INFRASTRUTTURE

Infrastrutture, sostenibilita’ e territorio

Le linee guida per un sistema integrato di ripensamento dei territori metropolitani

Alessia Guerrieri

19 GIUGNO 2019
progettazione, innovazione, infrastrutture, città, smar city e sostenibilità

Infrastrutturare un territorio significa costruire, tagliare, incidere; significa tessere reti, legare nodi, tracciare segni. Infrastrutturare significa, di fatto, antropizzare.

Ma può l’antropizzazione essere sostenibile?

Lo sviluppo tecnologico, i protocolli e le convenzioni internazionali e non ultima la crisi economica hanno sicuramente stimolato l’attivazione di un grande tavolo di lavoro incentrato sul binomio città – sostenibilità, avviando processi di valutazione dei livelli di sostenibilità di costruzioni ed infrastrutture in termini di consumi, di emissioni, di impatto ambientale.

Le nostre città, tutt’un tratto, si trovano necessariamente a dover essere più smart, più eco, più bio. Tuttavia, dietro gli anglismi accattivanti, si articola un complesso insieme di economie e politiche che costituiscono un importante serbatoio di opportunità, sia in termini finanziari che di ricerca e sviluppo, ma che spesso non fanno realmente i conti con territori e contesti dentro cui vanno ad inserirsi.

 

Nell’epoca delle megalopoli e delle città diffuse, dunque, la questione non può ridursi alla sola valutazione quantitativa del livello di sostenibilità delle infrastrutture; deve piuttosto rivolgersi alla definizione delle relazioni tra infrastrutture e paesaggio, tra città e reti, tra mobilità e sostenibilità.

La nuova visione del territorio urbano deve passare sicuramente attraverso la configurazione di infrastrutture sostenibili, ma deve estendere il concetto di sostenibilità al di là della sola considerazione dei parametri di tutela dell’ambiente.

Sostenibilità significa rispetto del lavoro svolto durante i cicli produttivi, significa studio di un inserimento strategico nel territorio; vuol dire miglioramento della vita della collettività, valorizzazione dei paesaggi attraversati, capacità di resistere, adattarsi e migliorarsi nel tempo. Quello della sostenibilità è un tema di resilienza, di funzionamento, di economia, di ambiente e costruzione; è la cornice dentro cui inquadrare il rapporto tra infrastrutture, campagne e urbanità.

Il centro del dibattito diviene allora la relazione tra cosa l’infrastruttura crea, collega, disegna, ritaglia, individua e scarta: la reinterpretazione di territori e infrastrutture in una strategia d’insieme che consideri l’uno e l’altro come parti imprescindibili di un unico sistema integrato.   

 

Questa visione trova supporto tra le più affermate definizioni della città contemporanea che, effettivamente, ci invitano a leggere i territori di oggi come sistemi aperti e multicentrici, sostenuti da reti materiali e non, composti tanto dalle polarità urbane quanto dalle campagne antropizzate.

I fenomeni di crescita e inurbanesimo del secondo Novecento hanno proiettato la tradizionale città compatta al di là delle proprie mura, componendo un non-tessuto di periferie, strade e campagne che oggi chiamiamo città diffusa; una città caratterizzata dall’alternanza più o meno casuale di insediamenti costruiti e spazi vuoti in attesa di definizione.

L’innesto di un impianto infrastrutturale rappresenta, allora, il passaggio determinante per trasformare questa costellazione di spazi urbani e suburbani in un sistema unico, in un arcipelago metropolitano[1], come lo chiama Francesco Indovina, un organismo fatto di una moltitudine di isole urbane tenute insieme da un mare composto da relazioni e connessioni.

 

La sviluppo sostenibile delle città del nuovo millennio, quindi, passa necessariamente attraverso l’interpretazione sistemica, e strategica, di interi territori, al fine di garantirne efficienza e sopravvivenza. E la visione sistemica di un territorio sostenibile non può non partire da una riflessione sui disavanzi che i disegni di quartieri ed infrastrutture hanno creato nelle nostre città[2] e non può non passare attraverso una reinterpretazione dell’infrastruttura come mezzo con cui tenere insieme situazioni eterogenee che alternano picchi di eccezionalità storica, qualitativa, simbolica a paesaggi dell’ordinario; periferie e centri; tessuti produttivi e campagne.

 

In un secolo in cui l’urbano sembra essersi disseminato sul territorio ritagliando una moltitudine di spazi vuoti e residuali, la città ha quindi bisogno di essere ri-strutturata nelle proprie componenti costruite, ed infra-strutturata a partire dalle proprie assenze, dagli interstizi, dagli scarti.

In questa ottica di interconnessione, il ruolo delle infrastrutture, siano esse fisiche, tecnologiche, stradali, informatiche o della mobilità, risulta allora più che nodale e l’infrastruttura smette di essere solo un mezzo di trasporto, un veicolo di informazioni o un sostegno tecnologico, ma diviene il vero e proprio sistema ordinatore per strutturare, rileggere e conoscere il territorio.

 

È allora possibile ipotizzare nuovi scenari urbani in cui il tema del risarcimento dei territori, della definizione di città resilienti e della sostenibilità urbana possa essere affrontato mediante il progetto della rete infrastrutturale, intesa anche come opportunità di sviluppo economico e di aumento delle capacità finanziarie da destinare al ripensamento delle città.

