PROGETTAZIONE

La “decrescita infelice” si può fermare

Intervista a Alfredo Macchiati, docente alla Luiss Guido Carli di Roma sulla situazione critica in cui versa la nostra Capitale

30 SETTEMBRE 2019
roma, capitale, governance, città, servizi e rigenerazione urbana

Il titolo è “A proposito di Roma” ed è un saggio che riporta un’analisi realistica sulla situazione della città, sulle cause storiche del suo decadimento, sulle vie d’uscita. L’autore è Alfredo Macchiati, docente alla Luiss dopo esperienze nel Servizio Studi della Banca d’Italia e in istituzioni e grandi imprese come Antitrust, Consob, Enel, Ferrovie dello Stato.

Roma, secondo Macchiati, si trova in una condizione di grave crisi strutturale  e non si vedono forze in grado di sanare il malessere della città e orientarne l’evoluzione.

 

Come descriverebbe questa “crisi strutturale”?

 

Quando parlo della crisi di Roma intendo riferirmi al fatto che la produzione e i servizi offerti – sia pubblici che privati -  stagnano, se non peggiorano, e non sembrano esservi forze economiche in grado di modificare questa situazione. L’operatore pubblico, il Comune, non è in grado di intervenire né lascia spazio alle forze private, ammesso che ci siano.  I cittadini esprimono deboli forme di malessere e non esercitano una pressione per avere di meglio. Sembra essere intervenuta una forma di rassegnazione e non si determina la pressione necessaria per il cambiamento. C’è una domanda potenziale di servizi che non trova le forme per  trasformarsi in domanda reale, in quanto da  parte dell’offerta nulla si muove.

 

Non è una storia di oggi, nei quasi 150 anni trascorsi da quando è diventata Capitale, raramente Roma è stata ben governata.

 

Quasi mai in realtà, con le eccezioni dei sindaci Nathan, Petroselli e Rutelli, accomunati da una forte spinta per il rilancio della città, agendo su quelli che erano i suoi problemi. Nathan agì sul piano regolatore e sui servizi, Petroselli affrontò il problema delle borgate e Rutelli ha riordinato il Centro Storico e lavorato sui servizi. In almeno due casi quei sindaci si sono circondati da intellettuali – le vituperate élite - che avevano una visione, e questo dovrebbe insegnarci qualcosa.

 

Ma i periodi “buoni” non sono durati e la città è sempre stata risucchiata dalla palude. Perché?

 

La ragione principale potrebbe essere che è mancato il capitale industriale. Roma era una piccola città sede della Chiesa, i piemontesi la trasformano in Capitale della nazione dandole un ruolo burocratico, ma il capitale industriale non è arrivato, e senza quello una città non si modernizza. Non è arrivata la classe operaia, che può anch’essa essere una forza della trasformazione. E se una città non si modernizza esprime una classe politica arretrata. Le forze a Roma sono sempre state la rendita edilizia e la burocrazia, e la politica ha tutelato quelle rendite, senza porsi il problema o avere la volontà di andare oltre. Ricordo che la Dc degli anni ‘60 e ‘70 era ferocemente contro lo sviluppo industriale di Roma, esprimendo una forte spinta conservatrice.

 

Cosa resta della rendita fondiaria, è ancora una forza?

 

Sicuramente la crisi del 2008 l’ha ridimensionata, ma è ancora una forza.

 

Perché l’imprenditoria edilizia non è diventata borghesia?

 

Non so se non è diventata borghesia, certamente non è diventata borghesia industriale, perché i tassi di profitto della rendita erano tali da non rendere conveniente riorganizzarsi. Qualcosa è successo, ma molto poco, perché non c’era nessun incentivo a farlo.

 

Qual è il quadro della città oggi?

 

Sul piano sociale le città sono due, il centro e la periferia, diverse dal punto di vista anagrafico, dal punto di vista demografico, dal punto di vista culturale, dal punto di vista delle condizioni di vita, dal punto di vista dei servizi, oggi anche dal punto di vista dei flussi elettorali.

