RIGENERAZIONE

Politiche di sviluppo locale e nuova imprenditoria sociale

Un partenariato per la crescita inclusiva delle nostre città che deriva dalla forte sinergia tra nuovi modelli di governance territoriale e imprese dal forte impatto inclusivo, puntando su tecnologia e sostenibilità

Denise Di Dio

23 AGOSTO 2017
sociale, governance, territorio, pubblico e partnership

Le profonde trasformazioni socio-economiche e tecnologiche in atto negli ultimi decenni evidenziano la necessità di politiche e partenariati più efficaci sia nella risoluzione di problemi come la disoccupazione e l’integrazione degli immigrati, sia nella riorganizzazione delle dinamiche produttive dei territori, a partire dalla valorizzazione di asset abbandonati. L’assunzione di queste responsabilità, rispetto alle quali i governi nazionali faticano a rinvenire soluzioni strutturali, sta ricadendo sui comuni e sui loro amministratori, i quali, con pragmatismo e un po’ di ambizione, si trovano alla guida di un processo di cambiamento delle politiche pubbliche. 


Il passato recente delle politiche locali dimostra che se fare leva solo sulla realizzazione di grandi eventi e di importanti infrastrutture, anche finalizzate alla ricerca scientifica, può tradursi, nei casi migliori, in qualche ‘strattone’ allo sviluppo, più frequentemente conduce all’erosione della fiducia tra cittadini e amministrazioni, a causa soprattutto delle difficoltà a tradurre le attese maturate in posti di lavoro e crescita inclusiva[1]. In alcune città europee “post-industriali” si è cercato di avviare processi di rigenerazione meno verticistici, nei quali il legame con il territorio e i cittadini fosse più forte. Bilbao ne è un esempio: la trasformazione da città industriale, in decadimento a causa del collasso dell’industria navale e metallurgica degli anni ’80-‘90, è avvenuta investendo sui temi della cultura, della sostenibilità ambientale, della rigenerazione urbana. Nel 1997 l’apertura del Bilbao Guggenheim Museum guidò la rinascita socio-economica anche per i quartieri problematici della città e oggi l’area metropolitana ospita il primo Social Innovation Park d’Europa, dove imprese sociali possono disegnare e testare nuove idee e tecnologie spesso utili soprattutto al territorio circostante. 


In questi anni, come testimoniato anche dal rapporto realizzato da Anci con Agenzia Nazionale Giovani e Fondazione IFEL su “innovazione sociale e i comuni”[2], molte città italiane stanno cercando risposte diverse alle sfide locali, sperimentando processi che coinvolgono cittadini e imprese sociali. Esperienze meritevoli, quando non si riducono ad alimentare buzzword come sharing economy, co-design, crowdfunding, ma che dovranno a loro volta evolvere per rispondere a un contesto mutato. 


Negli Stati Uniti, forse complice l’elezione di Trump, si parla di una nuova fase della rivoluzione metropolitana[3] paventando uno scenario nel quale all’instabilità delle politiche nazionali e all’emergere dei nazionalismi e dei populismi, dovranno rispondere, più che gli Stati federali, proprio le città di medie e grandi dimensioni. Sempre su questa linea di pensiero, sul versante italiano trovano applicazione le interpretazioni “post-metropolitane”[4] che ci dimostrano come i flussi di capitali, di persone e di idee superino i confini amministrativi disegnando regioni urbane formate da grandi città e centri di medie e piccole dimensioni, e per le quali è urgente dotarsi di una guida unitaria sui temi della sostenibilità, abitabilità e governabilità. 


Città e comuni si trovano dunque dinanzi all’esigenza di compiere un passaggio evolutivo per risolvere soprattutto quei problemi (i cosiddetti “wicked problems”) la cui portata supera il potere di intervento di ogni singolo. Servono nuove politiche, nuove forme di governance, nuovi modelli finanziari capaci di integrare gli impatti di lungo periodo. Politiche che siano concrete e soprattutto flessibili. Si tratta di una trasformazione nella quale anche le più grandi città non potranno essere autonome, ma dovranno puntare sulle relazioni con vecchi e nuovi alleati, densi di risorse e competenze complementari. Solo così si potrà infatti creare una base solida sulla quale innestare con successo nuove politiche di sviluppo urbano. Per realizzare tali obiettivi, le comunità territoriali dovranno guardare con maggiore attenzione soprattutto all’apporto che potrà venire da una nuova forma di impresa, che sta oggi emergendo, e che in Italia è appena stata valorizzata nel decreto sul terzo settore uscito proprio in questi giorni, la nuova impresa sociale


