DIGITALE

Lavorare in remoto: la digitalizzazione e la necessità di nuovi equilibri

L’improvviso ricorso forzato al telelavoro ci obbliga a fare una riflessione sulle nuove modalità di interazione tra lavoratori e sulle soluzioni tecnologiche da adottare.

Paolo Cesare

29 GIUGNO 2020
digitale, lavoro, innovazione, covid19, smart working e tecnologia

La recente emergenza sanitaria correlata al COVID ha costretto milioni di lavoratori a mutare repentinamente le loro abitudini, obbligandoli, da un giorno all’altro, ad operare come remote worker per dare continuità alla loro attività professionale. L’assenza di alternative imposta dal contesto ha dato una nuova consapevolezza ad aziende e lavoratori sulle opportunità offerte da modalità di lavoro diverse da quelle tradizionali, basate sulla presenza del lavoratore in ufficio, con orari prestabiliti e, spesso, con il controllo formale di ingresso ed uscita dalla sede di lavoro. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un vero e proprio boom del remote working, che ha coinvolto milioni di lavoratori, contribuendo ad abbattere molte delle endemiche resistenze culturali rispetto alle nuove modalità di organizzazione della vita professionale di ognuno di noi. L’emergenza COVID è stata anche l’occasione per accelerare sul fronte dell’adozione di strumenti e soluzioni digitali: gran parte della forza lavoro del paese ha avuto la possibilità di scoprire e sperimentare nuovi modi di operare e collaborare, incentrati sull’impiego delle soluzioni tecnologiche di ultima generazione, che gli hanno permesso di continuare a lavorare contenendo gli effetti negativi del distanziamento sociale forzato. Se, come sottolineato da molti, la nostra vita non sarà più come prima, ciò è particolarmente vero per le modalità di lavoro, se si considera che il lavoro agile, in Italia, riguarda ormai milioni di persone e non più una minoranza.

Remote Working e Smart Working

Negli ultimi tempi, anche sull’onda dei cambiamenti sociali e dei nuovi trend culturali, si è molto abusato del termine smart working, anche nei testi dei numerosi decreti emergenziali emanati dal governo nel pieno dell’emergenza sanitaria. È opportuno sottolineare però, che il modo in cui hanno lavorato in questi mesi “da casa” milioni di persone, è apparso assimilabile a quello che un tempo chiamavamo telelavoro. Non è sufficiente lasciare il lavoratore a casa e dotarlo di strumenti e postazioni di lavoro digitali per parlare di smart working. Nel caso del remote working, ci si aspetta una sostanziale continuità in termini di risultati e di modalità operative; mentre con lo smart working è richiesto un approccio totalmente diverso, in cui cambia radicalmente il criterio di misurazione delle performance del lavoratore e il grado di autonomia di cui quest’ultimo dispone. Misurazione delle ore lavorate nel primo caso, raggiungimento degli obiettivi, senso di responsabilità e aumento della produttività nel secondo. In tal senso possiamo leggere anche le recenti richieste dei sindacati, che hanno proposto di istituire un tavolo per la scrittura di nuove regole a riguardo. È un dato di fatto che le modalità di lavoro agile coinvolgeranno sempre più lavoratori, affermandosi come una modalità consolidata per alcuni settori industriali. L’apertura di una nuova stagione contrattuale è necessaria per eliminare le zone di grigio che si sono create e fornire un quadro normativo chiaro per imprese e lavoratori: con il cambiamento delle modalità operative, degli spazi e dei tempi di lavoro sono necessarie nuove disposizioni in materia di sicurezza del lavoro e occorre identificare nuovi criteri di controllo e di misurazione della produttività.

Molto probabilmente, assisteremo al crescente utilizzo del lavoro agile (remote e smart) da parte delle grandi corporation e dei ministeri pubblici, spinti anche dai benefici conseguibili in termini di riduzione dei costi di locazione e di allestimento degli spazi di lavoro (già oggi le postazioni di lavoro della multinazionali sono insufficienti ad ospitare l’intero personale), di ritorno di immagine per l’adozione di politiche orientate alla riduzione dell’inquinamento (grazie ai minori spostamenti richiesti ai dipendenti per raggiungere la sede di lavoro),  incremento della produttività derivante da una maggiore motivazione per il risparmio di tempo e costi di cui il lavoratore beneficia con la limitazione degli spostamenti (spesso in contesti metropolitani con una mobilità complicata).

