POLITICA

Sostenibilità e costruzioni: le priorità

Dal Recovery Fund nascono alcune opportunità di investimento. Al governo l’incarico di individuare gli obiettivi principali e le soluzioni per metterle in pratica.

Alfredo Martini

02 NOVEMBRE 2020
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Secondo il rapporto della Global Alliance for Buildings and Construction presentato alla COP25 di Madrid, l’edilizia è responsabile del 39% di tutte le emissioni globali di anidride carbonica nel mondo. Il suo impatto è pari al 36% dell’intero consumo energetico globale, al 50% delle estrazioni di materie prime e ad oltre il 33% del consumo di acqua potabile. Secondo il World Green Building Council, tra dieci anni tutti i nuovi edifici, le infrastrutture e le ristrutturazioni dovranno avere almeno il 40% in meno di carbonio inglobato. Da parte sua, l’Unione Europea si è impegnata ad azzerare le proprie emissioni inquinanti nette entro il 2050. Per raggiungere questo obiettivo, da qui al 2050 sarà necessario intervenire su più fronti: tra questi, una razionalizzazione della produzione di energia elettrica, che al momento è responsabile del 75 per cento dell’emissione dei gas serra all’intero dell’Unione Europea. Il che vuol dire accelerare il processo di transizione verso le fonti rinnovabili a scapito dei combustibili fossili. Obiettivo che riguarda in modo particolare la costruzione e la riqualificazione edilizia. Si stima che gli investimenti in riqualificazione, attraverso un sensibile contenimento dei consumi energetici, potrebbero generare una riduzione delle emissioni atmosferiche pari a 934mila tonnellate annue di CO2. Egualmente, importanti effetti positivi potrebbero derivare da un più intenso processo verso l’economia circolare. Una maggiore consapevolezza e la messa in campo di politiche adeguate e incentivanti a sostegno di un adattamento e della trasformazione di processi produttivi, così come sul piano dell’organizzazione stessa dell’intero ciclo edilizio, dalla progettazione alla gestione dei materiali da costruzione in una logica di riciclo, si concretizzerebbero in una limitazione dell’uso delle risorse, favorendo un riciclo dei materiali da costruzione. Con il risultato di contribuire in misura rilevante alla riduzione degli impatti sui cambiamenti climatici. 

Sono questi i cardini della strategia europea del Green Deal che riguardano il mercato dell’edilizia e l’industria delle costruzioni. Era questo l’orizzonte al quale guardare fino all’arrivo del COVID-19. Con la pandemia anche la Commissione europea ha dovuto ripensare e riassestare i propri obiettivi di investimento e di finanziamento. Senza abbandonare le linee guida presenti nel Green Deal è, tuttavia, diventato necessario concentrare l’impegno su alcuni ambiti specifici, volti a garantire gli obiettivi sanitari e di ripresa economica e di riduzione delle differenze sul piano sociale e delle conoscenze. È così che oggi l’attenzione e le scelte politiche si concentrano sui fondi e sui progetti relativi alle risorse previste per il Recovery Fund nell’ambito del programma della Next Generation. Come si sa, allo stato attuale si tratta di 750 miliardi complessivi, dei quali 209 destinati all’Italia. Risorse destinate ad “aumentare il potenziale economico, creare occupazione e rafforzare la resilienza” attraverso una visione del futuro e programmi Green, puntando sul digitale.  Nel dettaglio Bruxelles invita a contribuire alla transizione ambientale e alla resilienza e sostenibilità sociale; ad accelerare la transizione digitale, ad accrescere il livello di innovazione del Paese, individuando politiche specifiche a favore di una maggiore competitività di sistema. Ciò significa, per il nostro Paese, l’attuazione di riforme strutturali in grado di rilanciare l’economia, riducendo la distanza tra le diverse classi sociali. I piani nazionali per accedere ai fondi europei dovranno pervenire alla Commissione entro il 30 aprile 2021 per la loro approvazione.

