali.

 

Rilanciare un territorio non significa infatti soltanto realizzare un intervento edilizio o attribuire nuove funzioni ad un’area, ma creare un sistema capillare di progetti in grado di trasformare l’immagine della città, di ricostruire dei simboli, creare nuove identità e ricucire il tessuto sociale; non significa solamente generare qualità in un luogo specifico ma valorizzare l’intorno ed attrarre investimenti in modo tale che il processo sia in grado di auto alimentarsi nel tempo. Questo è quanto sta accadendo in molte città europee, dove una serie di operazioni brillanti, frutto della visione strategica delle amministrazioni e di una proficua interazione di capitali pubblici e privati, ha portato alla realizzazione di interi quartieri innovativi ed architettonicamente accattivanti, sorti sulle aree di sedime di vecchi parchi ferroviari e/o di aree industriali dismesse. Interventi che non solo si sono dimostrati in grado di risanare situazioni di degrado e creare profitto per gli investitori, ma che hanno innescato le trasformazioni delle aree limitrofe e la valorizzazione sul mercato delle zone adiacenti o, se anche distanti, con caratteristiche analoghe. Rigenerazione chiama rigenerazione, dunque. 

L'esempio di Parigi

In questo senso l’esperienza forse più illuminante è quella della rigenerazione di un intero settore urbano di Parigi che da vallo ferroviario inutilizzato è diventato sede di attrezzature metropolitane, quartieri residenziali, parchi pubblici e distretti aziendali. Paris Rive Gauche rappresenta oggi non solo la più grande operazione urbanistica portata avanti in Francia dai tempi de La Defense, ma è l’intervento che ha dato il via al recupero e alla costruzione di nuovi insediamenti sulle aree dismesse situate all’interno di tutto il tessuto parigino, mettendo a sistema le opportunità economico-normative aperte dalle nuove politiche urbane francesi e le possibilità offerte dalle aree residuali presenti sul territorio.

L’operazione di Parigi, così come altri interventi analoghi condotti sulle principali città europee, ha quindi di fatto innescato dei meccanismi di promozione della nuova immagine della città tali da attirare non solo l’attenzione mediatica, ma anche investimenti stranieri o fondi destinati ai Grandi Eventi. Basti pensare al ruolo che la riconversione del bacino carbonifero della Ruhr ha giocato nel rilancio economico e culturale di un’intera regione della Germania, o al richiamo internazionale e alla crescita sul mercato immobiliare verificatesi a Barcellona dopo le trasformazioni urbane effettuate in occasioni delle Olimpiadi del 1992. Impossibile ignorare quanto accaduto a Lisbona, dove in occasione dell’Esposizione Universale del 1998 si è scelto di localizzare i padiglioni in un’area dal passato industriale, obbligando quindi lo smantellamento delle industrie inquinanti, la decontaminazione del suolo e la costruzione dei grandi sistemi di accesso e di trasporto. In sostanza, l’aggiudicazione del grande evento ha reso finanziariamente possibile dotare un’area residuale delle infrastrutture primarie per innestare il futuro sviluppo immobiliare di un quartiere: da area degradata, il sito, che oggi porta il nome di Parco delle Nazioni, è divenuto un nuovo polo di attrazione dove si intrecciano architettura, spazi pubblici e luoghi del tempo libero.

Le esperienze italiane

In Italia, nonostante in prima battuta il tema della rigenerazione sia stato associato esclusivamente al tema del recupero dei siti deindustrializzati, esistono numerose altre situazioni, specificatamente legate allo sviluppo del nostro territorio, che potrebbero costituire terreno fertile per la rigenerazione urbana: strutture produttive di piccola scala, complessi immobiliari pubblici desueti, beni confiscati alle mafie, interi comparti della città pubblica situati nelle nostre periferie sui quali non si è mai operato in termini di manutenzione, integrazione, innovazione.   

Sicuramente alle operazioni condotte per lo più all’inizio degli anni ‘90 principalmente sui grandi poli del Nord (il Lingotto a Torino, il porto Antico di Genova, la Bicocca a Milano, etc.), va il merito di aver aperto nuovi scenari per le città italiane e dimostrato come la disfunzionalità si possa trasformare in valore architettonico, sociale, comunitario ma anche economico. A differenza di quanto successo in altri Paesi europei, però, dopo le iniziative degli anni ’90 l’Italia ha dimostrato una sostanziale debolezza sul piano delle politiche nazionali in materia di trasformazione urbana e soltanto negli ultimi tempi si è registrato un tentativo di approcciare il tema della rigenerazione non riferendosi più solo a contesti puntuali, ma ponendo l’attenzione ai sistemi urbani nel loro complesso.

