PROGETTAZIONE

Smart Heritage: una opportunità per Roma

Non solo periferie, ma centro storico, monumenti e grandi complessi immobiliari collaborano alla definizione di nuovi processi urbani.

Alessia Guerrieri

09 OTTOBRE 2019
roma, architettura, patrimonio immobiliare, archeologia, rigenerazione urbana, città e progettazione

I processi di rigenerazione devono, inevitabilmente, confrontarsi con il contesto socio urbanistico e con il tessuto economico e produttivo in cui si insediano, ma anche con la tradizione e la vocazione di una popolazione.

Rigenerazione non significa solo recupero delle periferie, ma attivazione di processi trasversali tra urbano e periurbano, al cui interno, necessariamente, centri storici e monumenti devono giocare un ruolo non solo di attrattore turistico e memoria del passato, ma di vero e proprio catalizzatore urbano e sociale, motore di nuovi fenomeni urbani.

Oggi Roma appare come una città post-conservativa in cui ai meccanismi stringenti di conservazione e protezione dei beni culturali e dell’immagine di un tempo passato, è susseguita una fase di sola manutenzione, oggi giunta pressoché alla paralisi.

Eppure, la città simbolo del mondo antico, oggi considerata per molti versi “vecchia”, contiene nella sua tradizione importanti caratteri di innovazione: dall’ingegnerizzazione della città degli antichi romani alle numerose stratificazioni che, nei secoli, hanno introdotto nuovi segni, cancellato testimonianze, sedimentato simboli e prodotto monumenti.

Nulla c’è nulla di più moderno della contaminazione e del layering, processi senza i quali la Capitale Italiana non avrebbe la facies attuale, che continua ad attrarre visitatori da tutto il mondo.

I Fori e l’Eur, la Roma barocca e quella delle speculazioni degli anni ’60 e ‘70, la Roma delle grandi ville e quella dell’edilizia economica e popolare anni ‘80, la Roma del Barocco e quella degli anni 2000, del MAXXI, del MACRO, della Nuvola di Fuksas.

La sovrapposizione della Roma delle Chiese e dei Palazzi di D’Annunzio a quella antica dei fori repubblicani ed imperiali, l’innesto della città delle palazzine sulla rete di acquedotti e strade consolari millenarie, i segni del Movimento Razionale che, in alcune zone, sovrastano l’impianto cinquecentesco della città, costituiscono una ricchezza complessa che dovrebbe rappresentare, come in passato, un valore aggiunto per la città ma che, paradossalmente, sembra essere indagata come principale responsabile dell’impedimento al progresso.

Complessità e contraddizione, direbbe Bob Venturi[1].

La vocazione contemporanea della città, allora, non può non partire dalla ricognizione dell’esistente, dell’immenso patrimonio edilizio – in buona parte di qualità straordinaria - che configura lo spazio pubblico più bello del mondo e che, al suo interno, ospita stanze vuote e abbandonate.

 

Dal Posterplan degli anni ’90 ai grandi progetti degli anni 2000

Se gli anni ’70 dello scorso secolo sono stati quelli della pedonalizzazione del centro storico e dell’avvio dei grandi progetti di restauro dei complessi immobiliari dismessi (ancora oggi in corso), con il passaggio al nuovo millennio la città è stata investita da un dibattito sulla trasformazione che ha aperto a linguaggi contemporanei e sollevato tematiche di trasformazione su tutta la scala urbana.

L’idea di città organizzata secondo la politica del planning by doing, promossa dalla prima giunta Rutelli con il Posterplan del 1995 e poi recepita del Nuovo Piano Regolatore Generale della Giunta Veltroni, rappresenta forse l’ultimo esempio di una strategia urbana chiara e univoca articolata sull’intero territorio della Capitale.

Con il Posterplan, infatti, per la prima volta la città viene vista con un approccio sistemico, mediante la stesura di un programma urbanistico di nuova generazione basato sulla valorizzazione del sistema ambientale, sulla cura del ferro e sulla riqualificazione delle periferie.