Da parte sua il governo italiano ha indicato le priorità. Per quanto riguarda la sostenibilità, si punta su investimenti finalizzati a conseguire gli obiettivi fissati dall’European Green Deal, attuando programmi a favore di una graduale de-carbonizzazione dei trasporti e della realizzazione di una mobilità di “nuova generazione”, così come a livello urbano piani in grado di abbattere l’inquinamento atmosferico e migliorare la qualità dell’aria. Economia circolare e miglioramento dell’efficienza energetica e antisismica degli edifici pubblici sono altri due obiettivi prioritari, così come la protezione dell’ambiente e la mitigazione dei rischi idrogeologici e sismici.

 

La riqualificazione del patrimonio edilizio privato…

Secondo il Cresme, oltre l’11% degli edifici costruiti tra il 1960 e 1980 è in stato di conservazione pessimo o mediocre. Si tratta di 182mila edifici che necessitano di interventi manutentivi pesanti o sostitutivi. Di questi, 111mila sono nelle regioni del Mezzogiorno. Ad essi dobbiamo aggiungere altri 76mila edifici costruiti prima del 1960, in gran parte nelle regioni del sud d’Italia, che si trovano nelle stesse condizioni. Parte di questi edifici sono oggetto di interventi di riqualificazione grazie anche agli incentivi fiscali che hanno caratterizzato le politiche edilizie di questi ultimi anni, sia a favore di una rigenerazione energetica del patrimonio, sia per la messa in sicurezza a fini antisismici. Oggi, con l’approvazione all’interno del Decreto Rilancio di un superbonus fiscale che consente il recupero delle spese attraverso le detrazioni fiscali, per un valore pari al 110% del totale dell’investimento, si creano le condizioni per un’accelerazione del processo con effetti significativi anche sul PIL. Sempre secondo il Cresme, se - come si sta orientando il governo - in Italia il bonus fosse esteso fino al 2023, si avrebbe un effetto virtuoso sul mercato delle costruzioni, con una crescita fino a +9,1% nel 2022, e una stima potenziale di 1.000 miliardi di euro. Secondo il direttore di Cresme, Lorenzo Bellicini: “sarà il settore residenziale con le unità mono o bifamiliari, che godono di un processo decisionale più rapido, a trainare gli incentivi. Le preoccupazioni riguardano il meccanismo di cessione del credito e la capacità della filiera di saper dare risposte adeguate e di qualità a “una domanda sempre più complessa ed integrata, per contribuire a ridisegnare nuovi modelli di abitabilità dei centri urbani”.

La riqualificazione si misurerà soprattutto con la capacità del mercato di saper cogliere l’opportunità degli incentivi e dei bonus, ma queste riqualificazioni non potranno prescindere da una forte interazione con la programmazione territoriale. Il ruolo del pubblico non potrà soltanto essere di sostegno finanziario, ma dovrà necessariamente riacquistare una funzione di indirizzo, sapendo gestire al meglio le risorse disponibili.

 

….. e di quello pubblico

Se con il superbonus si attiva la domanda mettendo in moto migliaia di imprese, migliaia di professionisti, favorendo una sempre maggiore integrazione con il sistema finanziario, dall’altro lato resta un obiettivo prioritario la riqualificazione del patrimonio pubblico. Scuole, uffici, strutture sanitarie necessitano di interventi rilevanti che richiedono risorse ingenti. Il Recovery Fund potrebbe essere lo strumento adatto, anche generando opportunità per l’investimento privato. Un recente studio di Nomisma indica in 39 miliardi di euro il fabbisogno per la riqualificazione del patrimonio. Risorse che porterebbero a “generare effetti diretti e indiretti pari a 91,7 miliardi di produzione, nonché 50,1 miliardi di indotto, per un impatto complessivo quantificabile in 141,8 miliardi di euro.” Un progetto in grado di avere un impatto rilevante anche in termini di nuova occupazione, creando “380mila nuovi posti di lavoro nei settori destinatari degli interventi e 490mila negli altri settori, per un numero complessivo di 870mila nuovi occupati.” I risparmi energetici generati dagli interventi di riqualificazione sarebbero quantificabili in 450 milioni di euro all’anno. Sempre dal punto di vista economico, la riqualificazione del patrimonio pubblico consentirebbe alle amministrazioni locali di disporre di immobili con una rivalutazione di valore fino a oltre il 30%. Inoltre, la riqualificazione degli edifici rappresenterebbe per gli enti locali anche un risparmio in termini di manutenzione ordinaria e straordinaria, una voce di spesa che nel tempo può assumere un peso rilevante nei costi di gestione.

