OPERE PUBBLICHE

Roma Capitale, la storia di uno scambio ineguale

Il progressivo degrado della capitale potrebbe derivare da fattori storici, oppure da errori dovuti a un processo di governance che non funziona.

Virgilio Chelli

09 SETTEMBRE 2019
città, roma, capitale, economia, governance, politica e agricoltura

Roma è probabilmente uno dei temi storico-politici che da sempre attira e continua ad attirare l’attenzione di studiosi o semplicemente scrittori di tutto il mondo. Il blog letterario del World Economic Forum, l’organizzazione ginevrina che ogni gennaio raduna sulle nevi di Davos, in Svizzera, l’élite globale dell’industria e della finanza, ha scelto come testo cui ispirare la discussione per il mese di luglio 2019 il libro SPQR, scritto nel 2015 dalla classicista inglese Mary Beard. Ovviamente ai frequentatori del blog del WEF interessa poco o nulla delle vicende attuali che affliggono la capitale italiana, l’ispirazione che cercano è probabilmente una chiave di lettura ‘imperiale’ della globalizzazione o del suo dopo. È interessante il fatto che la Beard non indaga, come moltissimi che l’hanno preceduta, sulle ragioni della caduta dell’impero romano, ma su quelle della sua creazione, che non sembrava rientrare nelle intenzioni dei fondatori dell’Urbe. Di recente la CNN è andata invece a cercare spiegazioni all’attuale degrado della capitale italiana da un altro storico, Matthew Kneale, autore di ‘Roma, una storia di sette saccheggi’. Il primo risale a Brenno, l’ultimo al periodo che va dal 1870 al 1943 con i Sabaudi e Mussolini accomunati dal fatto, secondo ovviamente Kneale, di aver usato la città eterna come ‘trofeo ideologico’.

Questa natura di ‘trofeo ideologico’ implica che Roma vive in qualche modo di rendita, anche se non fa decisamente la bella vita, sui suoi 2000 e passa anni di storia, per cui i suoi fallimenti non rappresentano un metro accurato per valutare l’opera di chi la governa. In effetti, la storia di Roma capitale d’Italia è diversa da quella di tutte le altre capitali europee, da Parigi a Madrid fino a Londra, che sono state il nucleo forte attorno a cui sono stati costruiti i moderni Stati nazionali. Forse c’è qualche somiglianza con Berlino, capitale della potenza unificatrice della Germania, la Prussia, come il regno sabaudo lo è stato per l’Italia. Solo che Torino non gli bastava e aveva bisogno di mettersi l’Elmo di Scipio. Il paragone con Berlino calza anche per i tempi più recenti, quando la Germania riunificata ha avuto bisogno di riappropriarsi proprio come di un trofeo della vecchia capitale.

Berlino somiglia a Roma anche perchè è in una regione non particolarmente sviluppata economicamente rispetto ai Länder più ricchi e avanzati, ma se la passa decisamente meglio del Brandeburgo da cui è circondata e da cui arrivano ogni giorno 100.000 pendolari. Proprio come Roma rispetto al resto del Centro-Nord e nei confronti del Lazio. Come Roma inoltre, anche Berlino potrebbe dover fronteggiare presto seri problemi finanziari, con un deficit annuo di bilancio che gli esperti stimano in 2 miliardi di euro, se entro il 2019 non dovesse essere rinnovato il ‘patto di solidarietà’, un programma inventato da Kohl e rinnovato nel 2005 per 156 miliardi di euro, che fornisce sostegno alle economie dei nuovi Stati Federali emersi dall’unificazione, e che viene finanziato da un’addizionale del 5,5% sulle imposte sul reddito. Fondi a cui Berlino, in quanto capitale federale e del Brandeburgo, attinge copiosamente. Berlino inoltre può contare sui fondi del Hauptstadsfinanzerungsvertrag, parola impossibile da scrivere senza l’aiuto del copia e incolla, che indica il sostegno finanziario per cultura, mobilità e sicurezza della capitale germanica, che in questo caso non si misura in miliardi ma in decine, massimo centinaia di milioni di euro.

