DIGITALE

Scenari post-virus: verso una new old economy?

L’economia post-virus cancella il low-cost, ma per l’industria delle costruzioni può voler dire lavoro più qualificato e meglio pagato, più efficienza, più tecnologia e anche nuovi spazi di mercato che si aprono.

Stefano Caratelli

13 LUGLIO 2020
industria, economia, lavoro, manifattura, rivoluzione, sviluppo e covid19

Sembra che due prodotti della globalizzazione, che ha segnato l’evoluzione delle economie e dei comportamenti sociali nel primo ventennio del terzo millennio, siano entrati in rotta di collisione. Parliamo dell’economia low-cost, il prodotto più originale della globalizzazione, fatta di una combinazione di digitalizzazione, basso costo del lavoro esportato dai paesi emergenti anche a quelli sviluppati e alto rendimento del capitale, e delle conseguenze della pandemia del Covid-19, anch’esso un prodotto genuino ma più recente della globalizzazione e figlio in qualche modo anche del low-cost. Basti pensare al ruolo avuto nella diffusione del contagio dai movimenti di massa, da un capo all’altro del pianeta accessibili al prezzo di una corsa in taxi. La nuova attenzione alla sicurezza di processi produttivi e persone indotta dal Covid-19 non finirà con il virus, e comporterà un aumento dei costi, ma anche della qualità del lavoro e delle professionalità impiegate, che probabilmente si tradurrà in un aumento dei redditi, e magari anche nel ritorno di un po’ d’inflazione.

Il filo conduttore della digitalizzazione non si è interrotto, anzi

Il low-cost sembra proprio la vittima predestinata del futuro post-virus, che potrebbe essere un parziale ritorno alla ‘old economy’ ma con il filo conduttore della digitalizzazione: un trend che esce sicuramente rafforzato e accelerato dalla crisi della pandemia. Cosa vuol dire per l’industria globale delle costruzioni, che sicuramente era rimasta indietro nella transizione digitale e invece aveva fatto ampiamente ricorso al low-cost favorito dalla disponibilità di manodopera migrante a bassa qualificazione? Una prima generale conseguenza, oggetto di dibattito in America, potrebbe essere un approccio ‘olistico’ ai nuovi progetti e in particolare al tema delle smart city. La pandemia ha colpito tutto il pianeta, ma in modo estremamente differenziato da regione a regione e da città a città. Quello che funziona a Wuhan non funziona a Stoccolma e quello che funziona a Palermo non funziona a Bergamo. Questo vuol dire una rivisitazione della digitalizzazione: non più lo strumento per realizzare un modello universale, ma per trovare la soluzione unica che risponde a esigenze locali, sociali ed economiche altrettanto uniche.

Un grande processo di de-materializzazione

Un altro impatto importante generale si avrà su tutta la parte de-materializzabile, per così dire, del processo di costruzione di abitazioni, infrastrutture e città. Tutta l’attività fisica relativa ai progetti potrà facilmente essere spostata sul virtuale e sul remoto, così come buona parte dell’attività finanziaria. Ci sono già diversi casi, segnalati su Civiltà di Cantiere, di transazioni immobiliari per centinaia di milioni di dollari avvenute completamente da remoto, senza alcun sopraluogo sul campo da parte dell’investitore. Anche tutti i percorsi regolatori, fatti di autorizzazioni, certificazioni, licenze, etc. possono tranquillamente diventare virtuali, grazie al digitale e a tutte le altre applicazioni collegate.

Il vecchio cantiere cambia faccia

Il discorso diventa più complicato quando, dagli uffici virtuali di progettisti, banche e amministrazioni, si scende sul campo ‘fisico’ dell’industria delle costruzioni, vale a dire il vecchio ma ineliminabile cantiere. Qui, con la riapertura dopo il blocco autoimposto per contenere il virus, ci si trova di fronte a problemi che non erano mai stati presi in considerazione, e che ora diventano fattori di cui tener conto non in una fase emergenziale, ma nel lungo termine.  La prima sfida riguarda la messa in sicurezza del cantiere dal punto di vista sanitario, compreso il distanziamento, non solo in loco, ma anche durante il trasporto, e i controlli all’ingresso, come disinfezione e misurazione della temperatura. Il tutto richiederà la dotazione di apparecchiature ad hoc e l’adozione di protocolli che si aggiungeranno a quelli per la protezione dagli infortuni. Il tutto inoltre non avrà standard globali o nazionali, come le attuali misure anti-infortunistiche, ma locali. Insomma un luogo di lavoro poco popolato, con procedure stringenti da seguire e dispositivi di sicurezza da gestire.

Un processo produttivo molto diverso con meno addetti.

