OPERE PUBBLICHE

La sfida dell’Appennino

La ricostruzione dell’area appenninica colpita duramente dal sisma nel 2016 sconta ritardi rilevanti. Intervista a Giovanni Legnini, Commissario per la ricostruzione delle aree dell’Appennino centrale.

Marco Panara

20 NOVEMBRE 2020
ricostruzione, terremoto, appennino e commissario

Giovanni Legnini, già sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel governo Letta (2013-2014) e poi Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura dal 2014 al 2018, è dal 27 febbraio 2020 Commissario Straordinario per la Ricostruzione dopo il Sisma del 2016 e quello del gennaio 2017, i due terremoti che hanno colpito 138 comuni all’interno del cratere e altri 353 nelle zone limitrofe in Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. A lui abbiamo chiesto che situazione ha trovato.

“Confusa, non c’era una vera organizzazione della struttura commissariale, né procedure efficaci per provvedere alle attività di ricostruzione. A fronte degli 80 mila edifici privati colpiti, a fine giugno 2020 risultavano presentate meno di 14 mila domande di contributo, delle quali 5.325 accolte, 678 respinte e 7.945 in lavorazione. Di 1.450 edifici pubblici danneggiati e finanziati con le ordinanze sono stati ultimati i lavori in 86 edifici e ci sono altri 85 cantieri aperti. Su 942 chiese, ne sono state ripristinate 100 e ci sono 45 cantieri aperti. In quattro anni non può essere considerato un risultato soddisfacente”.

Dopo una settimana dalla sua nomina è arrivato il Lockdown, cosa avete fatto?

“La prima cosa è stata immettere liquidità in una economia già molto fragile, messa in crisi già dalla prima emergenza, quella del sisma. Abbiamo subito liquidato l’anticipo del 50 per cento delle parcelle ai tecnici sui progetti presentati e pagato i lavori fatti dalle imprese nei cantieri a prescindere dallo stato di avanzamento. Contemporaneamente abbiamo avviato una profonda revisione delle procedure. Facendo due calcoli avevamo constatato che per evadere tutte le pratiche con quei sistemi ci sarebbero voluti 24 anni… Andare avanti così non avrebbe avuto senso, cambiare le regole era un dovere”.

In Italia in genere le regole si aggiungono, non si cambiano.

“Utilizzando i poteri commissariali e chiedendo al governo interventi legislativi adeguati. Con una rivoluzione copernicana abbiamo mutato il ruolo degli Uffici Speciali, che non sono più i gestori della procedura, ma i controllori, con regole precise. Attuando una disposizione varata dal Parlamento nel 2019, abbiamo consentito ai tecnici di certificare la conformità urbanistica dei progetti e la congruità del contributo. I Comuni hanno 30 giorni per esprimere il loro parere, poi scatta il silenzio assenso; gli Uffici speciali hanno altri 30 giorni per valutare la pratica e concedere il contributo, trascorsi i quali scattano i poteri sostitutivi del Commissario. Con le vecchie procedure ci voleva oltre un anno, con le nuove in 70 giorni, massimo 110 per le pratiche più complesse, il contributo viene erogato”.

Grande responsabilità per i tecnici e anche molta fiducia nei loro confronti.

“Ai tecnici si richiede maggiore responsabilità e velocità, e per questa ragione abbiamo ottenuto da Governo la revisione dei compensi. Quanto alla fiducia è tanta ma non è cieca. Come gli Uffici speciali regionali anche i Comuni hanno soprattutto un ruolo di controllo. Una pratica su cinque a campione viene sottoposta a verifica nella fase di presentazione, poi sono previsti controlli anche sui cantieri nelle fasi successive all’erogazione”.

Cosa accade alle pratiche presentate prima di queste innovazioni?

“Potranno essere integrate e passare alla nuova procedura”.

È sufficiente questa rivoluzione copernicana a rilanciare la ricostruzione?