Il ruolo dell’imprenditoria sociale di nuova generazione e le collaborazioni pubblico-privato

Le nuove imprese sociali sono organizzazioni che cercano di raggiungere i loro obiettivi primari, che sono di natura sociale, attraverso un modello imprenditoriale sostenibile e puntando sulla tecnologia. L'originalità di questa forma di impresa risiede nella capacità di generare nuovi business model basati sulla fornitura di beni o servizi che soddisfano esigenze sociali non coperte da altri attori, e anche nel loro caratterizzarsi come soggetti ibridi, che mirano a coniugare la generazione di impatti sociali misurabili e la realizzazione di profitto. Il fine di tali organizzazioni è perciò quello di produrre il maggior beneficio possibile per la società nella quale operano, rispetto al bisogno che hanno scelto di coprire; uno scopo che esse di norma perseguono anche mediante tecnologie che, divenendo sempre più accessibili, contribuiscono a rendere scalabili i loro progetti e il loro impatto sociale. 


Questa forma imprenditoriale è il risultato di un duplice processo evolutivo, che coinvolge parte del terzo settore e parte del settore for-profit. Nel primo caso riguarda organizzazioni che si stanno sempre più strutturando in termini di modelli di business e di governance, livello tecnologico, qualità delle risorse sia umane che finanziarie. Nel secondo caso, convergono verso questa forma di impresa sociale anche alcune grandi imprese corporate, che cercano di adattarsi alle sfide e alle opportunità generate da temi sociali come la sostenibilità ambientale. 


L’orientamento di questa nuova forma di impresa a intervenire sui problemi della società, mettendo a disposizione nuove tecnologie, prodotti o servizi è alla base del convergere tra tali attori e i responsabili delle politiche pubbliche. Una convergenza che sta spostando il focus dal “governo” alla “governance” degli ecosistemi locali, laddove il termine governance riconosce che la guida di una città non coincide con la sua amministrazione, ma è piuttosto il risultato, talora scomposto se privo appunto di una governance chiara, delle azioni di una rete fitta di istituzioni formali e informali, attori pubblici e privati, fondazioni, e, in misura crescente, di privati e società civile organizzata. Attori che generano ecosistemi vivi e politiche dal basso, che trascendono i confini amministrativi, e per i quali è necessaria una regia[5] sul modello di quella – ad esempio – di cui si sta dotando l’area torinese attraverso il Comitato per l’imprenditorialità sociale incardinato presso la locale Camera di Commercio[6]


Una regia che possa stimolare partenariati pubblico-privato facendo leva anche su strumenti finanziari capaci di valorizzare l’impatto sociale. Un esempio di come questi possano funzionare è a Treviso, dove in collaborazione con una multinazionale specializzata nella rigenerazione urbana, Land Lease, e una società di consulenza, PlusValue.org, si sta sperimentando un partenariato che integra una strategia di impatto sociale nella costruzione e gestione del nuovo Ospedal Grando. In particolare, è stato creato il fondo Ospedal Grando Impact Investing destinato a progetti che amplifichino l’impatto sociale dell’ospedale sul territorio, come – ad esempio – quelli finalizzati a ridurre le visite di emergenza e i tassi di ospedalizzazione attraverso sistemi di monitoraggio basati su tecnologie digitali.


[1] Si vedano i dati del rapporto “Trust, local governance and quality of public service in EU regions and cities”, pubblicato nel 2015 dall’Unione Europea attraverso il Joint Research Centre.

[2] IFEL, “L’innovazione sociale e i comuni - istruzioni per l’uso”, 2017.

[3] Interessante il dibattito innescato da Bruce Katz e Jeremy Nowak, intorno al tema del “New Localism” sul quale uscirà un’analisi di casi concreti il prossimo autunno.

[4] Balducci, A., Fedeli, V., & Curci, F. (2017). Post-Metropolitan Territories. Looking for a New Urbanity. Qui il sito del progetto, finanziato con fondi PRIN http://www.postmetropoli.it/

[5] Per approfondire si veda il lavoro di Christian Iaione presso il LABoratory for the GOVernance of the Commons (“LabGov“).

[6] A partire da giugno 2016 la Camera di commercio di Torino si è fatta promotrice del Comitato per l’Imprenditorialità Sociale (CIS) aggregando attori del terzo settore e della nuova imprenditorialità sociale, istituzioni locali, fondazioni bancarie e attori della finanza pubblica, incubatori sociali intorno all’idea di una nuova fase delle politiche di innovazione inclusiva e sviluppo del territorio. https://www.to.camcom.it/comitatoimprenditorialitasociale

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