Uscendo dai confini europei, il percorso per diventare capitali è molto diverso. Negli Stati Uniti d’America la scelta, che risale alle origini ed è diventata con la crescita dell’Unione una regola ferrea, è che la capitale di uno Stato non deve mai coincidere con la città più popolata o più importante economicamente. Albany è la capitale dello Stato di New York, Sacramento della California, Austin del Texas, Springfield dell’Illinois e Tallahassee della Florida. Il motivo è semplice e razionale, come molte cose nella governance della superpotenza: evitare che la città più forte faccia solo i suoi interessi a scapito di quelli del resto del territorio. In Sudamerica vige più o meno la regola europea, con la notevole eccezione del Brasile che la capitale se l’è costruita nuova di zecca nel 1960, dandole il suo nome e mandando in pensione Rio de Janeiro dopo 200 anni di servizio. In Asia è invece aperto il dibattito sullo spostamento delle capitali dalle megalopoli in situazioni urbane più gestibili, come nel caso dell’Indonesia, dove il Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha aperto un dibattito sulla delocalizzazione del governo da una Jakarta super-inquinata e affollata di nove milioni di persone.

Questione di governance

Il problema comunque, soprattutto per Roma ma anche per molte capitali del mondo, è la governance. L’amministrazione capitolina è gravata di troppi compiti, dalla mobilità ai rifiuti fino alla sicurezza, che potrebbero essere affidati ad agenzie autonome, non necessariamente con competenze circoscritte al perimetro del comune. Oppure si potrebbe pensare a un break-up, come si fa con le multinazionali troppo grandi che diventano monopoli o con le banche too big to fail e per questo anche too big to bail, vale a dire troppo grandi per lasciarle fallire ma anche troppo grandi per riuscire a salvarle. Uno dei grandi vantaggi di Milano rispetto alla capitale è di essere piccola, anche se l’area metropolitana è forse più vasta. Grandi ‘pezzi’ di città sono municipalità a se stanti, come Sesto San Giovanni. Ma le aziende dei trasporti e dell’ambiente coprono l’intera grande Milano, con un coordinamento con la Regione che funziona bene. L’Eur non potrebbe diventare un comune a sé? E perché non Prati-Balduina-Monte Mario? O l’immensa area da Ponte Milvio a Prima Porta? Ogni sub-sezione di Roma ha esigenze e problemi molto specifici da risolvere. Una capitale circoscritta al perimetro delle Mura Aureliane sarebbe sicuramente più gestibile e potrebbe affrontare meglio i problemi che sono solo suoi, come la valorizzazione del patrimonio monumentale e artistico, la congestione da turismo, etc. Il Quirinale e qualche ministero del centro potrebbero diventare musei e ospitare la sterminata quantità di opere oggi accatastate nei depositi, mentre qualche ufficio governativo potrebbe spostarsi nelle caserme di Prati.

Un break-up non svaluterebbe il trofeo della romanità a cui tenevano tanto piemontesi e Mussolini. Oppure si potrebbe addirittura fare a meno del trofeo. Roma non ha bisogno di essere capitale d’Italia per essere un centro di potere a livello globale, per questo bastano e avanzano il Papa e il Vaticano. Bologna, ad esempio, sarebbe una perfetta Washington italiana, manca solo un aeroporto all’altezza, l’alta velocità, le autostrade e la buona amministrazione ci sono già. E Roma potrebbe togliersi di dosso l’epiteto infamante di ‘ladrona’. Che poi, a ben vedere, i ladroni o supposti tali, dai tempi della Prima Repubblica e anche prima, sono scesi a Roma dal Nord, come Brenno, o saliti dal Sud, come i Vandali del sacco di Roma del 455 dopo Cristo, che pur essendo di origine germanica alla fine si erano stabiliti a Cartagine.

