RIGENERAZIONE

Progettazione e responsabilità generazionale

Riflessioni e linee guida per la trasformazione territoriale e lo sviluppo sostenibile

Giovanni Battista Furlan

23 GENNAIO 2019
construction conference 2018, infrastrutture, edilizia, progettazione e rigenerazione

I principi fondamentali della progettazione

Per individuare gli elementi costitutivi di un’opera pubblica capace di diventare un lascito di valore per le generazioni future bisogna rivolgere innanzitutto lo sguardo indietro attraverso i secoli, addirittura i millenni, fino ad arrivare a Marco Vitruvio Pollione che intorno all’anno 15 a.C. ha codificato nel suo trattato “De Architectura” i tre principi fondamentali ai quali deve ispirarsi ogni manufatto edilizio. Ma negli ultimi decenni, pare che tra i progettisti moderni si sia persa la memoria di questa cosiddetta “Triade Vitruviana”: Utilitas, Venustas e Firmitas non sembrano più essere tenuti in considerazione come elementi irrinunciabili su cui fondare il processo progettuale.

Sul tema della (mancata) Utilitas viene subito in mente un filmato divenuto virale alcuni anni fa, in cui alcuni ragazzi giocano a pallone su un’autostrada deserta. Un video dal forte valore simbolico, quasi un’allegoria che mette in luce il paradosso di un’infrastruttura costruita senza verificare a fondo, quantitativamente ed in maniera analitica, i reali fabbisogni che doveva soddisfare.  Inutile soffermarsi a lungo sulla Venustas: tutti noi abbiamo in mente ad esempio i numerosi ecomostri che hanno deturpato, spesso irreversibilmente, le nostre coste. Quanto alla Firmitas, sono ancora negli occhi e nelle coscienze di tutti le tragiche immagini del crollo di Genova, un caso tristemente emblematico dell’atavica mancanza di manutenzione e monitoraggio delle infrastrutture.

 

Principi antichi e sensibilità moderna

Al giorno d’oggi, però, i suddetti canoni vitruviani sono condizione necessaria ma non più sufficiente per progettare e realizzare opere di valore. Uno degli elementi che è opportuno aggiungere alla base del classico schema triangolare è il consenso degli stakeholder.

A tal proposito, è necessario operare un radicale cambio di paradigma. Il progettista contemporaneo deve uscire dalla “torre d’avorio” in cui è sempre stato asserragliato, convinto detentore della “verità assoluta” e accettare osservazioni e critiche, senza pensare che sia un delitto di lesa maestà se viene messo in discussione il suo lavoro. Il consenso va acquisito strada facendo, con pazienza ed umiltà attraverso lo strumento del Dibattito Pubblico. Bisogna evitare di cadere nella cosiddetta sindrome D.A.D. (Decidi, Annuncia, Difendi), che consiste nel mettere sul tavolo un progetto già definitivamente confezionato con l’atteggiamento di chi dice: o prendere o lasciare. Piuttosto è opportuno adottare il metodo P.A.D.D. (Proporre, Ascoltare, Discutere, Decidere) e diventarne convinti assertori. Il coinvolgimento di tutti gli stakeholder deve portare ad una sorta di co-progettazione dell’opera, in cui tutti coloro che sono stati coinvolti a vario titolo possano vedere concretizzato il proprio contributo. In questo modo, è più facile prosciugare l’acqua in cui solitamente nuotano gli “squali” fautori del “no” a prescindere.

Altro elemento essenziale senza il quale l’equilibrio dell’intero schema rischia di essere compromesso è la sostenibilità economica, sociale e ambientale. Senza opportune garanzie di sostenibilità a tutela delle future generazioni, nessuna infrastruttura dovrebbe essere realizzata. La doverosa attenzione ai temi della sostenibilità sociale e ambientale impone la presa in carico degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile enunciati dall’Agenda Onu 2030, tra i quali vanno certamente ricordati l’accesso alle risorse idriche, l’incentivo all’utilizzo di energie rinnovabili, l’innovazione sostenibile, la sicurezza delle città e delle infrastrutture, la lotta ai cambiamenti climatici e la protezione del suolo e dell’ambiente marino. 