 

Mettere in sicurezza il territorio

“Quanto vediamo in queste ore non ha a che fare con la meteorologia, quanto con il livello di resilienza del territorio, con il grado di preparazione a livello idrogeologico, un punto debole ben noto dell’Italia. Il problema sono la gestione dei corsi d’acqua e le costruzioni che non permettono il deflusso regolare delle acque. Più in generale, il nodo è il suolo impermeabilizzato, altra questione ben nota”.  Così un geologo commentava qualche giorno fa, in occasione dell’ennesima alluvione che ha colpito il nord d’Italia, respingendo le accuse superficiali che le cause fossero da addebitarsi ai ritardi nelle previsioni atmosferiche e nella sottovalutazione della violenza delle manifestazioni climatiche.

Nel suo 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, il Censis stima che, a causa di fenomeni sismici, franosi e alluvionali che hanno colpito l’Italia negli ultimi settant'anni, il Paese ha sostenuto un costo umano di oltre 10.000 vittime e danni economici per 290 miliardi di euro, corrispondenti a una media annua di circa 4 miliardi.  Per ridurre il rischio idrogeologico che è a monte di molte delle situazioni critiche che si sono manifestate e che continuano a caratterizzare ogni cambio stagionale, le Regioni hanno individuato complessivamente circa 9.000 interventi, corrispondenti a una stima delle risorse necessarie pari a 26 miliardi di euro. A fronte di un impegno finanziario dello Stato di circa 500 milioni di euro all'anno. Per adeguare il patrimonio dal punto di vista antisismico, relativamente alle zone ad alto rischio di terremoti, la stima è di 70 miliardi.

La sostenibilità di un Paese si misura sempre più sulla sua capacità di essere sicuro. E in una prospettiva futura diventa essenziale mettere al centro di qualunque progetto il concetto di resilienza. È un punto di riferimento ricorrente nei documenti degli Organismi internazionali, così come in quelli dell’Unione europea. Ogni progetto, ogni scelta deve prestare la massima attenzione a intervenire in una logica di resilienza. Nel caso dell’Italia la fragilità del nostro territorio, alcuni decenni di negligenza e gli scarsi investimenti in manutenzione, rendono oggi urgente inserire la messa in sicurezza del territorio tra le priorità assolute nell’utilizzo dei finanziamenti previsti dal Recovery Fund.

 

Infrastrutture sostenibili

La sostenibilità complessiva del Paese, oltre che sulla messa in sicurezza del territorio, si basa sulla capacità di immaginare e programmare investimenti infrastrutturali secondo criteri di sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica e sociale. Vi sono importanti priorità da questo punto di vista. Si pensi soltanto alla rete idrica, caratterizzata da perdite d’acqua inaccettabili. Mediamente a livello nazionale si è valutato che esse sfiorino il 40% dei flussi idrici, con punte del 59,3% a Cagliari, al 54,6% a Palermo, al 54,1% a Messina, al 52,3% a Bari, al 51,6% a Catania. Le perdite d’acqua negli acquedotti che riforniscono la nostra capitale ammontano oltre il 44%.

Un altro ambito infrastrutturale caratterizzato da una situazione ad alto rischio riguarda l’ammaloramento della nostra rete stradale. Ponti e viadotti registrano carenze di manutenzione per oltre l’80%. Inoltre, gran parte di essi, il 10% dell’intera rete secondo il Cresme, si trova in aree a rischio elevato di alluvione e poco meno di un 4% ad elevato rischio di frana. Sono due esempi significativi della rilevante domanda di investimenti che non possono non trovare attenzione nel piano per le infrastrutture richiamato dal governo nelle sue linee guida per la scelta dei progetti da inserire nel Recovery Plan. Dove si parla di “una nuova stagione di pianificazione strategica di medio periodo, con un piano di sviluppo integrato, sostenibile e interconnesso per un Paese più competitivo, equo e vivibile.”