Sul piano economico, salvo l’industria farmaceutica, che nella provincia ha una presenza importante, il 10 per cento degli occupati è nel settore pubblico, l’incidenza delle attività professionali scientifiche e tecniche è di quattro punti percentuali inferiore a Milano e più bassa anche rispetto a Torino e Bologna; tra il 2011 e il 2016 il numero delle società per azioni è diminuito del 13 per cento mentre sono cresciuti del 30 per cento il commercio ambulante e del 150 per cento gli affittacamere, segno che cresce una economia di sopravvivenza e diminuiscono le attività strutturate. Il prodotto interno lordo non ha recuperato i livelli del 2008, mentre per esempio Milano lo ha superato.

 

C’è il turismo però, che è passato dai 5 milioni di presenze degli anni ’90 ai 12,5 milioni del 2017.

 

È cresciuto molto, un vero e proprio boom, ma non possiamo dire che sia cresciuto bene. È un turismo low cost, che sta trasformando il centro storico senza portare vero sviluppo. Rispetto a Londra, Parigi, Madrid, Barcellona e anche Milano la crescita è decisamente più bassa e le quantità inferiori: in termini di spesa di parla di 4,5 miliardi dollari per Roma rispetto ai 16 di Londra e agli 8,9 di Barcellona. I grandi alberghi a cinque stelle sono aumentati (e anche l’industria alberghiera dovrebbe forse concorrere diversamente alla soluzione dei problemi della città, vista la rendita di posizione di cui almeno una parte beneficia), ma manca il turismo congressuale e prevale largamente il turismo di massa che sta cambiando i connotati non solo fisici e commerciali ma anche sociali del centro storico, che rischia di perdere la sua identità. Le altre grandi metropoli d’Europa hanno cominciato ad affrontare la questione del turismo low cost, degli affittacamere e questa dovrebbe essere una delle prime misure. La regolazione dei flussi turistici è una grande questione, di non facile soluzione. Il rischio è che il centro di Roma resti senza una vita propria e diventi solo una meta di frotte di turisti che si accontentano di un’offerta di bassa qualità. In tal modo la città diventa sempre meno attrattiva per un turismo di livello alto. Il turismo, insieme alla cultura, è tuttavia anche la prima leva sulla quale costruire un progetto di modernizzazione, bisogna legarli a doppio filo e, collegandosi con le università, farne un motore di innovazione e modernizzazione della città, attraverso l’ingresso di nuove tecnologie e imprese. Gestendo i fenomeni tipo Airbnb, sostenendo i negozi storici, salvando l’anima della città, per evitare che diventi solo un museo a cielo aperto.

 

Non si dovrebbe puntare ad attrarre anche imprese manifatturiere e imprese tecnologiche?

 

Si dovrebbe, ma realisticamente si deve riconoscere che il gap che ormai si è creato con le altre metropoli è troppo grande. Pragmaticamente si deve partire da quello che si ha, rafforzarlo, qualificarlo, farne un motore di sviluppo e non di una economia di sopravvivenza.

 

Ci sono anche le grandi aziende ex partecipazioni statali.

 

Anche da lì arriva qualche segnale non confortante, l’Eni per esempio, che ha i suoi centri direzionali a Roma e a San Donato Milanese, è sempre più a San Donato. Certo ci sono Poste, Ferrovie, Enel, ma sono presenze non particolarmente innovative perché i centri di ricerca di quelle imprese non sono a Roma, qui ci sono le burocrazie delle corporation. C’è stato un momento in cui si poteva recuperare il gap, è stato all’inizio di questo millennio quando le grandi città del Nord hanno dovuto affrontare la riorganizzazione industriale mentre Roma, che non aveva una grande industria egemone (come Torino) o una industria diffusa (come Milano), non ha avuto questo problema. Sarebbe stato il momento giusto per lanciare qualche grande progetto che le avrebbe ridato vitalità e attrattività, ma l’occasione non è stata colta.

 

Quali sono secondo lei i problemi principali di oggi?

 

È una lista lunga e complicata. Comincio da un problema sottovalutato, ovvero la presenza della criminalità organizzata. La criminalità organizzata è dovunque, ma dove il tessuto civile, sociale ed economico è più fragile la sua presenza è più forte e invasiva, condiziona la propensione al rischio imprenditoriale, distorce l’economia, impoverisce la società. A Roma sono presenti oltre 50 gruppi diversi di criminalità organizzata, locale, nazionale ed estera.