Segue un periodo di cambiamento e rilancio: muta la struttura economica, l’organizzazione istituzionale, l’assetto dell’amministrazione e dei servizi pubblici, il rapporto tra pubblico e privato; cambia anche l’immagine della città che inaugura una stagione ricca di restauri e aperture di nuovi musei, istituisce undici nuovi parchi e riporta di nuovo tra i suoi programmi i grandi interventi di architettura contemporanea.

Dopo anni di immobilismo la città, dove sino a quel momento si erano tenute sole sperimentazioni sull’edilizia residenziale pubblica e sul restauro del patrimonio storico e archeologico, vede per la prima volta la programmazione e l’avvio di progetti di architetti di fama internazionale: il nuovo Auditorium di Renzo Piano, il MAXXI di Zaha Hadid, il Ponte della Musica di Buro Happold etc, il Macro di Odile Decq, la Nuvola di Fuksas, la nuova Stazione Tiburtina di ABDR, il Museo dell’Ara Pacis e la Chiesa Dives in Misericordiam di Richard Meier.

Le opere di architettura pianificate in quegli anni vengono, seppure lentamente, realizzate, così come gli infiniti cantieri per i prolungamenti delle linee metropolitane; inoltre si programmano una serie di interventi di minore rilevanza mediatica, ma importanti segnali di un tentativo di diffondere un nuovo standard qualitativo per l’edilizia romana: il polo vescovile di Santa Maria della Presentazione di Nemesi, il centro di quartiere al Laurentino di Cupelloni, la torre Eurosky di Franco Purini, le palazzine di S. Cordeschi a Porta di Roma, il rinnovamento del Palazzo delle Esposizioni, il centro commerciale di Porta di Roma, la realizzazione di nuove scuole alla Romanina e a Massimina.

Sino alla crisi economica globale sono effettivamente molti i risultati raggiunti in termini di polarità urbane riattivate – Eur, Ostiense, Tiburtina, Flaminio – e in termini di crescita di PIL, reddito pro capite e flussi turistici; dati meno positivi, invece, quelli legati all’innovazione, alla risoluzione delle diseguaglianze tra cittadini di zone diverse, alla rivitalizzazione del centro storico non solo in termini ricettivo-commerciali, ma sotto il punto di vista dell’identità, dell’urbanità, del rapporto con il contemporaneo. 

 

La scena attuale: spazi da ripensare

Nonostante il fermento di fine anni Novanta ed inizio anni Duemila, al momento la scena romana sembra però sostanzialmente immobile: se molte centralità strategiche del nuovo P.R.G. sono state avviate nell’ambito della città consolidata, su periferie e centri storici restano ancora molti nodi da risolvere.

Tuttavia, la realizzazione degli interventi degli ultimi venti anni dislocati nei diversi ambiti del territorio comunale permette di ragionare su nuovi scenari, aprendo nuovi spunti di riflessione per una trasformazione sistemica della città.

Una città estesa, diffusa ed eterogenea, infatti, non si programma solo dall’alto, ma deve rigenerarsi, come le cellule, a partire dal proprio interno, sfruttando tutte le potenzialità offerte dal proprio territorio come occasioni di trasformazione, di rilancio economico, di definizione di nuove attrattive.

Una città storica e storicizzata non può non pensare la propria rigenerazione senza fare i conti con il patrimonio culturale che accoglie, senza imparare a trasformare i vincoli in opportunità.

Roma, oggi, si trova ancora a dover fare i conti con numerose strutture situate su tutto il proprio territorio che rappresentano delle grandi enclave spesso prive di funzione e che potrebbero costituire un trampolino di lancio per numerosi quartieri: le piattaforme ottocentesche dismesse, le periferie di I e II PEEP (Tor Bella Monaca, Corviale, Tuscolano etc), la rete di infrastrutture dismesse e/o interrotte, i grandi complessi storici in abbandono i cui processi di recupero e restauro sono iniziati da decenni e, ancora inconclusi (ex Mattatoio, ex Caserma Lamarmora nel complesso di San Francesco a Ripa, Arsenale Clementino).