Si tratta di definire e condividere alcuni indicatori così da rendere trasparente e misurabili programmi, azioni e risultati. Sotto questo punto di vista la diffusione anche nel nostro Paese di un protocollo “free” come Envision(www.envisionitalia.it) creato dall’Istituto per le Infrastrutture Sostenibili (ISI) di Washington, può costituire un utile riferimento.

 

Il fattore innovazione e la qualificazione del mercato

Se individuare quali priorità privilegiare e cosa finanziare non è certo secondario, bisogna porsi anche la domanda su come questi programmi possano essere realizzati in tempi certi e compatibilmente con gli obiettivi che sono a monte della Next Generation.

Secondo i dati recentemente diffusi dall’ANCE, la gestione di progetti riguardanti le infrastrutture di una certa dimensione e valore può richiedere anche 18 anni. Ciò a causa di una pluralità di fattori: dalle carenze di programmazione all’assenza di una adeguata progettazione, così come da una non infrequente impreparazione delle amministrazioni nella gestione delle procedure.

Uno studio di Bankitalia pubblicato alla fine dello scorso anno indica, tra le cause dei ritardi nel compimento delle opere pubbliche, i "tempi di attraversamento" tra una fase e l'altra. In particolare quasi il 70% del tempo si perde per passare dalla fase di progetto al bando di gara. Un peso rilevante va imputato alle richieste autorizzative da parte delle numerose amministrazioni coinvolte. La gestione e le procedure di gara assorbono “soltanto” il 17% del tempo complessivo, così come la fase esecutiva.

Il concetto di innovazione assume allora un valore particolare se applicato alla gestione di un appalto, all’organizzazione della pubblica amministrazione, così come alle soluzioni tecniche. Come scrivono Anna Romano e Francesco Karrer in un articolo pubblicato per la rivista on line dal titolo Appalti e Innovazione. Un Dialogo Incompiuto. – Semplificazione, non de-regolazione, sfruttando appieno tutti gli strumenti disponibili “le nuove direttive comunitarie in materia di LL.PP (2014) evidenziano l’importanza di un uso strategico degli appalti pubblici, nonché la necessità di valorizzare il fattore innovazione come motore per il rilancio dell’economia e per un progresso sostenibile sotto il profilo ambientale e sociale (…). Gli autori richiamano le direttive e le recenti comunicazioni della Commissione europea in materia di efficacia del sistema degli appalti, evidenziando  “la possibilità, per le stazioni appaltanti, di instaurare un dialogo costruttivo e preventivo con gli operatori mediante test di mercato; la pluralità di procedure caratterizzate da un elevato grado di discrezionalità e flessibilità in rapporto, fra l’altro, alle esigenze di progressiva definizione dell’oggetto dell’acquisto – ab origine non presente sul mercato - e al suo tasso di innovazione: dialogo competitivo, procedura competitiva con negoziazione, partenariato per l’innovazione.” Disposizioni rimaste fino ad oggi per lo più lettera morta. Eppure, se utilizzati, potrebbero migliorare significatamene le cose.

Ciò tuttavia non sarebbe sufficiente, restando aperta la questione annosa e complicata relativa alla qualificazione delle stazioni appaltanti e all’aggregazione della domanda. Qualificazione che passa necessariamente attraverso la strada stretta di una accelerazione dei processi di digitalizzazione nella gestione del funzionamento e dell’organizzazione della PA, così come per quanto riguarda la gestione degli appalti. Un processo che richiede nuove competenze e un ampio cambio generazionale.

La digitalizzazione costituisce anche un fattore importante nel sostenere e caratterizzare un cambiamento sostanziale a livello di offerta. L’attuale stato dell’arte risulta alquanto differenziato tra il settore industriale relativo alla produzione di materiali, prodotti e soluzioni costruttive, dove i modelli digitali sono fortemente integrati con processi e tecnologie della quarta rivoluzione industriale, e la maggior parte degli studi professionali e delle imprese di costruzione. Qui la strada è ancora lunga, ma sicuramente regole e meccanismi di controllo e di asseveramento previsti, ad esempio, per il ricorso al superbonus del 110%, può favorire un’accelerazione soprattutto per quanto riguarda i processi gestionali, organizzativi e nelle relazioni tra i diversi attori e nel funzionamento stesso del cantiere e nei rapporti con la mano d’opera.

 

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