RIGENERAZIONE

Post sisma: ri-costruire il nuovo per non de-costruire la memoria

Da principio funzionale a messaggio culturale. Un confronto tra le posizioni dei maggiori architetti-urbanisti italiani sulla ricostruzione post-sisma.

Irene De Simone

29 MARZO 2018
ricostruzione, terremoto, antisismica, progettare, architettura e resilienza

Disorientamento. Forse è questo il sentimento più forte che si respira dopo un sisma.

Ogni volta che si presenta il terremoto, non solo in Italia ma anche nei Paesi maggiormente esposti al rischio sismico, come ad esempio il Giappone o il Cile, esso coglie impreparate le amministrazioni, spesso incapaci di gestire repentinamente l’emergenza e di vagliare le strategie di intervento. Il progetto di ricostruzione si trova ad affrontare - oltre alle difficoltà oggettive connaturate alla complessità della situazione - anche le incertezze e le contraddizioni della cultura architettonica e urbanistica contemporanea. Affrontare la ricostruzione post-sisma implica, difatti, sviscerare il complesso rapporto tra storia, memoria e progetto.

Si delineano due possibili strategie di intervento. La prima modalità è quella di ricostruire filologicamente tutto com’era e dov’era, secondo il celebre motto diffusosi dopo la ricostruzione del campanile di San Marco nel 1902 e diventato guida da seguire per la ricostruzione delle zone terremotate del Friuli. La seconda modalità è, di contro, la tendenza eterodossa di costruire il nuovo altrove: è il caso delle new town come la celebre città di Gibellina nella Valle del Belice (terremoto del 1968) o la realizzazione del famigerato progetto C.A.S.E. in Abruzzo (terremoto del 2009).

Mentre quest’ultima modalità di approccio suscita numerosi dubbi e polemiche, la riproposizione all’identique è certamente quella che permette di ottenere un più facile consenso in quanto rappresenta la proposta più rassicurante per gli abitanti, istintivamente inclini a prediligere uno scenario spaziale simile a quello in cui sono stati abituati a vivere, piuttosto che doversi misurare con una nuova dimensione estranea al loro vissuto territoriale. Se il com’era dov’era intercetta immediatamente il rimpianto nostalgico dei terremotati e li rasserena proprio evocando un passato distrutto all’improvviso, il nuovo, per la sua stessa iniziale indeterminatezza, genera ansia e inquietudine. Inoltre le esperienze spesso negative delle new town non contribuiscono certo ad abbattere la diffidenza verso tali strategie di intervento.

La cultura progettuale italiana è da sempre chiamata ad affrontare la questione della ricostruzione, tuttavia senza mai riuscire a delineare un iter applicativo valido sempre e comunque.

Gli architetti contemporanei, Renzo Piano in prima linea, condividono la necessità di saper vedere nella tragedia del terremoto un’opportunità di sviluppo, per rendere città e territori migliori di com’erano. La catastrofe di un terremoto non dovrebbe mai essere letta come evento tellurico che porta solo distruzione e morte, ma può e anzi deve essere vissuta come forza rigeneratrice che consente un riscatto civile, umano e culturale. L’interrogativo che dovrebbe porsi l’architettura italiana non dovrebbe essere più quello del com’era dov’era, bensì affrontare il come sarà.

La rigida applicazione della regola com’era dov’era, come afferma l’architetto Cino Zucchi, non implica solamente l’accettazione di realizzare un falso stilistico, ma suscita anche l’interrogativo di capire se, una volta perso un bene al quale eravamo sentimentalmente molto legati, valga veramente la pena rifarne una copia solo in virtù di una spinta emotiva: lo slogan com’era dov’era ha assunto, in tal senso, un significato più psicologico e antropologico che fisico-architettonico. Ma un bene perduto e tuttavia ricostruito può in realtà riempirsi davvero di nuova vita? Il concetto di “resilienza”, anche se ultimamente di gran voga, diventa in questo caso imprescindibile dall’essere utilizzato sia in riferimento alle persone, inteso come capacità dell’individuo di adattarsi e riorganizzarsi dopo il grande trauma del sisma, ma anche in relazione alla struttura fisica di una città o di un ambito urbano, che deve avere la capacità di sopravvivere e adattarsi alle nuove esigenze.

