CALCESTRUZZO

La certificazione del CSC per il calcestruzzo sostenibile

Lo schema del CSC può essere applicato, per la valutazione degli impianti che producono calcestruzzo (preconfezionato o prefabbricato), aggregati o cemento.

Manuel Mari

12 AGOSTO 2020
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Il Responsible Sourcing Scheme è lo schema di certificazione, lanciato a gennaio 2017, elaborato in ambito internazionale dal Concrete Sustainability Council (CSC, www.concretesustainabilitycouncil.org), associazione fra i cui membri fondatori figurano importanti realtà industriali del settore del calcestruzzo dall’Europa, dagli Usa, dall’America Latina e dall’Asia, così come le principali associazioni europee di riferimento per la filiera, tra cui Ermco e Cembureau.

Lo schema del CSC ha l’obiettivo di promuovere la trasparenza e la sostenibilità del settore del calcestruzzo prodotto e della sua filiera, mediante una valutazione che guarda alla sostenibilità nelle sue tre dimensioni: economica, sociale e ambientale.

Per l’Italia, Federbeton svolge il ruolo di Regional System Operator (Rso), con il compito di diffondere lo schema, adattarlo alla realtà italiana e supportare le aziende nella sua applicazione. ICMQ svolge invece il ruolo del verificatore per il rilascio della certificazione, unico organismo italiano di terza parte indipendente riconosciuto dal CSC per operare in Italia.

 

Come funziona la certificazione del CSC

Lo schema del CSC può essere applicato, per la valutazione degli impianti che producono calcestruzzo (preconfezionato o prefabbricato), aggregati o cemento. A secondo dell’oggetto della valutazione lo schema applicato varia in modo contenuto, per effetto dell’impiego o meno di alcuni criteri, pur mantenendo però lo stesso tipo di impianto generale. La valutazione consente di definire un punteggio complessivo, in base al quale viene individuata una specifica classe di rating crescente: bronze, silver, gold, platinum.

Solo per il calcestruzzo realizzato in uno specifico impianto la valutazione effettuata conduce anche alla possibilità di ottenere il certificato del CSC, mentre i fornitori di aggregati, o di cemento, possono ottenere unicamente un “Certificato del fornitore”. Il valore di quest’ultimo può contribuire a stabilire il valore per la certificazione del calcestruzzo, nella misura in cui il fornitore certificato CSC contribuisce con il proprio cemento o aggregato alla realizzazione di quel calcestruzzo. Il contributo della filiera del cemento può arrivare fino al 25 % del punteggio complessivo, mentre per la filiera dell’aggregato fino ad un massimo del 15%.

In analogia ad altri schemi multi-criteriali impiegati per valutare la sostenibilità in altri ambiti, anche quello del CSC presenta alcuni prerequisiti, che non forniscono un punteggio, ma il cui rispetto è obbligatorio, e altri requisiti (crediti), perseguibili o meno, utili al calcolo del rating finale. Questi sono suddivisi in quattro macro-aree: management, environment, social, economical. Ciascuna area contiene a sua volta una serie di requisiti specifici (criteri), che valutano una molteplicità di tematiche, tra cui: le politiche e modalità di approvvigionamento, la presenza sistemi di gestione (qualità, ambiente, sicurezza), gli impatti ambientali valutati nel ciclo di vita del prodotto, l’uso dell’energia e l’impatto sul clima, gli impatti sull’aria-acqua-suolo, l’uso di materiali e di combustibili secondari, gli impatti dei sistemi di trasporto impiegati, le interazioni e sinergie con la comunità locale, l’attenzione alla salute e sicurezza dei lavoratori e degli utilizzatori, le politiche etiche di business, e la presenza di elementi tecnologici innovativi.

