SCENARI

Ripresa senza edilizia

Inutile guardare al passato pre-crisi economica. Per rilanciare il settore bisogna guardare avanti e valorizzare l'esistente.

Marco Panara

20 LUGLIO 2017
edilizia, mercato, economia e rigenerazione urbana

Il grande malato dell’economia italiana ha nome e cognome. Si chiama Industria delle Costruzioni. E’ lì il buco più profondo scavato dalla crisi nel prodotto lordo, nell’occupazione, negli investimenti, nel crollo del numero delle imprese, nelle sofferenze bancarie. Nel 2007 il settore produceva l’11,6 per cento del pil, nel 2016 ha contribuito con l’8,1, tre punti e mezzo in meno. E’ una delle ragioni, forse la principale, per la quale fatto 100 il prodotto interno lordo del 2007, nel 2016 siamo a 93, ancora sette punti in meno nonostante il recupero (lento) degli ultimi tre anni. Il confronto con i principali partner europei è impietoso: rispetto al 2007 il pil della Germania ha 9,4 punti in più e quello della Francia 5,2, mentre alla Spagna manca solo mezzo punto per tornare ai livelli pre-crisi. Va detto, e spesso lo si dimentica, che in questi anni Spagna e Francia hanno registrato un rapporto tra il deficit del bilancio pubblico e il prodotto interno lordo ben più alto di quello dell’Italia, hanno quindi potuto stimolare la crescita più di quanto sia stato fatto da noi che, peraltro, avevamo già in partenza un debito pubblico molto più alto che ci frenava.

I consumi sono ripartiti - lentamente - dal 2014 (anche se siamo ancora a quasi cinque punti in meno rispetto all’era pre crisi) e gli investimenti anche. Inizialmente a tirare è stata l’auto, grazie al fatto che avevamo un parco vecchissimo: nel 2011 il 44 per cento dei mezzi in circolazione aveva oltre dieci anni di vita e di chilometri alle spalle (contro il 33 per cento per esempio della Francia). E’ il settore nel quale gli investimenti avevano avuto il crollo maggiore precipitando fino a meno 39 per cento nel 2013 rispetto al 2008. Nel 2014 però è cominciata la ripresa, alla fine del 2016 il crollo era dimezzato e il recupero è tuttora in corso. Poi sono ripartite le macchine industriali, grazie agli incentivi e poi ai super-ammortamenti e al fatto che anche lì l’invecchiamento cominciava a pesare. Negli investimenti siamo ancora 26 punti sotto rispetto a dieci anni fa ma almeno la tendenza si è invertita. Anche qui il confronto non è generoso, e d’altra parte la differenza nel recupero del pil è la sintesi di tutto ciò: in Germania in questi dieci anni i consumi sono cresciuti del 9,2 per cento e gli investimenti dell’8,9; in Francia i primi del 7,3 mentre gli investimenti hanno ancora il segno meno con una riduzione dell’1,7 per cento; i consumi e gli investimenti spagnoli sono più indietro di quelli italiani con una perdita rispettivamente del 5,8 e del 29,2 per cento. L’Italia nei consumi registra una riduzione del 4,8 per cento e negli investimenti del 26,3. Spagna e Italia sono i più colpiti dalla crollo dell’industria delle costruzioni.

L’export è l’unica area nella quale stiamo meglio rispetto al 2007 con un incremento dell’8 per cento, non abbiamo fatto bene quanto gli altri (la Germania ha fatto più 24 per cento, la Spagna più 27 e la Francia più 15) ma almeno lì la crisi è passata.

Dove invece non è passata affatto è il settore delle costruzioni. Se dal primo trimestre del 2008 alla fine del 2016 gli investimenti totali sono scesi del 26,3 per cento, ma sono in risalita, quelli nell’edilizia sono precipitati del 37 per cento e i segnali di recupero sono assai flebili. Dietro questo meno 37 per cento c’è la debolezza della ripresa italiana, perché quel numero vuol dire molte cose: vuol dire 600 mila occupati in meno, quindi 600 mila stipendi che non arrivano più con i problemi sociali connessi e, per l’economia, 600 mila famiglie che hanno dovuto tagliare drasticamente i consumi. Vuol dire 100 mila imprese scomparse, cancellate dalla mappa e dalle liste delle camere di commercio. Sono crollate di oltre un quarto quelle tra 2 e 9 dipendenti, del 40 per cento quelle fino a 49 dipendenti e di un terzo di quelle con più di 50 dipendenti. Ovviamente questa desertificazione del settore ha avuto il suo effetto sui conti delle banche, che hanno visto esplodere la quantità di crediti erogati a operatori del settore e finiti in sofferenza. Nel gennaio del 2012 le sofferenze bancarie lorde sui crediti alle imprese di costruzioni erano pari a 17,8 miliardi, a fine 2016 erano balzate del 143 per cento a 43,4 miliardi. Non invidiabile record tra tutti i settori: in agricoltura nello stesso periodo l’aumento delle sofferenze è stato del 69 per cento, nella manifattura del 41, nei servizi – quelli che si sono avvicinati di più – del 104 (partendo da una base più alta sono passati da 34,3 a 74,2 miliardi).

L’edilizia, ad aggravare l’impatto della sua crisi, non cammina da sola, è la locomotiva di un convoglio che traina il cemento e la siderurgia, i macchinari e le piastrelle, le rubinetterie e l’arredo, il tessile e gli elettrodomestici. Ferma lei tutti gli altri fanno più fatica (e quelli che si sono salvati lo hanno fatto grazie all’export) e possiamo considerare quasi un miracolo quell’asfittico più uno per cento intorno al quale balliamo.

Negli ultimi mesi, dopo l’ulteriore freno degli investimenti pubblici legato alla digestione (non ancora compiuta) della nuova legge sugli appalti, qualcosa comincia lentamente a muoversi, ma la crescita è di decimali. Il settore, al contrario dell’auto e dei macchinari e di altri comparti manifatturieri, non è in ripresa. Dopo il crollo è arrivata la stagnazione.

Non c’è da illudersi, né forse da auspicare, un ritorno ai fasti pre crisi. L’Italia è piena di case vuote e di capannoni abbandonati e di molte cose ha bisogno salvo che di nuovo cemento. Ma l’edilizia non è solo costruire, è anche ricostruire. Il nostro patrimonio è vecchio, il 54 per cento delle abitazioni ha più di 50 anni, un altro 21 per cento più di 70, e per una quota importante (una parte significativa dei due terzi del patrimonio complessivo che è stato edificato tra la fine della guerra e la fine del secolo scorso) è di bassa qualità. La vivibilità delle periferie urbane è bassa, portando con se il deterioramento della qualità sociale e il recupero edilizio e urbanistico delle periferie è una delle grandi sfide e  opportunità che abbiamo di fronte, insieme alle ristrutturazioni antisismiche e ambientali che non riguardano soltanto le maggiori città ma quasi tutto il tessuto del paese.

Da fare ci sarebbe molto, nel pubblico e nel privato. Fino a quando questa locomotiva non ripartirà, l’1,7 per cento di crescita del pil dell’eurozona dovremo continuare a guardarlo da lontano.

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