INFRASTRUTTURE

Il crollo del ponte di Genova richiede riflessione

Un metodo per affrontare coscientemente il rischio di shock infrastrutturale

20 AGOSTO 2018
infrastrutture, costruzioni, rigenerazione, mobilità e trasporti

Ciò che è successo a Genova è spaventoso, ma come sta emergendo chiaramente, non imprevisto. È da tempo che la questione del degrado e del rischio crescente di “mortalità” del nostro patrimonio infrastrutturale è all’ordine del giorno. Così come, in modo ricorrente, tornano in evidenza, purtroppo sempre in occasione di eventi drammatici e luttuosi, il rischio sismico, la fragilità del nostro territorio, aggravati da scelte, sottovalutazioni, interessi contrari alle garanzie di sicurezza di persone, paesaggi e cose.

E quasi sempre le reazioni emotive di fronte agli eventi naturali o causati da inadempienze, assenza di pianificazione e scelte umane sbagliate si concretizzano in denunce, individuazione dei colpevoli, finanziamenti straordinari. L’evento assume un valore in sé, assorbendo quasi completamente l’attenzione e lasciando in secondo piano le cause strutturali e le vere e profonde ragioni del disastro. Prevalgono le polemiche finendo per condizionare scelte, provvedimenti e norme. Quando invece ci vorrebbe raziocinio e ponderazione così da individuare un percorso in grado di prevenire e di evitare, per quanto possibile, tragedie come quelle che ormai in modo ricorrente riguardano il nostro territorio e la sua trasformazione.

Per ridurre i rischi sismici e idrogeologici, così come nel caso di quello che non dobbiamo aver paura di definire il rischio di shock infrastrutturale, quel che serve è un metodo. Non si può pensare di affrontare un “problema” decisivo per la sicurezza e per l’economia di un Paese procedendo per soluzioni parziali. Una questione che è al centro delle strategie di investimento e delle scelte economiche pubbliche dei maggiori Stati occidentali, dagli Stati Uniti alla Germania (leggi anche l'articolo Deutschland Unter Alles? di Virgilio Chelli).

È da oltre un anno che Federbeton, insieme a Civiltà di Cantiere, ha denunciato e chiesto la massima attenzione sul degrado dei nostri ponti e viadotti, chiedendo un piano di manutenzione straordinaria e di sostituzione così da evitare un progressivo e difficilmente arrestabile crack del nostro sistema di trasporti generale. Con tutti i rischi per la sicurezza. In due conferenze nazionali sono stati coinvolti tecnici, docenti universitari e imprenditori, evidenziando la gravità di una sottovalutazione sulla durata e la tenuta nel tempo del calcestruzzo armato. Il valore in termini di risorse per scongiurare lo shock è enorme. Basti pensare alle stime dell’ANAS per la rete ordinaria pari a oltre 2 miliardi all’anno, cifre riemerse sui giornali in questi giorni, ma note da tempo. Vanno fatte delle scelte e quella della sicurezza e della rigenerazione di ponti e viadotti appare sempre più una priorità.

Così le Province (oggetto di vicende istituzionali che ne hanno minato potenzialità, funzioni e ridimensionato risorse, oltre a determinare incertezze in termini di competenze e di capacità di gestione), che insieme all’ANAS hanno la responsabilità della sicurezza di migliaia di ponti e viadotti, in mancanza di risorse si sono trovati a dover limitare progressivamente la viabilità del traffico pesante, riducendone i massimali di peso, in molti casi sperando che questa soluzione fosse sufficiente ad evitare crolli o incidenti.

Va superata la logica dominante del “si fa quel che si può”. Appare urgente un cambiamento di approccio andando oltre la prassi prevalente di un Paese dove le scelte vengono determinate dal senso di responsabilità di dirigenti e funzionari, nell’ambito di un quadro normativo incerto e ridondante, soggetto a cambiamenti ricorrenti e a sovrapposizioni sul piano di competenze e permessi. Così come va cambiato il modo con cui si erogano e si gestiscono le risorse.

Oggi dopo l’accelerazione di fenomeni di vero e proprio crollo di ponti e viadotti, di ridimensionamento del traffico merci, con l’aumento di incidenti e una crescita dei costi economici, ancora poco valutati, quel che serve è un metodo con cui affrontare complessivamente il rischio individuando un percorso, mettendo al centro tre aspetti nevralgici: conoscenza e competenza, Governance, risorse. Tre aspetti strettamente intrecciati tra di loro che debbono costituire l’ossatura della metodologia alla base di un grande piano nazionale di messa in sicurezza del territorio e delle sue infrastrutture.

“Occorre - come scriveva all’inizio dell’anno Massimo Calzoni su “Civiltà di Cantiere” (Mettere al centro un grande piano di messa in sicurezza del Paese) - abbandonare l’approccio frazionato e occasionale e le sue infinite sigle (Rigenerazione urbana, Casa Italia, Italia sicura, Aree interne, Aree svantaggiate, Ecobonus, Sismabonus, Emergenza, Ricostruzione, ecc.) buone solo per acquisire un consenso temporaneo, per perseguire l’obiettivo di una diversa gestione del territorio, fondata su una pianificazione e un metodo condiviso e rigoroso, volto alla cura costante e continua del Paese, al fine di attenuare le sue fragilità e valorizzare le sue risorse positive.” Un metodo dove far rientrare urgentemente anche una rigenerazione delle nostre infrastrutture di mobilità e di trasporto. Affrontare la questione della sicurezza in modo globale, mettendolo al centro il futuro economico e sociale del Paese.

La riflessione condotta insieme a Calzoni e ad altri partner di Civiltà di Cantiere – imprenditori, docenti universitari, dirigenti, ricercatori, uomini delle istituzioni – individua nella conoscenza delle problematiche il punto di partenza imprescindibile a cui collegare una Governance “ordinaria”, gestita in forte sinergia tra i diversi livelli istituzionali, dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, individuando specifiche competenze e responsabilità, così da consentire una pianificazione basata su persone preparate, competenti e motivate secondo precise fasce di priorità. Una pianificazione che sia il risultato di un’attenta e valutata progettazione degli interventi, con una puntuale imputazione degli oneri economici e finanziari, così da definire e mettere a disposizione le risorse adeguate rispondenti a valutazioni tecnico-economiche certe, attivando procedure di affidamento e di selezione delle imprese sulla base di criteri qualitativi, superando le logiche del contenimento dei costi e mettendo al centro la qualità delle opere da realizzare. In questo ambito un ruolo importante potrebbero svolgerlo modalità strutturate volte a un reale e competente coinvolgimento della popolazione residente nei territori, interessati agli interventi sulla base di modelli esteri evitando soluzioni meramente demagogiche o di facile strumentazione sul piano del consenso.

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