Abbattere il costo della distanza

E i posti di lavoro che, insieme al reddito che generano, verrebbero persi con la perdita dello status di capitale? Qui ci viene in soccorso uno studio recente della grande casa di consulenza Bain & Co. secondo cui il territorio rurale costituisce la più importante risorsa per lo sviluppo economico nei paesi avanzati, a cominciare da Stati Uniti ed Europa. Una risorsa, inutile dirlo, che a Roma e in tutto il Lazio abbonda. Bain parte dalla considerazione che le nuove piattaforme tecnologiche stanno abbattendo fino quasi ad annullarlo il ‘costo della distanza’, nel senso che un’infinità di cose e di lavori si potranno fare senza bisogno di spostarsi. Questo dovrebbe spingere gli investimenti nelle aree extra-urbane, dove la gente comincerà a spostarsi in cerca di una miglior qualità della vita, senza dover rinunciare a nulla di quello che oggi offre la grande città: da un lavoro magari ben pagato, alla disponibilità illimitata di beni e servizi. Una qualità della vita migliore fatta anche, se non soprattutto, di costi più basti per le necessità primarie: dall’abitazione fino ai trasporti, che forse in questo scenario non servirebbero quasi più, almeno per quanto riguarda i pendolari.

Lo studio calcola che entro il 2025 la popolazione ex urbana degli Stati Uniti potrebbe addirittura superare quella che vive nei grandi perimetri urbani, con un movimento paragonabile all’esodo degli anni ‘50 e ‘60 dai centri delle città alle villette mono o bi-familiari delle periferie con il praticello, il garage e il parco di fronte dove portare il cane. Le metropoli in questo scenario dovrebbero continuare ad attrarre le fasce estreme della popolazione: i redditi e le professionalità più elevati e quelli più bassi. Un capovolgimento rispetto a quello di qui abbiamo esperienza: finora il ‘costo della distanza’ è stato abbattuto concentrando persone e cose, ora la tecnologia lo elimina e ci si può disperdere. Sulla base di tutto questo possiamo provare a immaginare la combinazione di una governance meno accentrata su un sindaco e una grande municipalità cui fa capo tutto, e di un futuro fatto di alleggerimento demografico della metropoli a favore del territorio circostante, costituito dal Comune con il territorio agricolo più vasto di Europa, e da una provincia e una regione dove la vocazione agricola e quella turistica sono fondamentali.

Puntare sul rilancio dell’agricoltura

Teniamo conto che nel 2019 puntare sullo sviluppo del settore agricolo non vuol dire certo un ritorno al passato, ma una scommessa sul futuro. Dalla Grande Crisi del 2008-09 l'agricoltura italiana è il settore che ha retto meglio in termini di crescita del prodotto e del reddito. Secondo i più recenti dati Istat, il peso dell’agricoltura sull’intera economia italiana è al 2,1% e, se si include l’industria alimentare, si arriva al 3,9%, con l’occupazione che cresce dello 0,7%. Mentre in termini di crescita generale l'Italia è il fanalino di coda europeo, non è così per l'agricoltura, visto che nella Ue a 28 aumenta la produzione, ma solo dello 0,6%, mentre scende ben del 3,8% il reddito agricolo. L’Italia si conferma così il primo paese europeo per valore aggiunto nel settore agricolo e il secondo per valore della produzione. Anche se in modo meno appariscente che in altri settori produttivi, l'agricoltura è tra quelli che ha tratto maggior vantaggio dalla rivoluzione tecnologica, non solo in termini di macchinari e sistemi che ormai sostituiscono in tutto le braccia umane, ma anche di digitalizzazione di tutto il sistema della logistica e dei trasporti, che ha 'avvicinato' mercati una volta irraggiungibili per produttori che non fossero grandi multinazionali.

La conclusione è che una ricetta possibile per tentare di superare l'ingabbiamento di Roma in quella che potremmo chiamare la 'trappola della capitale' è una rivoluzione della governance nel segno del decentramento, capace di assecondare i mega-trend in atto in tutto il mondo; un modello sviluppato come quello dell'abbattimento del costo della distanza e della rivoluzione tecnologica e digitale.

 

 

.

t

o

p