Al suo interno la città già possiede un capitale immenso di sperimentazione, che attende solo di essere inserito in un’opportuna cabina di regia in grado di operare una strategia di insieme e mettere in campo operatori economici illuminati, disponibili, consapevoli.

Oggi, a differenza di venti anni fa, anche il centro storico deve necessariamente entrare a giocare questa partita.

 

L’opportunità dello Smart Heritage

I siti UNESCO e la costellazione di monumenti che punteggia la Capitale non possono più essere intesi come soli punti di interesse turistico e culturale, come soli elementi da tutelare, ma vanno riletti, restaurati e soprattutto valorizzati anche nell’ottica di un loro ruolo nei processi urbani.

Nel centro di Roma, oltre l’Ara Pacis ed il pluridecennale Progetto di Piazza Augusto Imperatore, numerose aree sono ancora in corso di riscatto; basti pensare che la Casa della GIL di Luigi Moretti, luogo dell’educazione fisica e morale dei giovani balilla degli anni ‘30, oggi contenitore privilegiato per mostre, spettacoli, eventi e cultura, ha riaperto al pubblico solamente nel 2017, dopo oltre quaranta anni di chiusura.

Smart heritage non può significare solamente il ricorso alle tecnologie dell’informazione per un utilizzo innovativo di musei, mostre e siti archeologici, ma deve necessariamente significare delineare reti sistemiche di siti culturali la cui fruizione, anche mediante strumenti digitali, riattivi l’intero tessuto urbano definendo nuovi percorsi in grado di riattivare micro e macro economie.

Oggi ci troviamo ancora a completare un ampio complesso di opere di restauro e valorizzazione iniziate alla fine degli anni Settanta, volte a restituire dignità architettonica e urbanistica a immobili di pregio caduti in disuso da anni, che possono ridare qualità non solo ai quartieri periferici, ma anche ai tessuti storici e consolidati della città, oramai picchiettati da numerose situazioni di degrado e sempre meno popolati.

Non solo: questo ampio e lento processo di rigenerazione non può non tenere conto di quanto scoperto e ritrovato durante anni di lavori e cantieri in cui la città si è rivelata essere un vero e proprio palinsesto in grado di restituire i processi di stratificazione architettonica e di trasformazione urbana. La componente archeologica non può più costituire solo un vincolo alla realizzazione di infrastrutture e alla fondazione di nuovi edifici.

L’inaugurazione, nel 2018, della Stazione Metropolitana San Giovanni della linea “C” rappresenta in questo caso l’apertura di uno spiraglio di speranza verso il futuro: il progetto, redatto dal Dipartimento di Architettura e Progetto dell’Università di Roma “La Sapienza”, nelle persone dei proff. Lambertucci e Grimaldi sulle prescrizioni del MIBAC, è stato infatti sviluppato con l’intento di restituire il carattere stratigrafico dei luoghi secondo quanto emerso durante lo scavo, coniugando l’infrastruttura di trasporto alla narrazione della storia della città.

L’intervento è la testimonianza che infrastruttura, storia e architettura possono coesistere e che il grande patrimonio culturale di Roma, sia visibile che sotterraneo, può e deve essere considerato un volano di sviluppo per la rigenerazione della città nella sua interezza, un sistema in grado di coniugare il peso della storia con le esigenze del contemporaneo, configurando un nuovo tipo di economia urbana che veda il patrimonio storico non solo come un fotogramma immobile del tempo passato, ma come motore di trasformazione per il tempo futuro.

 

[1] Robert Venturi, Complessità e contraddizioni nell'architettura, Dedalo, Bari, 1980.

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