ABITARE

Nella metropoli del futuro deve esserci posto per tutti

Cosa cercano i cittadini di oggi, rispetto a quelli di ieri, e come stanno cambiando i modelli

Virgilio Chelli

22 NOVEMBRE 2019
città, abitare, metropoli, cittadini e usa

A differenza di chi li ha preceduti, i baby boomer ormai in pensione e la generazione X che sta contando gli anni per andarci, i millennial amano la città, soprattutto i centri storici in cui non serve l’automobile per muoversi e dove i luoghi di ritrovo reali, come bar e ristoranti, si affiancano e si integrano con quelli virtuali dei social media. Ma a un certo punto, almeno in America, se ne vanno e migrano verso la provincia. Lo ha scoperto una recente inchiesta del Wall Street Journal secondo cui i nati dalla metà degli anni ’80 in poi, quando raggiungono l’età giusta per mettere su famiglia abbandonano i centri urbani per spostarsi nelle periferie estreme o addirittura in altre aree del paese a minor concentrazione metropolitana.

I millennial americani amano la citta’ ma se ne vanno controvoglia. Lo facevano anche i baby boomer, ma per ragioni opposte. Il sogno americano degli anni 60 prevedeva che la villetta con garage e prato davanti in un quartiere residenziale lontano dal centro e immerso nel verde fosse l’obiettivo da raggiungere, non importava se al prezzo di un’ora e mezzo o due di macchina tra andata e ritorno dal lavoro. I millennial invece se ne vanno controvoglia, per ragioni economiche. Un reddito appena decente può bastare a un single per campare nel cuore di una metropoli, ma non ci si campa una famiglia. E, come mostra il grafico 1, il fenomeno diventa più importante quando l’economia va meno bene.

 

 

  1. SPOSTAMENTI DA E VERSO LE GRANDI CITTA’ USA DELLA FASCIA DI ETA’ 25-39 ANNI

La concentrazione resta la regola delle metropoli leader

In Europa non ci sono evidenze statistiche, ma il costo di vivere nei centri metropolitani più ambiti: da Parigi a Barcellona, da Milano a Londra, è sicuramente molto più elevato rispetto ai centri minori, magari solo a poche decine di chilometri di distanza. Il problema è che i centri delle metropoli più all’avanguardia non attraggono solo i millennial, ma anche le eccellenze del sapere scientifico, le avanguardie tecnologiche, il mondo degli affari e i capitali. E più questo mix di fattori, tutti estremamente positivi, è concentrato, più sale il costo di tutti i beni e servizi, a cominciare da quello primario dell’abitazione. Così i centri metropolitani più ambiti rischiano di perdere una delle risorse più importanti per continuare ad esserlo: i giovani. Esistono alternative? A buon senso una potrebbe essere spalmare sul territorio quello che a Milano, Boston, Londra o San Francisco è concentrato in pochi chilometri quadrati. Ma a cercarle non si trovano facilmente storie di successo di questo tipo. In tutto il mondo la concentrazione continua a essere la regola, New York continua a crescere in verticale, in tutto il pianeta è una gara a costruire grattacieli sempre più alti in spazi sempre più stretti.

La storia di successo del pentagono toscano

Le megalopoli che crescono in orizzontale, da Delhi a Karachi, da Città del Messico al Cairo, non sono grandi storie di successo. Un caso di successo di dimensioni minori e anche poco studiato è invece quello della Toscana Nord-occidentale dove in un sistema pentagonale convivono a pochi chilometri di distanza uno dall’altro gli ingredienti che fanno girare l’economia ma senza l’effetto ‘torre d’avorio’ che contraddistingue le metropoli di eccellenza globale. Il pentagono ha il polo del sapere tecnologico a Pisa, capitale italiana di Internet, con l’università Sant’Anna, lo sbocco portuale mercantile a Livorno, l’industria a Pontedera dove ha sede la Piaggio, il commercio e le fiere a Lucca, il turismo a Viareggio e dintorni. Non è un modellino inventato a tavolino ma il risultato praticamente spontaneo di una fortunata congiuntura geografica, economica e sociale (studenti, imprenditori, manodopera qualificata). E’ un sistema che funziona dove l’unico limite sembra la non piena consapevolezza di essere una combinazione vincente e la conseguente mancanza di ambizioni.

