PROGETTAZIONE

Oceanix, il futuristico nucleo urbano autosufficiente per il 2050

La città galleggiante proposta dall’ONU per i futuri rifugiati climatici

Asia Ruffo di Calabria

24 GIUGNO 2019
ambiente, sostenibilità, tecnologia, progettazione e clima

Come sappiamo, il surriscaldamento climatico non incide soltanto sulla qualità dell’aria che respiriamo o su quella dei cibi che consumiamo, ma determina anche l’aumento del livello delle acque. La sicurezza di circa 2,4 miliardi di persone è messa in pericolo da questi eventi.

Secondo la maggior parte degli scienziati,  se l’aumento delle temperature medie mondiali, in riferimento a quelle di epoca pre-industriale, rimanesse pari a 1,5 gradi Celsius, il livello dell’acqua aumenterebbe di 77 centimetri fino al 2100. Se, al contrario, la velocità dell’aumento continuasse al ritmo attuale, tale risultato sarebbe già raggiunto nel 2030. Inondazioni ed erosioni  colpirebbero la maggior parte delle città costiere provocando la fuga di milioni di persone.

L’ONU-Habitat è un’agenzia specializzata dell’ONU a Nairobi, in Kenya che sostiene e promuove le città durabili. Il 3 aprile scorso ha presentato il progetto di una città galleggiante, associandosi al Massachusetts Institute of Technology (Center for Ocean Engineering del MIT) e The Explorers Club, una associazione americana di geografia.

La città sarà composta da una piattaforma galleggiante di 15.000 metri quadri per 10.000 abitanti, tra i 5 e i 7 piani per assicurare sempre un baricentro basso. Sei  piattaforme verranno approvvigionate da droni e da trasporti in barche elettriche o in bicicletta, con la eliminazione di macchine e camion. Delle vere e proprie “fattorie marine” recupereranno l’acqua della pioggia e desalizzeranno l’acqua salmastra e in parallelo ricicleranno i rifiuti. Le costruzioni dovranno essere montate in modo tale da essere facilmente riparabili con elementi sostitutivi riciclati. Le abitazioni saranno in legno e bambù, prefabbricate sulla terra ferma e assemblate in acqua. Non esisteranno più frontiere tra le città/nuclei, stabilendo un nuovo modo di vivere la comunità. L’insieme sarà “ancorato” al fondo dell’oceano sui cui si impianterà attraverso delle fondazioni in bambù. L’elettricità sarà prodotta per via di un sistema eolico sottomarino (che sfrutta le correnti) e di pannelli solari.

Anche se gli ingegnieri coinvolti nel progetto stanno ancora cercando soluzioni per proteggere l’insieme da uragani, tsunami e inolndazioni, Marc Collins Chen, co-fondatore di Oceanix, assicura che il suo progetto resisterà a una tempesta di categoria 5, la più elevata secondo la scala Saffir-Simpson. Il complesso, così utopistico da sembrare irrealizzabile, è stato disegnato dall’architetto danese Bjarke Ingles (BIG), lo stesso delle città galleggianti per studenti a Copenaghen, ed è composto anche da isole disabitate destinate a captare l’energia solare o a coltivare alimenti secondo una struttura anti onde e anti tempeste.

Non si tratta assolutamente di fantascienza! Un aereoporto galleggiante è già stato costruito nella baia di Tokyo nel 2000, quasi vent’anni fa, e in Australia è stata installata un’industria di gas naturale di circa 3 ettari . Molti sono dunque i progetti di strutture galleggianti nel mondo che permettono di sfruttare in maniera intelligente e sostenibile gli oceani.

Non si conosce il sistema di finanziamento, ma è molto probabile che un suo prototipo verrà costruito sull’East River a New York vicino alla sede delle Nazioni Unite. Sarà l’occasione tangibile per scoprire se rimarrà un progetto sulla carta o oggetto di sperimentazioni più dettagliate.

 

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