INFRASTRUTTURE

Sostenibilità, capacità competitiva e shock infrastrutturale

Il lungo elenco delle procedure in Italia ha prodotto una lunghissima lista di opere non fatte o bloccate.

28 GIUGNO 2019
#infrastrutture #sostenibilità, #sviluppo #, #operepubbliche e #mercato

Il problema non sono i soldi, è la capacità di spenderli. La pubblica amministrazione italiana ha perso selettivamente questa capacità. Selettivamente, perché il problema riguarda la spesa per investimenti ma non la spesa corrente. La ragione per la quale la spesa corrente continua a “correre” è che dopo che la scelta politica si è trasformata in una norma, l’intervento dell’amministrazione è puramente applicativo o al più richiede la costruzione di una procedura, che è il pane quotidiano della burocrazia (e il veleno quotidiano di coloro che con l’amministrazione hanno a che fare). Per la spesa corrente la scelta e la responsabilità ricadono tutte sul legislatore, ovvero sulla politica, l’amministrazione è solo il burocratico esecutore.

Alla spesa per investimenti invece la decisione politica non basta. Come lo sviluppo non si crea per decreto anche gli investimenti non si fanno per decreto. E infatti la cronaca ci consegna una ricchissima lista di leggi, provvedimenti, delibere, stanziamenti, accantonamenti e una parallela lunghissima lista di opere non fatte, di opere bloccate, di manutenzioni mancate, di tragedie non evitate. La ragione è che non basta decidere di investire, bisogna saperlo fare, ci vogliono competenze tecniche, capacità progettuale, capacità di valutazione, capacità di controllo, capacità di prendere decisioni e di assumersene la responsabilità.

Negli ultimi trent’anni la pubblica amministrazione italiana si è privata progressivamente di queste capacità, ha svuotato di competenze tecniche le sue strutture sostituendole con competenze legali e burocratiche. Il risultato di questo processo perverso è che l’amministrazione ha affrontato il tema degli investimenti utilizzando l’unico strumento che ritiene di padroneggiare: la costruzione di procedure. Che si sono affastellate, sommate, intrecciate, diventando una matassa intricata che soffoca gli investimenti pubblici e rallenta anche quelli privati.

Lo dicono i numeri. Per misurare la dotazione infrastrutturale si usano indici finanziari e indici fisici, utilizzando i primi l’Italia è in linea con i paesi europei comparabili, utilizzando i secondi (estensioni delle reti stradali, ferroviarie, della banda larga e via elencando) l’Italia è indietro. La differenza di performance tra i due indicatori vuol dire semplicemente che siamo meno efficienti. Quella differenza indica che spendiamo di più degli altri per fare le stesse cose, una spesa maggiore che solo in parte è giustificata dalla geografia del paese. I tempi di realizzazione ne sono una ulteriore conferma, sono decisamente più lunghi e in particolare spicca la durata dei tempi amministrativi: il tempo che passa tra la fine di ogni fase procedurale e l’avvio di quella successiva consuma mediamente il 54% del tempo totale di realizzazione dell’opera. La complessità ha raggiunto un livello tale che l’Italia si è fermata.

Se si cercano le ragioni per le quali il paese non cresce più dagli anni ’90 del secolo scorso, questa è una delle più rilevanti perché incide su tre punti chiave della vita economica e sociale del paese: il lavoro, il patrimonio e l’innovazione.

Quello che è mancato alla crescita del prodotto lordo del nostro paese sono gli investimenti, e i mancati investimenti della pubblica amministrazione sono una voce importantissima sia quantitativamente che qualitativamente, che in parte non marginale condiziona anche la propensione agli investimenti del settore privato, il quale infatti si è prontamente adeguato al clima generale. La drammatica riduzione degli investimenti pubblici e il rallentamento di quelli privati ha avuto un impatto potente sul mondo del lavoro e sul numero degli occupati. La mancanza degli investimenti in infrastrutture fisiche è costato al paese circa mezzo milione di occupati in meno nell’edilizia (un altro mezzo milione è dovuto al crollo degli investimenti privati), la chiusura di quasi la metà delle aziende del settore, la crisi profonda nella quale versano quasi tutti i principali gruppi di costruzioni e la sofferenza dell’intera filiera.