In questo senso, alcuni interventi realizzati negli ultimi anni a Milano e Torino sembrano delineare prospettive incoraggianti. Colpisce come la progettualità e gli strumenti urbanistico-normativi che hanno reso possibili queste trasformazioni risalgano, come nel resto di Europa, all’inizio degli anni ‘90 ma sia stato operativamente possibile utilizzarli solamente negli ultimi anni grazie ad una sapiente gestione del denaro pubblico, nel caso di Torino, e di un importante investimento di uno stakeholder privato, nel caso di Milano.

A Torino, le opportunità offerte dalle Olimpiadi Invernali prima e dai festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità di Italia poi, hanno attivato un virtuoso sistema di progetti che ha attirato investimenti e permesso alla città di ottenere ingenti fondi europei medianti i quali ha saputo promuovere la riqualificazione dell’intero passante ferroviario, ricucendo due grandi settori urbani e rigenerando con un effetto domino tutte le aree adiacenti.  La pianificazione del progetto Spina Centrale, insieme alla brandizzazione della nuova immagine della città legata ai grandi eventi, ha trasformato Torino in un mercato particolarmente attrattivo per gli investitori privati, e definito una nuova identità urbana in grado di competere, in termini di turismo e attrattività, con le altre città europee.

Milano, invece, ha saputo incanalare la volontà dei nuovi operatori privati di trarre sviluppo dalla riconversione delle aree ferroviarie dismesse per realizzare un progetto di rigenerazione che da più di trent’anni non riusciva a decollare. Attraverso l’operazione di Porta Nuova, che rappresenta il più grande progetto di rigenerazione oggi in corso in Europa, Milano ha trasformato una serie di aree inutilizzate a ridosso del centro in un insediamento a mixitè funzionale che, con le sue torri residenziali e direzionali, interpreta la nuova immagine della città e proietta il capoluogo lombardo in prima linea sulla scena europea.Tuttavia, se l’esperienza della riconversione delle aree dismesse ha tutto sommato prodotto esiti positivi, sia nei grandi interventi di Milano e Torino che in operazioni minori diffuse in altri centri, il tema della rifunzionalizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, della riqualificazione dei grandi quartieri di edilizia residenziale costruiti negli anni ’80 e quello più recente della rigenerazione della città diffusa restano ancora in attesa di risposte soddisfacenti.

Dalle esperienze straniere di successo, mosse da leve sempre differenti scaturite da un accurato mix di opportunità puntuali e specifiche situazioni territoriali, risulta evidente che il ripensamento delle città muove sì dal riscatto delle aree industriali dismesse ma passa soprattutto attraverso la definizione di una chiara strategia a medio e lungo termine, messa a punto da una cabina di regia solitamente pubblica, e da un preciso metodo di attuazione delle trasformazioni, controllato attraverso l’interazione tra soggetti pubblici e privati.

Per attuare processi di rigenerazione urbana in grado di investire la totalità degli spazi in divenire delle nostre città c’è allora bisogno di una visione di insieme, di una strategia di intervento e di un metodo operativo. Occorre rilevare e prendere coscienza dello stato di salute del nostro territorio, delle condizioni delle periferie italiane, della quantità di patrimonio pubblico sotto utilizzato, della localizzazione delle attività industriali abbandonate e mettere queste informazioni a sistema con le possibilità offerte dagli strumenti tecnici-normativi, dall’innovazione tecnologica e dalle risorse finanziarie attivabili, anche guardando ad esempi virtuosi ormai compiuti. Solo così, attraverso interventi in grado di investire non solo il settore produttivo, ma tutti i livelli della società, la rigenerazione urbana può rappresentare non solo una necessità per evitare il collasso dei centri urbani, ma la possibilità concreta di generare nuove condizioni di crescita economica e sviluppo immobiliare, così come di rivalorizzazione del patrimonio edilizio esistente e degli spazi aperti male utilizzati.   

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