La stessa definizione di Smart City coniata dall’Unione Europea[3] delinea l’immagine di una città che, attraverso investimenti in infrastrutture rese avanzate dall’impiego massiccio di tecnologia, si trasforma divenendo economicamente sostenibile, promotrice di una maggiore qualità della vita e di un uso più razionale delle risorse; una città che si rinnova a partire dalle strutture urbane già esistenti attraverso l’impiego delle tecnologie al fine di ottenere economia, popolazione, governo, ambiente e mobilità intelligenti.

 

I modelli di oggi, tuttavia, raramente riescono ad esprimere questo carattere altamente inclusivo del concetto di smart city; piuttosto tendono a rifiutare alcune componenti necessarie alla vita cittadina e nasconderle, espellerle, addirittura ometterle.

Tutti i paesaggi dello scarto e i dispositivi necessari al funzionamento urbano, come discariche,

inceneritori, grandi piattaforme tecnologiche, tracciati stradali e ferroviari rappresentano, invece, uno strumento di crescita e un’opportunità di ripensamento di interi territori.

Una città intelligente trasforma gli spazi di servizio in luoghi di pregio; sfrutta i vuoti e manufatti abbandonati per reinserire le funzioni che tradizionalmente respinge (campagne, discariche, parcheggi, sistemi di smaltimento acque, rifiuti), integrandole con le nuove attività di cui ha bisogno per rispondere ai problemi contemporanei[4].

Le componenti tecniche della città si trasformano così in elementi di architettura che ridisegnano i nostri paesaggi e diventano i simboli di nuove identità.  

Le infrastrutture vanno quindi ripensate in un’ottica di sostenibilità globale, ibridandole con funzioni attrattive e qualificanti affinché non penalizzino alcuna comunità rispetto ad un’altra, ed in modo che possano generare un valore economico-sociale senza gravare sull’ambiente.

 

Flows Animation a Rotterdam

Un valido esempio applicativo di questo approccio è stato proposto nel 2014 dalla Biennale Internazionale di Architettura di Rotterdam (IABR) con l’ideazione della Flows Animation, una strategia di rigenerazione per la città di Rotterdam basata sulla lettura, reinterpretazione ed evoluzione delle maggiori componenti del funzionamento della città.

A partire dall’individuazione dei principali flussi della vita urbana (merci, persone, rifiuti, biodiversità, energia, cibo, acqua dolce, aria, sabbia e argilla e materiali edili) viene tracciata una mappatura delle relazioni presenti tra i diversi flussi, considerando le loro interazioni e conseguenze alle diverse scale.

In base a questa analisi viene poi stilata una strategia articolata in quattro punti:

 

  1. Il riciclo degli scarti dei grandi impianti di produzione di energia: le aree dove si producono rifiuti di calore vengono messe in rete con i siti da alimentare, riducendo quindi la richiesta di produzione di energia quindi le emissioni di anidride carbonica. Tutto ciò avviene tramite l’istituzione di piccoli heat-hub situati negli spazi pubblici, progettati integrando alla componente ingegneristica quella ludica dell’intrattenimento.
  2. La reintegrazione del settore micro-manifatturiero all’interno della città, tramite la trasformazione di alcune strade cittadine in piccoli viali della logistica dotati di numerose attività attrattive: per ridurre il traffico del trasporto merci viene proposto un e-loop circolare che integri e colleghi i diversi sistemi di trasporto, dalle barche, alle biciclette, ai veicoli elettrici, unito ad un anello di metropolitana leggera.
  3. L’installazione di un nuovo sistema di smaltimento dei rifiuti, realizzato introducendo nelle abitazioni scivoli per la separazione degli scarti e apposite unità di scarico che li convogliano in spazi verdi innovativi, in cui i residui organici prodotti dalle famiglie si traducono in fertilizzanti, pronti ad essere utilizzati in loco o trasportati in altri siti.
  4. Il riuso dei sedimenti trasportati dall’acqua alla foce del fiume per costruire nuovi habitat

naturali nelle aree residuali o ricostituire terreni agricolo seminativi, o ancora creare bacini di allevamento.

 

La proposta progettuale ambisce a ripensare non solo le infrastrutture, ma tutto il meccanismo urbano sotto una nuova prospettiva in cui alla diversificazione economica, ecologica e energetica dei flussi corrisponde una precisa traduzione della città in termini spaziali e funzionali.  

 

Il consumo sostenibile del suolo urbano comincia quindi dallo studio delle possibilità di trasformazione degli spazi urbani più compromessi e delle relative modalità d’uso, grazie alla definizione di un nuovo sistema infrastrutturale che non sia solo più sostenibile di per sé, ma che riesca a rendere più sostenibile l’intero metabolismo urbano.

 

 

[1] INDOVINA F., Dalla città diffusa all'arcipelago metropolitano, Franco Angeli Edizioni, Milano, 2009.

[2] Negli anni Duemila l’interstizio indica, di fatto, un nuovo sistema di relazioni in grado di ridefinire i rapporti ed i significati della città contemporanea: “Il fra – dice Teyssot- non corrisponde all’intervallo di una distanza misurabile quanto piuttosto a ciò che si situa in mezzo. In questo senso il concetto di fra si ricollega a numerosi termini derivanti dal latino “medius”, ovvero “ciò che è nel mezzo”, inteso sia come ciò che è a pari distanza dalle estremità come ciò che è necessario per raggiungere le estremità.” In questo senso, allora, l’infrastruttura è un medius, è un fra.

[3] Documento EUROPA 2020, Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva

[4] GUERRIERI A., L’infrastruttura del vuoto. Sapienza. Università di Roma - Dipartimento di Architettura e Progetto.  Dottorato in Teorie e Progetto, XXVII Ciclo (2015).

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