L’edilizia è uno dei settori che ha effetti più trasversali sull’economia perché trascina con sé verso l’alto o verso il basso molti altri settori e perché è ad alta intensità di lavoro. Nessun paese può avere una crescita significativa e sostenibile nel tempo senza il contributo del settore delle costruzioni.

Ma gli investimenti pubblici non sono fondamentali solo per il contributo diretto che danno all’occupazione e al pil. Sono essenziali per la qualità fisica, la vivibilità e la vitalità economica del paese. L’Italia ha un territorio difficile, sismico, idrogeologicamente fragile, ha un patrimonio edilizio e infrastrutturale vecchio. Le scuole, gli ospedali, i tribunali, i municipi da rendere resilienti ai terremoti, efficienti nell’utilizzo di energia, dignitosi per chi ci lavora sono migliaia. Le strade, soprattutto quelle urbane e quelle provinciali, ma anche molte strade a grande traffico sono in uno stato penoso. C’è un lavoro gigantesco da fare semplicemente per tenere l’Italia in piedi. È gigantesco perché non lo si fa da anni, perché le frane non vengono consolidate, le buche non vengono riparate, gli edifici non vengono manutenuti. Decenni di assenza di manutenzione ordinaria hanno determinato la necessità di dosi massicce di manutenzione straordinaria.

Il paese fisico si è impoverito, è diventato ancora più fragile e precario. È lo specchio della nostra società, e c’è un rapporto di causa effetto tra l’impoverimento del territorio e quello della comunità che lo abita: non aver investito sulla qualità del territorio ha impoverito il territorio stesso ma anche i suoi abitanti, direttamente attraverso il minore lavoro, indirettamente attraverso i minori investimenti privati e la perdita di competitività e di attrattività del territorio stesso.

La mancanza di manutenzione impoverisce il patrimonio, la mancanza di nuovi investimenti e nuove infrastrutture lo fa arretrare nella capacità competitiva rispetto ai paesi e ai territori dove quelle infrastrutture vengono realizzate, e ne limita la crescita potenziale. L’unica grande infrastruttura trasformativa realizzata in Italia negli ultimi cinquant’anni è stata l’Alta Velocità, che ha cambiato la geografia della parte del paese che ne viene toccata, ha cambiato i rapporti tra le città, ha determinato nuovi comportamenti e creato nuove opportunità. È un esempio potente dell’impatto che può avere una infrastruttura nell’innovazione di un sistema e nella sua competitività.

Per la competitività di un paese la mobilità delle persone e delle merci è fondamentale, all’interno dei centri urbani, nel paese e nel rapporto tra il paese e il resto del mondo. Il che non vuol dire solo strade e ferrovie, porti e aeroporti, metropolitane e tram. Cosa ci serve più o meno lo sappiamo (anche se per le ragioni di cui sopra non riusciamo a farlo), ma i cambiamenti di questa epoca vorticosa, oltre al cosa fare, ci pongono il problema del come farlo.

Un porto competitivo nel 2030 sarà profondamente diverso da un porto competitivo nel 2000, lo stesso vale per un aeroporto. Sono cambiate e stanno cambiando ancora le funzioni delle stazioni ferroviarie, l’e-commerce sta trasformando non solo la distribuzione ma anche il traffico nelle città e l’organizzazione dei condomini. Se non adattiamo per tempo i percorsi urbani e quelli extraurbani all’auto senza pilota, tra dieci anni, quando sarà una realtà, come competeranno le nostre città con quelle della Francia o della Spagna, della Germania o della Svizzera?

Il degrado fisico e la bassa crescita di oggi sono figli dei mancati investimenti dei decenni passati. La qualità del territorio e della vita delle persone, il benessere di domani dipenderanno dagli investimenti e dalle infrastrutture che cominciamo a costruire oggi.

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