A differenza della normativa anti-infortunistica, il controllo ovviamente non sarà affidato a ispettori ‘fisici’ che arrivano in cantiere, ma a software, sensori e altri dispositivi che da remoto verificheranno che tutto vada come deve andare. Un cantiere con meno addetti e attività di gruppo ridotte o inesistenti cambierà la natura stessa del processo produttivo, dalla progettazione e dal finanziamento fino alla consegna del manufatto. Se quest’ultimo ad esempio fosse uno stadio o una sede destinata a assemblee politiche o governative, si può immaginare lo sforzo tecnologico che servirà per riprodurre virtualmente una serie di situazioni ‘fisiche’ nei vari passaggi. Il tutto avrà come risultato finale sicuramente una maggior efficienza e razionalità, ma anche costi completamente diversi, a cominciare da quelli per il personale, che in nessuna fase potrà essere più forza lavoro generica.

Il fattore lavoro avrà cicli più lunghi

Almeno nella fase iniziale di transizione il fattore tempo subirà una dilatazione, anche qui con un impatto sul lavoro. L’impiego a giornata o a settimana diventerà impensabile, bisognerà prevedere posizioni da occupare per periodi lunghi, anche nella fascia di più bassa qualificazione. Molte attività potranno essere trasferite in remoto, con lo smart working, ma molte altre no, data la natura ‘fisica’ dell’attività di costruzione, e andranno affidate a personale qualificato con competenze tecnologiche elevate. Anche perché ‘sul posto’, vale a dire in cantiere, il lavoro sarà sempre più quello di assemblare e connettere alle reti di comunicazione e energetiche dei componenti realizzati altrove, e con un’alta intensità di automazione e robotizzazione. La prossimità del produttore/fornitore di materiali come il cemento non sarà più un fattore, ma lo saranno la versatilità del materiale e le sue caratteristiche per poter essere utilizzato riducendo al minimo l’intervento fisico umano.  

Parte del lavoro remoto sarà permanente, e cambierà la domanda

Allo stesso tempo cambierà radicalmente la tipologia di manufatti edilizi richiesti dal mercato. Per una quota importante dell’economia, soprattutto, ma non solo, nei servizi, il telelavoro diventerà una modalità permanente. Ricerche recenti stimano che tra il 5% e il 20% delle attività trasferite in remoto per l’emergenza virus diventeranno permanenti, il che vuol dire meno richiesta di spazi per uffici. Ma il distanziamento imporrà spazi più ampi per scuole e ospedali, mentre la focalizzazione sulla protezione delle fasce più esposte ad emergenze sanitarie, come gli anziani, spingerà la domanda del social housing. Per non parlare dell’impatto che necessariamente investirà le strutture di recezione turistiche, per il tempo libero o per la ristorazione. Si possono immaginare trasformazioni ancora più radicali, come stadi sportivi più grandi concepiti per contenere meno persone, o metropolitane che fanno viaggiare più convogli per trasportare meno passeggeri.

Verso una forza lavoro più sindacalizzata

Il risultato finale potrebbe essere che occorrerà investire di più in cambio di una remunerazione minore, sia da parte dei soggetti pubblici che privati. Ma anche che forse servirà una forza lavoro un po’ più leggera in termini numerici, ma sicuramente molto più qualificata, meglio pagata…E anche più sindacalizzata. In tutto il mondo i lavoratori delle costruzioni sono i meno sindacalizzati tra tutti i settori industriali, per l’effetto combinato dell’attrazione che l’edilizia esercita sulla manodopera che arriva con i flussi migratori e della discontinuità del lavoro. In America si è passati da un tasso di sindacalizzazione vicino al 90% nel dopoguerra a meno del 13% nel 2018. Ora c’è un’inversione, ancora a macchia di leopardo, indotta proprio dalle misure di sicurezza prese per evitare il contagio. Un altro fattore che andrà a incidere sui costi, ma anche in senso positivo sulla qualità è la rivoluzione sempre indotta dal virus nella catena globale delle forniture alle costruzioni. Nel 2019 circa un terzo di tutti i materiali usati nell’industria delle costruzioni americana proveniva dalla Cina, ora quella quota è crollata e non sembra un fenomeno temporaneo.

I cantieri edilizi somiglieranno alla Boeing di Seattle

Infine, la rivoluzione delle rivoluzioni. Come scritto prima, un cantiere con meno addetti meno a contatto tra di loro sarà sempre più un luogo di assemblaggio e collaudo che di produzione. La tendenza era già in atto da tempo per le infrastrutture, soprattutto di trasporto. Ma il virus sta imponendo una violenta accelerazione verso un’organizzazione del processo produttivo molto più simile a quello della grande industria manifatturiera, come l’aeronautica o la cantieristica navale, dove i grandi centri produttivi come Seattle per la Boeing sono centri di assemblaggio, test e collaudo di componenti che arrivano da ogni angolo del globo. Anche qui si parla di spendere di più, ma solo in termini di investimento iniziale, non di efficienza e di costi finali. E anche qui si parla di innalzamento verticale della qualità, e dei livelli retributivi, della forza lavoro. Assemblare e connettere alle reti di comunicazione e di energia componenti di elevato contenuto tecnologico non è la stessa cosa che aggiungere un po’ d’acqua alla betoniera del cemento che arriva dal ‘produttore’ a qualche chilometro di distanza. Ma il punto di caduta può essere alla fine una maggior efficienza, costi contenuti nel lungo termine, lavoro meglio pagato e in sicurezza. É la new old economy.

 

t

o

p