“La bellezza, l’ordinata composta distribuzione dei corpi e delle parti di un edificio è il primo fattore di resilienza al sisma”; per Francesco Venezia nel ricostruire il nuovo è di assoluta centralità il mantenimento di quei caratteri e criteri degni del patrimonio storico che va a integrare, per scongiurare il rischio di sparizione di quella qualità diffusa che ha reso tale il “Belpaese”. La ricerca della “bellezza sfregiata” è anche per Stefano Boeri (consulente speciale del Commissario straordinario per la ricostruzione) la sfida da vincere per ripopolare i territori del sisma. Una sfida progettuale, tra memoria e futuro, di una nuova dimensione del bello che, nella complessità di una condizione plurale, ritrovi nuovi temi per ripensare i luoghi.

Una provocazione in cui il fattore tempo gioca un ruolo determinante: in primo luogo bisogna sempre rimarcare il fatto che, se anche oggi si decidesse di ricostruire tutto esattamente come era, per farlo servirebbero almeno una decina di anni, un fattore questo che si scontra con le urgenze della popolazione sfollata. In secondo luogo è necessario ricordarsi che il tempo costituisce una variabile fondamentale della storia e della morfologia di una città che, a differenza di un’opera d’arte, è luogo di vita, rigenerazione e cambiamento. La città è per sua natura un ecosistema che interagisce con il tempo, successione stratificata di fatti urbani discontinui. Proprio perché la storicità di una città è connessa alla permanenza e alla stratificazione dei suoi tessuti, non può essere solo luogo dell’eredità da celebrare ma deve essere il teatro dell’esperienza contemporanea. Il rischio maggiore che si corre in Italia, come sostiene l’arch. Vicenzo Latina, è quello invece di votarsi alla assoluta conservazione per il timore o per la manifesta incapacità di interpretare la mutevolezza dell’esistente e in particolar modo della città storica. «Ciò che persiste è sempre ciò che si rigenera» (Bachelard, “L’intuizione dell’istante”) e l’immagine di una città deve necessariamente potersi evolvere nel tempo, essendo mutevole così come il mondo che ci circonda.

La matrice di una città è identificata anche dal legame umano che stabilisce con i suoi cittadini: i luoghi infatti hanno bisogno di rituali collettivi che permettano la trasformabilità dello spazio mantenendolo aderente al principio generatore originario. È necessario ricostruire il senso della comunità attraverso i luoghi simbolici e rituali dello stare assieme e ritrovare lo spazio come elemento primario della struttura urbana in grado di generare nuove identificazioni sociali. Proprio per questo Mario Cucinella, architetto particolarmente attivo nelle opere di ricostruzione post-sisma, sostiene che questa strategia di sviluppo deve nascere necessariamente da un percorso partecipato: la ricostruzione deve essere non solo un fatto funzionale, ma deve essere portatore di un messaggio culturale.

Si dovrebbe forse parlare di ricostruzione operata in modo “autentico” piuttosto che “identico”. La ri-costruzione dell’identico di fatto crea un falso e quindi de-costruisce la memoria. Il quesito che allora bisogna porsi tocca le sfere proprie della psicologia: è giusto cancellare e quindi dimenticare la memoria di un evento che, se pur tragico, rappresenta un fatto incredibilmente significativo della storia di una città? Questa esigenza di rimozione collettiva, che si manifesta come prima istanza da parte della popolazione, va davvero assecondata?

Molti esempi vengono in mente in proposito, ma forse quello più forte, anche se non connesso alla tragedia di un terremoto, è quello di Ground Zero a New York, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre: il nuovo progetto ha scelto di coltivare il ricordo della tragedia ricostruendo una nuova identità del luogo, una nuova memoria, frutto della successione storica degli eventi.

In conclusione, ogni luogo implicherà un ragionamento specifico perché la realtà da affrontare è estremamente differenziata ma di sicuro bisogna capire che non ha senso ricostruire ovunque tutto quello che c’era prima ma avere la consapevolezza di dover necessariamente convivere con il sisma in futuro. E allora come ricostruire? Sicuramente ricostruire meglio, ovvero restituendo piena importanza ad uno dei tre vertici della triade vitruviana: la firmitas. E poi intervenire ricercando una nuova venustas del luogo, integrando antico e nuovo, indagando quel rapporto tra tradizione e innovazione che - come afferma Franco Purini - costituisce il luogo centrale dell’architettura italiana e anche il suo più evidente limite.

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