Cambiando le condizioni al contorno, però, cambia anche la prospettiva del lavoratore e la percezione dei possibili benefici del lavoro agile. Nella maggioranza delle città di dimensioni ridotte la mobilità non rappresenta una grande criticità; il dipendente preferisce recarsi presso la sede di lavoro, percependola come un luogo di confronto e di crescita personale e professionale. Per molte imprese di piccole e medie dimensioni “remotizzare” la maggioranza del personale potrebbe comportare, nel medio lungo periodo, una perdita di produttività. La marginalizzazione del lavoro in team (un mantra degli ultimi anni che sembra essere superato), la riduzione delle interazioni quotidiane tra risorse con diverse competenze e livelli di anzianità, che spesso danno vita a spontanei e fruttosi momenti di brainstorming, si pongono come dei freni al processo di intelligenza collettiva che funge da propulsore dei processi cognitivi. In questa direzione spingevano anche i modelli di coworking tanto in voga nell’ultimo decennio, che pongono l’interazione fisica tra figure trasversali come l’antidoto all’isolamento professionale e personale.

L’adozione di nuovi modelli lavorativi, affinché risulti efficace, richiede un’attenta riflessione sulle condizioni del contesto più idonee e sulle implicazioni che essa comporta sull’evoluzione dei modelli organizzativi e delle abitudini individuali, sulla riorganizzazione degli spazi residenziali e lavorativi in risposta alle mutate esigenze.

Nuovi paradigmi tecnologici

La digitalizzazione è il vero vincitore dell’emergenza sanitaria di questi ultimi mesi. Data per scontata dalla generazione dei nativi digitali, generalmente percepita come un agente di cambiamento ostile dalle generazioni più adulte, promossa collettivamente come elemento essenziale nell’adozione dei nuovi modelli di lavoro e di interazione sociale.  Il diffuso successo di Zoom – certamente ascrivibile alla sua semplicità di utilizzo – è l’espressione della nuova consapevolezza maturata da fasce della popolazione che ancora ignoravano le opportunità offerte dalle nuove soluzioni tecnologiche. La vera novità, pertanto, non è di matrice tecnologica - sostanzialmente un meeting su Zoom non ha nulla di diverso di una videocall su Skype, che rappresenta la normalità per la maggioranza di noi da circa due decenni – bensì sociale, ed è rappresentata dal nuovo atteggiamento di favore della massa nei confronti delle innovazioni digitali. Tale apertura rappresenta il punto di partenza per dare un impulso decisivo allo sviluppo massivo di quelle competenze digitali che sono necessarie per una trasformazione delle modalità di lavoro, e che travalicano la semplice videoconferenza (o videolezione). Le soluzioni digitali presenti sul mercato, infatti, sono già in grado rispondere efficacemente alle nuove esigenze lavorative sempre più caratterizzate da una forza lavoro distribuita sul territorio, flessibile e sempre meno ancorata ad una postazione fissa.

In un futuro non troppo lontano, assisteremo alla sparizione totale dei server fisici dai luoghi di lavoro con l’affermazione definitiva delle infrastrutture in cloud. Semplificazione gestionale, business continuity e data recovery, accessibilità da qualsiasi luogo sono i principali benefici del paradigma del cloud (non è un caso che Amazon, Google e Microsoft pongono tali servizi al centro della loro offerta). La redazione, lo scambio, l’archiviazione e la firma dei documenti sarà sempre più semplice con la diffusione crescente di soluzioni di document management: dropbox, google drive, office 365, solo per citarne alcuni, permettono di accedere ai dati via web, da qualsiasi dispositivo e in qualsiasi momento, anche in simultanea. La videoconferenza è ormai la nuova consuetudine per tenere dei meeting con colleghi, clienti e collaboratori. Sono tutti consapevoli che strumenti come Microsoft Teams, Cisco Webex, Zoom, Slack, Skype, solo per elencare le soluzioni più diffuse, permettono di organizzare riunioni collaborative in tempi rapidi, evitando spostamenti onerosi e superflui.

La strada verso la digital workplace è ormai segnata. E garantire un’eccellente Workplace Experience (WX) è ormai una necessità. Non sappiamo se in futuro, attenendosi alla recente dichiarazione del CEO di Twitter Jack Dorsey, “tutti i dipendenti lavoreranno da casa”. È invece certo che, secondo Gartner, “entro il 2020, la capacità della forza lavoro di sfruttare in modo creativo le tecnologie digitali rappresenterà la principale fonte di vantaggio competitivo per il 30% delle organizzazioni”.

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