 

Strumenti di valutazione quantitativa “ex ante” per un’infrastruttura

In un’ottica di responsabilità generazionale, è opportuno dotarsi di strumenti efficaci che consentano anche di valutare quantitativamente la sostenibilità economica di ogni opera pubblica. Per le opere di nuova progettazione, il nuovo Codice degli Appalti ha introdotto uno strumento di vitale importanza, il progetto di fattibilità. Non più soltanto “Studio di Fattibilità”, il Progetto di Fattibilità assomma in sé le caratteristiche di quelle che in precedenza era le due fasi di Studio di Fattibilità e Progettazione Preliminare e consente di mettere in campo approfondimenti e analisi quantitative fin dalle fasi di avvio del processo progettuale, che sono le più determinanti nel vincolare l’utilitas finale dell’opera oggetto di progettazione. Un interessante grafico che illustra le curve di valore delle diverse fasi progettuali, ci dimostra come sia auspicabile investire maggiormente in approfondimenti progettuali nelle fasi iniziali per ottenere un incremento del valore finale dell’opera, anche a parità di costi totali di sviluppo del progetto. Per opere già progettate e magari anche avviate ma che si trovano in una fase in cui è ancora possibile intervenire con opportune modifiche, esiste invece lo strumento della project rewiev, che consiste nell’applicare criteri di valutazione oggettiva a progetti osboleti concepiti decenni fa e che non hanno subìto alcuna verifica di fattibilità nella fase iniziale, con l’obiettivo di riportare l’opera ai suoi tratti essenziali. Gli attuali progressi tecnologici, sia nel campo dei materiali che delle tecniche costruttive, sono in grado di limitare i costi di realizzazione, eliminando le inutili ridondanze del progetto secondo un approccio improntato al lean design.

 

 

La manutenzione, nodo cruciale dello sviluppo sostenibile

L’Italia è un Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni” scriveva il giornalista Leo Longanesi negli anni ’50, l’epoca in cui il Paese affrontava il dilemma della trasformazione da paese agricolo a potenza industriale. E il tema della manutenzione è tutt’oggi una delle piaghe costanti del sistema Italia. A tal proposito è opportuno ritornare a fare il punto sul concetto di firmitas, la quale non può che essere intesa come solidità e stabilità nel tempo. Anche in questo caso si rende necessaria una svolta paradigmatica: ogni opera deve essere nativamente e strutturalmente progettata per essere facilmente manutenibile nel tempo, anche a costo di maggiori oneri iniziali. Il rispetto del canone vitruviano della firmitas impone la predisposizione di un accurato Piano di Manutenzione, che fin dalle fasi di avvio del progetto preveda l’esecuzione di un monitoraggio continuo (sia visivo che strumentale).

In sintesi, dunque, una moderna opera pubblica vitruviana (ovvero progettata e costruita nel rispetto dei secolari canoni vitruviani, ai quali si aggiunge l’attenzione agli elementi contemporanei del consenso e della sostenibilità), ha una vita utile virtualmente eterna, diventando un’eredità di valore che si tramanda alle nuove generazioni, la cui demolizione e/o sostituzione può essere giustificata soltanto da un imprevisto cambio di funzionalità. Non abbiamo più scusanti: siamo in possesso dei più sofisticati strumenti in grado di offrire il massimo supporto alle attività di manutenzione e asset management (come ad esempio il BIM – Building Information Modelling) e grazie anche all’impiego delle più evolute tecniche di program e project management è possibile progettare, realizzare e soprattutto manutenere nel tempo opere ed infrastrutture di qualità, in grado di coniugare principi antichissimi con le esigenze della contemporaneità.

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