Le utopie fallite delle metropoli costruite a tavolino

Le utopie della città perfetta sono una costante della storia dell’umanità, ma non hanno mai funzionato. Un esempio eclatante risale agli anni 60 del secolo scorso, si chiamava Minnesota Experimental City, o MXC, e fu immaginata dal visionario Athelstan Spilhaus, che nel 1967 si poneva il problema di un’atmosfera soffocata dai gas inquinanti, di consumi dissennati di acqua, e definiva i rifiuti come di una risorsa che non abbiamo ancora imparato a sfruttare. Spilhaus riuscì a raccogliere somme ingenti e a convincere NASA e Casa Bianca a sostenere il progetto, che doveva completarsi per il 1984, ma il tutto abortì molto prima. Sembra che nella squadra di scienziati che doveva realizzarlo mancasse un architetto, per cui gli spazi perfettamente efficienti ed eco-sostenibili immaginati risultavano poco ‘abitabili’. E qui torniamo al punto di partenza: la metropoli deve essere appetibile, ma anche accessibile, in termini economici soprattutto. Di città metropolitana del Nord-Est italiano si parla e si scrive da almeno un quarto di secolo. L’idea iniziale, ancora in buona parte valida, era di trovare casa in un sistema urbano diffuso al miracolo economico esploso nell’area a Est del fiume Adda fino a Trieste, a partire dalla seconda metà degli anni 70. Un sistema con tanti poli ma privo di un centro gravitazionale, che negli anni si è andato estendendo verso l’Emilia che oggi ne costituisce una parte importante e integrante. Quale è la chiave per costruire una ‘città metropolitana’ del Nord-Est vincente in Europa e nel mondo? Infrastrutture fisiche? Infrastrutture digitali? Eccellenza accademica e scientifica? Offerta abitativa moderna ed eco-sostenibile? Capacità di attrazione di capitali? Evidentemente sono tutti ingredienti importanti se non indispensabili. Il problema è come si attivano e come si mixano. Prendiamo le infrastrutture fisiche. Gli investitori internazionali hanno fame di infrastrutture, perché producono un reddito costante nel lungo termine. Lo mostra il caso SAVE, il gestore dell’aeroporto di Venezia oggi posseduto in maggioranza da fondi francesi e tedeschi. Ma lo stesso investitore è riluttante a investire in ‘nuove’ infrastrutture, perché teme le lungaggini burocratiche e autorizzative, i cambiamenti di rotta in corso d’opera, il potere d’interdizione di minoranze esigue ma rumorose, e quindi sta alla larga e preferisce comprare l’esistente, magari efficentandolo e aumentando il reddito che già produce. E’ un peccato, perché l’investitore privato è più bravo ad allocare le risorse nelle cose che servono e a evitare quelle inutili che distruggono ricchezza (vedi Mose).

Serve una governance, e se non c’è va inventata

Il problema non è avere una mano pubblica che abbia soldi da spendere, ma una mano pubblica capace di creare le condizioni perché chi ha soldi da spendere li investa in quel territorio e non da un’altra parte. Vale per le infrastrutture fisiche ma anche per quelle digitali, per la ricerca scientifica e le localizzazioni di impianti produttivi, per l’edilizia abitativa e per tutto il resto. Le condizioni per attirare risorse economiche e umane di qualità non le crea questa o quella amministrazione, magari in conflitto o in competizione con quella confinante. Le crea un sistema governato, capace di fare delle scelte e di tenervi fede utilizzando lo strumento del consenso ma anche l’autorità e la capacità di imporsi. Alla fine è un problema di governance, che o c’è o non c’è, e se non c’è bisogna inventarla.

 

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