C’è il problema della casa, sul quale non c’è chiarezza. Secondo alcune fonti il patrimonio abitativo sarebbe sufficiente ma non è allocato bene, secondo altre fonti ci sarebbe una carenza di circa 15 mila alloggi per famiglie che non hanno la possibilità di acquistare una casa o pagare un affitto di mercato. Sapere come stanno le cose sarebbe un primo passo, cambiare le regole locative e renderle effettive sarebbe il secondo, colmare il gap che ancora restasse tra il patrimonio esistente e le esigenze effettive  - che devono tener conto della nuova struttura della famiglia, formata spesso da una o due persone - sarebbe il terzo.

C’è, macroscopico, il problema dei servizi, rifiuti e trasporti su tutti. Il primo aspetto su cui riflettere è il conflitto di interessi, perché gli operatori delle municipalizzate sono elettori che votano per l’azionista delle aziende in cui lavorano, il sindaco, e questo rende assai difficile, politicamente, qualsiasi intervento efficace. Bisogna rivedere a fondo il disegno organizzativo; prendiamo ad esempio la gestione dei rifiuti, i cui problemi risalgono molto indietro nel tempo, con nessuno che si è mai preso la responsabilità di costruire un termovalorizzatore. Ma anche se un termovalorizzatore ci fosse, una cosa che andrebbe fatta è separare le attività industriali da quelle di raccolta. In molti comuni chi raccoglie i rifiuti non è lo stesso soggetto che li tratta. In altri è lo stesso soggetto, ma se si vuole depoliticizzare la gestione dei servizi questa potrebbe essere una strada. Lo stesso vale per i trasporti, mantenere questi moloch di servizi integrati di fronte a livelli di efficienza così bassi non aiuta.

Ma il problema chiave, quello dal quale non si può prescindere se si vogliono affrontare gli altri, è la governance del Comune.

 

Questione annosa. Da dove si comincia?

 

Il Comune di Roma, che è la Capitale del Paese e ha oltre tre milioni di abitanti, risponde alle stesse regole che valgono per gli altri nove mila comuni italiani: è ovvio che una cosa così non può funzionare, il territorio del comune è enorme e il livello di centralizzazione è da rivedere. Ci sono varie ipotesi di riforma: dalla trasformazione in un distretto sul modello di Washington DC, con le competenze di una Regione e il suo territorio diviso in Comuni, al rafforzamento della Città Metropolitana, con un potenziamento delle autonomie dei municipi (inclusa la trasformazione di Ostia in un comune autonomo). Le soluzioni possono essere molte e gli esempi ai quali ispirarsi non mancano. Ciascuna di esse avrebbe comunque il vantaggio di attivare l’indispensabile processo di qualificazione e modernizzazione della struttura amministrativa, il problema dei problemi di questa città. Ovviamente si tratterebbe di una “rivoluzione organizzativa” che incontrerebbe molti ostacoli per essere approvata e poi realizzata.

 

Volendo sintetizzare una proposta in pochi punti…

 

Avere una amministrazione forte e credibile, riorganizzandone le competenze; puntare su cultura e sulle sue sinergie con l’innovazione; regolare i flussi turistici e salvaguardare il tessuto sociale del centro storico (ad es. sussidiando le botteghe storiche); sviluppare i servizi mediante la riorganizzazione industriale, la scomposizione dei moloch delle municipalizzate dei trasporti e dei rifiuti, l’accesso ai privati; gestire il problema della casa basandosi su evidenze più precise circa il fabbisogno, rivedendo le regole di assegnazione; sviluppare le infrastrutture di trasporto.

 

Sarebbe sufficiente per lo sviluppo?

 

Difficile dirlo, ma avviare questi processi è il modo per ricostruire la fiducia delle persone, anche la fiducia di chi è disposto ad assumere dei rischi imprenditoriali. Tuttavia non vedo segnali credibili, non vedo una forza politica che riesca ad avere un peso elettorale forte e consensi orientati a portare avanti la modernizzazione della città, né un governo centrale in grado di farsi carico di almeno una parte dei problemi che la affliggono. Se non si muove qualcosa la crisi strutturale, “la decrescita infelice”,  potrebbe durare ancora a lungo.

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