DIGITALE

Semplificare i processi con il BIM

Come cambia la progettazione alla luce della digitalizzazione e come approfittare delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia.

Riccardo Perego

12 GIUGNO 2020
digitale, bim, tecnologia, progettazione, edilizia e innovazione

Uno degli effetti più rilevanti della pandemia è stato evidenziare in maniera drammatica l’incapacità dell’amministrazione pubblica a dare risposte rapide e compatibili con la situazione critica che si è determinata. In particolare, generale è stato il coro di denuncia sull’urgente necessità di procedere a una semplificazione dei meccanismi decisionali, favorendo un processo di sburocratizzazione in grado di aiutare l’economia a ripartire.

La rilevante immissione di risorse finanziarie volte a sostenere il tessuto produttivo si accompagna a una ampia consapevolezza sull’importanza di accelerare l’attività edilizia, sia privata che pubblica. Da sempre il ruolo anticiclico delle costruzioni acquista un’importanza particolare in situazioni di crisi economica. Ma la loro efficacia dipende moltissimo dalla capacità del sistema di liberare risorse e competenze, sapendo cogliere le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica ed oggi dalla digitalizzazione.

Le criticità maggiori riguardano, sul fronte delle opere pubbliche, da un lato i processi decisionali, dall’altro le procedure di gestione. In entrambi i casi la digitalizzazione ne costituisce una soluzione.

Come ha recentemente dichiarato Bankitalia in un servizio apparso sul Sole24Ore, sarebbe profondamente sbagliato mantenere ancora oggi valida la contrapposizione fra rapidità delle gare d’appalto e il loro rispetto delle regole della concorrenza: l’introduzione di processi digitali potrebbe invece favorire entrambi gli obiettivi.

Ad esempio, l’e-procurement, con la produzione di capitolati digitali e computabili (cioè con richieste di requisiti definiti da norme e misurabili), faciliterebbe il controllo e il confronto dei requisiti fra i vari offerenti, mentre progettazione e costruzione in BIM ridurrebbero drasticamente le possibilità di interferenze fisiche o logiche fra progettazione e cantiere, riducendo quindi i tempi e i costi necessari.

Se guardiamo poi alla manutenzione delle opere, il Lifecycle BIM può comportare risparmi fino al 20% del costo complessivo dell’intero ciclo di vita dell’opera (valutazione UE, ripresa anche da Bankitalia nel servizio sopra citato), e dunque possiamo facilmente comprendere l’entità del beneficio che ne deriverebbe, sia per i committenti che per gli appaltatori.

Quindi mettere al centro di un programma di digitalizzazione l’edilizia consentirebbe al Paese di fare un salto sul piano degli investimenti fissi, dotandosi di quelle infrastrutture da tempo necessarie a renderlo più competitivo. Attraverso un uso diffuso del BIM le amministrazioni pubbliche e le stazioni appaltanti potrebbero razionalizzare la macchina gestionale, aumentando le proprie competenze tecniche e digitali, acquisendo una mentalità nuova e più rispondente ai tempi. Tutto ciò si trasformerebbe in processi più rapidi e trasparenti, ma anche meno costosi e tenuti sotto controllo sul piano dei tempi di costruzione. Con, non ultimo per importanza, un vantaggio significativo sul piano della manutenzione e della gestione dell’opera una volta resa funzionante.

Bisogna poi tenere presente anche l’altro grande obiettivo (oltre alla digitalizzazione) dichiarato dalla Commissione UE di Ursula von der Leyen: la sostenibilità ambientale. Anche in questo caso, però, scopriamo che le due mete hanno un percorso in comune da affrontare. Infatti praticamente in tutti i progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea che riguardano la misurazione e quindi il miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici partono da modelli di lifecycle BIM (BIM integrato con i dati IOT dei sensori e i dati GIS del territorio), e quindi si conferma che la digitalizzazione è un must non solo per gli obiettivi di rapidità e trasparenza, ma anche per la sostenibilità futura delle opere.

Ma se a questo punto è chiaro che la digitalizzazione è un prezioso e stretto alleato di rapidità (e quindi sburocratizzazione), trasparenza (e quindi lotta alla corruzione) e sostenibilità ambientale (e quindi efficienza energetica), quali sono gli strumenti concreti necessari per farla decollare definitivamente nella filiera delle costruzioni?

Dal punto di vista della modellazione geometrica, assistiamo a continui progressi della tecnologia, ora anche con l’ausilio di realtà virtuale e/o aumentata. C’è invece ancora molto da fare per la digitalizzazione dei processi, prima, durante e dopo la fase di modellazione, a cominciare da una catalogazione “digitale” dei componenti per l’edilizia.

In questo scenario infatti un aspetto fondamentale riguarda la possibilità di dotare il sistema Italia di uno strumento informativo e di valutazione, ma anche operativo relativo al catalogo dei prodotti e dei materiali, dove poter acquisire non solo delle informazioni tecniche, ma anche relative alle caratteristiche rispetto al quadro normativo e in termini di rispondenza alle regole ad esempio in materia di sostenibilità e di impatto ambientale. Una piattaforma in grado di consentire da un lato alle committenze di valutare le scelte costruttive e dei singoli prodotti e soluzioni, dall’altro a progettisti e operatori della filiera di poter acquisire tutti gli elementi utili da inserire nel modello digitale in una logica di interoperabilità. Con il progetto BIMReL, la piattaforma promossa e realizzata da One Team insieme a Politecnico di Milano e Trace Parts, e con il parziale contributo di Regione Lombardia si è voluto dare una risposta concreta a questa esigenza. Ora si apre una nuova fase, quella del suo migliore e più diffuso utilizzo, anche attraverso un’azione congiunta tra pubblico e privato nell’interesse comune.

È chiaro che una “rivoluzione digitale” (come tutti i grandi cambiamenti) avrebbe un suo prezzo da pagare: sempre Banca d’Italia, nell’articolo citato in precedenza, accennava al fatto che probabilmente è sbagliato pensare di far crescere in parallelo le attuali 30-40.000 stazioni appaltanti pubbliche italiane, mentre un processo di selezione o accorpamento e di potenziamento delle migliori potrebbe dare risultati molto migliori e in tempi più brevi. Resta comunque il fatto che siamo di fronte ad un momento di grande discontinuità con il passato, e quindi di scelte importanti: la nostra generazione lascerà (ormai è inevitabile) una montagna di debiti a quelle che seguiranno. Che siano almeno serviti a modernizzare le infrastrutture del nostro Paese.

In conclusione, faccio mie le tre proposte avanzate da Assobim al Governo di puntare su un rafforzamento del DM 560/2017, su misure di incentivazione e sostegno verso le stazioni appaltanti pubbliche più meritevoli e su interventi concreti per il supporto e la diffusione di strumenti utili alla digitalizzazione dei processi nella filiera delle costruzioni, dalla informatizzazione dei cataloghi dei componenti per l’edilizia alla loro messa in opera e manutenzione, sapendo valorizzare investimenti e piattaforme di valore  quale ad esempio BIMReL.

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