“L’accelerazione che poggia su queste basi e sul Decreto Semplificazioni varato dal Governo, che contiene anche norme specifiche per la ricostruzione è importante, ma non basta. C’è un altro aspetto fondamentale, la pianificazione nei Comuni che hanno avuto più danni. Nessuno ha ancora adottato i piani attuativi, ad eccezione di un piano di delocalizzazione a Civitella del Tronto, dell’adozione di 6 piani attuativi a Norcia e di pochi altri comuni che si accingono ad adottarli. Le procedure sono troppo lunghe e complesse. Con una nuova ordinanza è stato disciplinato il contenuto minimo dei piani attuativi e dei programmi straordinari di ricostruzione, le linee guida per garantire qualità e sicurezza nella ricostruzione e, nei limiti della legge, le deroghe possibili”.

Cosa vi aspettate dopo questi interventi?

“Quando innovi in modo radicale c’è un tempo di adattamento, per i tecnici e per gli uffici. Ci aspettiamo che il nuovo sistema funzioni appieno nei prossimi mesi e che in primavera si aprano 5 mila cantieri, l’obiettivo a regime è riuscire a spendere due miliardi l’anno”.

Tutto questo riguarda la ricostruzione degli edifici privati, ma quella degli edifici pubblici è ancora più indietro.

“È un problema generale, che non riguarda solo la ricostruzione nelle aree terremotate. Per cantierare un’opera pubblica nella migliore delle ipotesi ci vogliono 2-3 anni, il Decreto semplificazioni prova a ridurre questi tempi. Per le aree colpite dal terremoto lo stesso Decreto conferisce al Commissario poteri speciali che si possono rivelare preziosi soprattutto per i centri storici più colpiti”.

Cosa potrà fare il Commissario?

“Potrà individuare gli interventi più urgenti e assegnare i lavori con procedure semplificate. Stiamo valutando la possibilità di mutuare alcune procedure già sperimentate dalla Protezione Civile che potrebbero essere adottate in alcuni di questi casi riducendo drasticamente i tempi”.

Qual è il prossimo passo?

“Un testo unico per la ricostruzione privata che sarà ricognitivo ma anche migliorativo, cancellando quello che non serve e affinando quello che mostra di funzionare. In Italia purtroppo le catastrofi naturali non sono infrequenti e ridisegnare le norme e ricreare le strutture ogni volta come se fosse la prima fa perdere molto tempo, nel nostro caso 4 anni. Facendo tesoro di questa ed altre esperienze è possibile disegnare un modello di gestione e di intervento nelle ricostruzioni che potrebbe diventare generale”.

Le tante innovazioni che avete introdotto per la ricostruzione nelle aree terremotate potrebbero essere utilizzate anche nelle situazioni ordinarie?

“Non quelle legate all’erogazione dei contributi ovviamente, ma alcune cose che stiamo sperimentando potrebbero in effetti avere una applicazione anche per la gestione ordinaria. La disciplina dei controlli per esempio, mentre le linee guida per i Programmi di ricostruzione potrebbero essere adattate per i Programmi di rigenerazione urbana”.

Il terremoto, anzi, i terremoti, hanno colpito territori già fragili socialmente ed economicamente. Le aree interne soffrono un calo demografico vistoso e una rarefazione delle attività economiche. Insieme alla ricostruzione bisogna immaginare anche la possibilità di uno sviluppo, di una nuova vita. Da dove si comincia?

“È una sfida che riguarda tutto l’Appennino. Nelle zone terremotate il punto di partenza è una ricostruzione di qualità. Per lo sviluppo occorrono nuovi strumenti e risorse, come ad esempio quello che è stato adottato a L’Aquila, dove una percentuale dei fondi per la ricostruzione è stata destinata a progetti di sviluppo. Altre risorse potrebbero arrivare con il Recovery Fund. Occorre inoltre varare un regime di fiscalità di vantaggio per tutti i territori del cratere. Per essere attrattivi città e borghi devono essere sicuri, sostenibili e connessi”.

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