 

 

Prima azienda in Italia a certificare i propri calcestruzzi secondo la versione 2 dello schema CSC

 

A partire dal 2019 tutti i produttori che vogliono certificare i calcestruzzi prodotti in un proprio impianto di betonaggio secondo lo schema del CSC devono impiegare la versione 2 dello schema CSC. La prima azienda in Italia certificata con questa nuova versione del protocollo è stata Calcestruzzi S.p.A., per i calcestruzzi premiscelati prodotti con metodo industrializzato realizzati nell’impianto di betonaggio di via L. Galvani 1, a Peschiera Borromeo, in provincia di Milano, ottenendo il rating “Bronze” e superando ampiamente la soglia richiesta del 35%, in quanto è stato raggiunto un punteggio finale poco al di sopra del 50%.

La versione 2 del protocollo, che ha sostituito la precedente, ha mantenuto l’impianto dello schema originario, basato sulla valutazione dei tre ambiti della sostenibilità mediante una serie di requisiti suddivisi sempre nelle 4 aree (management, environmental, social, economic). Essa ha però introdotto una riorganizzatone dei requisiti, al fine di rendere l’applicazione del protocollo ancor più chiara ed efficace. L’elemento però di novità più saliente è costituito dall’introduzione del vincolo del soddisfacimento di alcuni requisiti, in generale non obbligatori, ma che divengono tali al fine del raggiungimento di determinati livelli di rating. Tale novità è stata conseguente al riconoscimento dello schema nel corso del 2018 da parte di Breeam e Dgnb, i protocolli per la sostenibilità degli edifici inglese e tedesco. L’operazione di revisione ha coinvolto anche gli schemi del CSC per il riconoscimento del certificato dei fornitori di cemento e di aggregato. Il CSC ha poi introdotto nel corso del 2019 altre novità. Il Comitato tecnico ha infatti elaborato nuovi protocolli per le “Grinding Station”, vale a dire per gli impianti di macinazione che producono cementi a partire da clinker prodotti in altri siti produttivi, così come agli impianti di “riciclo degli aggregati”, e per gli “impianti mobili di riciclo”, ampliando in tal modo il campo di applicazione a questa tipologia di impianti, inizialmente non previsti. Questa complessiva revisione è stata accompagnata anche da una nuova versione del Toolbox, la piattaforma web realizzata dal CSC, e che viene impiegata da aziende, verificatori, organismi di certificazione e CSC per svolgere sia le valutazioni preliminari, sia quelle  conseguenti per la certificazione.

 

La best practice del nuovo ponte (ex Morandi) a Genova

Un ponte costruito in tre mesi: il tracciato del nuovo ponte sul fiume Polcevera a Genova si è concluso recentemente con la posa della diciannovesima campata d'acciaio. É lungo 1.067 metri e alto 40 il viadotto progettato da Renzo Piano e realizzato dalla società consortile Pergenova. Ha una struttura complessa formata da una trave continua da 1.067 metri, con 14 campate in acciaio da 50 metri e 3 da 100 metri.

L’infrastruttura ha un’anima sostenibile: oltre a prevedere un impianto di pannelli fotovoltaici, che produrranno l’energia necessaria per il funzionamento dei suoi sistemi (illuminazione, sensoristica, impianti) sia di notte che durante il giorno, utilizza un tipo di calcestruzzo sostenibile con certificazione CSC.

I 67.000 m³ di calcestruzzo utilizzato, infatti, sono stati forniti dall’’impianto Calcestruzzi di Genova Chiaravagna, che ha infatti ottenuto la certificazione CSC lo scorso 8 maggio. L’iter di verifica, avviato prima dell’emergenza Covid 19 nel nostro paese, e del conseguente periodo di “lockdown”, ha potuto per il momento consentire di attribuire un “certificato provvisorio”, modalità consentita dal CSC proprio in considerazione delle difficoltà operative per lo svolgimento delle verifiche in sito causa Covid 19. Si tratta di un certificato della durata di tre mesi, emesso sulla base delle sole verifiche documentali positive, e che permetterà la sua estensione al normale periodo di validità del certificato (3 anni), una volta effettuata, entro la scadenza del certificato provvisorio, anche della verifica in campo normalmente prevista presso l’impianto di betonaggio, a conforto delle evidenze documentali in precedenza prodotte.

 

 

 

 

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