POLITICA

L’europa e il pericolo dell’annus horribilis

Nel 2019 una serie di passaggi cruciali potrebbero aprire la strada a una rifondazione dell’Unione, ma anche imprimere un colpo micidiale alle fondamenta della costruzione europea.

Virgilio Chelli

26 MARZO 2018
europa, mercato, finanza, banche e economia

C’è ampio consenso sul fatto che il 2019 sarà un anno cruciale per l’Unione Europea. Prima di tutto perché ci sono le elezioni del Parlamento di Strasburgo, dove sono rappresentati i 28 stati dell’Unione. Elezioni che potrebbero produrre un risultato paradossale. Che i vari populismi euroscettici, se non apertamente ostili al progetto comunitario, possano risultare la prima componente, anche se non organizzata in un partito o in un gruppo coeso. Secondo un recente report di Deutsche Bank, i movimenti populisti dell’Unione, ostili a vario titolo all’Europa, sono passati dall’8,5% dei consensi elettorali del 2000 al 25% di oggi. Un altro possibile paradosso riguarda la Gran Bretagna. Le procedure di uscita dall’Unione, voluta dal referendum del giugno 2016, prevedono che si debba concretizzare entro le ore 24 del 29 marzo 2019. Le elezioni dovrebbero tenersi qualche settimana dopo. Ma se i negoziati non si concludono nei tempi previsti? Avremo dei parlamentari europei britannici, rappresentanti di un paese che ha votato per uscire?

L’incognita tedesca. Un altro motivo per cui il 2019 dovrebbe essere cruciale per le sorti europee è che è l’anno in cui l’asse franco-tedesco dovrebbe stringere sul pacchetto di riforme ri-fondative proposte dal presidente francese Macron, tra cui il ministro delle Finanze unico e l’Unione bancaria. In questo caso il punto interrogativo pende sulla testa della Germania. La componente socialdemocratica della coalizione sicuramente spingerà per le riforme, ma l’azionista di maggioranza, la CDU-CSU della Merkel sicuramente frenerà, per timore di vedere crescere a dismisura alla sua destra l’Allianz für Deutschland, che già oggi, secondo alcuni sondaggi, avrebbe superato la SPD e che è apertamente anti-euro e anti-europea. Ammesso che la grande coalizione, che ha impiegato quasi sei mesi per essere messa insieme, riesca ad arrivare al 2019. Intanto si moltiplicano le spinte centrifughe a Est, con paesi come l’Ungheria che hanno sempre meno in comune con l’architettura politica europea.

Finisce la supplenza di Draghi. Poi c’è la scadenza apparentemente meno gravida di incognite ma sicuramente la più importante. In autunno del 2019, a ottobre per l’esattezza, scade il mandato di Mario Draghi alla guida della Bce. L’unico nome uscito alla scoperto finora è quello di Jens Weidmann, capo della Bundesbank, considerato un falco, ha comunque quasi sempre votato contro la linea Draghi, a cominciare dal Quantitative Easing. Da quando è arrivato nel 2011 dopo il francese Trichet, che con una serie di decisioni sbagliate sui tassi di interesse aveva spinto l’euro e l’Unione monetaria sull’orlo del baratro, ha di fatto costituito il supplente della politica non solo monetaria, ma anche economica d’Europa. Ha impedito che la moneta unica si disintegrasse, ha rimesso in carreggiata l’economia sconvolta dalla crisi del debito e ha offerto ai governi europei una finestra di opportunità di ben 5 anni per fare le riforme.

Una finestra finora non sfruttata. Quando è arrivato Draghi, i tedeschi erano pronti a lasciare la Grecia al suo destino mandandola alla deriva nel Mediterraneo. Grazie a Draghi e al suo Quantitative Easing ora la Grecia è fuori pericolo, come il Portogallo, la Spagna e l’Italia. Un risultato elettorale come quello del 4 marzo scorso, nel 2011, avrebbe spedito lo spread italiano alle stelle. La soluzione più sensata sarebbe far fare a Draghi un cambio di poltrona, da quella di presidente della Bce a quella, ancora da inventare però, di super ministro delle Finanze europeo. Anche se al suo posto andasse il falco Weidmann, da quella posizione Draghi potrebbe rivendicare il primato della politica e tenerlo a bada. Uno scenario decisamente poco probabile.

Il rischio esterno. Tutto questo, ovviamente, senza tener conto dello scenario globale. Il problema dei flussi migratori è tutt’altro che risolto, ed è all’origine del successo elettorale dei populismi. Potrebbe migliorare, con politiche mirate allo sviluppo economico delle aree di provenienza, soprattutto in Africa. Ma potrebbe deflagrare drammaticamente se in Medio Oriente si passasse da una guerra civile laboratorio in Siria, che somiglia pericolosamente alla guerra civile spagnola del 1936-39, a una conflagrazione estesa a tutta l’area, dall’Iran al Libano. In questa eventualità, neanche troppo remota, la pressione migratoria sull’Europa decuplicherebbe, con effetti devastanti sulla tenuta economica e sociale dell’Unione Europea. E paradossalmente con la Gran Bretagna in salvo, protetta socialmente da un Canale della Manica più largo e economicamente da un Atlantico più stretto.

Conclusione. La forchetta degli scenari per l’anno che verrà è molto ampia. Si va dalla possibilità di una rifondazione europea, capace di salvare i principi del progetto separandoli dai decimali improvvidamente scritti nei trattati, fino alla prospettiva di un annus horribilis, da cui la cattedrale dell’Europa Unita potrebbe uscire scossa dalle fondamenta. 

 

 

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