OPERE PUBBLICHE

Guarire la Capitale mal-amata

Da marzo è attivo un Osservatorio parlamentare dedicato a capire come risolvere i problemi di Roma.

Marco Ravaglioli

23 DICEMBRE 2019
roma, capitale, politica e governance

In centocinquant’anni non era mai successo. Che nel Parlamento italiano, attraverso un organismo ad hoc, largamente rappresentativo delle forze politiche presenti alla Camera e al Senato, si affrontasse globalmente la “questione Roma”: i problemi della città, in drammatica crisi di fronte alle soverchianti incombenze di Capitale e di metropoli. Non era mai successo e la cosa purtroppo è significativa: è una chiara manifestazione della incomprensione che nel Paese esiste nei confronti di quella che un recente, bel libro di Vittorio Emiliani definisce la Capitale mal-amata.

Un gruppo di parlamentari ora cerca di rimediare almeno in parte. Un “Osservatorio parlamentare per Roma” è operante dalla fine di marzo con l’obiettivo dichiarato di “approfondire -così dice lo statuto- le problematiche della città e sviluppare, nell’ambito delle competenze delle istituzioni parlamentari, iniziative che possano contribuire al progresso della realtà romana”. A costituirlo, accogliendo la sollecitazione dell’associazione civica “Per Roma”, una pattuglia di deputati e senatori in rappresentanza paritetica di un ampio settore delle forze politiche in Parlamento. Rigorosa trasversalità politica dunque (la presidenza è assegnata con turni semestrali a rotazione in base all’anzianità di mandato: primo a ricoprirla il senatore Gasparri cui succederà l’onorevole Morassut) e al tempo stesso massima apertura: del Consiglio direttivo dell’Osservatorio sono componenti di diritto il Sindaco di Roma e il Presidente della Regione in carica, mentre consiglieri comunali e regionali fanno parte di una Consulta, insieme con i rappresentanti delle principali realtà culturali, economiche e sociali della città.

 

Il profondo legame tra Stato e Capitale

Con che finalità operative? Mentre si promuovono le adesioni di altri membri fra i parlamentari (non solo quelli in carica, ma anche gli ex) si vanno definendo i programmi di lavoro. Giustamente ambiziosi: la crisi della città di Roma non può accontentarsi di “pannicelli caldi”.

Due le questioni in primissima evidenza, fra tante. In primo luogo, una vasta e profonda riflessione sui rapporti fra la città Capitale e lo Stato che l’ha scelta come tale. Una riflessione mai affrontata compiutamente: viene da dire, in realtà, che, con l’eccezione di alcune élite risorgimentali, la scelta di fare di Roma la città-simbolo (perché tale è la Capitale di uno Stato) dell’Italia unita sia stata piuttosto subita che condivisa dagli italiani. Forse era inevitabile nel Paese dei mille Comuni, che fino a qualche decina di anni prima di Porta Pia di capitali ne aveva avute una decina, centri gloriosi di stati autonomi e fieri della propria individualità. Sarebbe stata necessaria una profonda azione di amalgama intorno alla nuova Capitale e invece la storia della nazione ha portato Roma a venire vissuta come un simbolo inviso se non addirittura detestato: di volta in volta, della retorica nazionalista e poi fascista, di un centralismo amministrativo inefficiente, di una politica percepita spesso con avversione, di uno Stato incapace e lontano.

A questa cultura “antiromana”, a questa incapacità di “comprendere” la città è certamente legata la storica assenza di una adeguata politica della Nazione per Roma. Dapprima, a partire da Porta Pia, si è guardato alla città con un’ottica prevalentemente strumentale e speculativa, oltre che deformante (all’insegna della retorica dell’Elmo di Scipio e di quella della “romanità imperiale” fascista, foriera di guasti purtroppo irrimediabili), poi, dopo la guerra, il nulla.

Intendiamoci: iniziative pubbliche per la città ce ne sono state, soldi per Roma anche, lo Stato democratico ne ha spesi, interventi pure importanti sono stati realizzati, ma è sempre mancata una strategia. Si è operato in modo occasionale sulla spinta di emergenze finanziarie o dell’urgenza di appuntamenti irrinunciabili. Sempre è mancata, soprattutto, l’idea del ruolo di Roma in quanto Capitale del Paese, di quali funzioni essa dovesse assumere e, di conseguenza, di quali strumenti normativi e finanziari - regolari, programmabili - essa dovesse venire dotata dallo Stato per fronteggiare gli oneri che lo Stato stesso le imponeva.

Tutto questo non è giusto per Roma, ridotta in condizioni deplorevoli anche (soprattutto?) per gli storici errori della politica nazionale. Ma, soprattutto, tutto questo non è utile per l’Italia. A parte ogni considerazione ideale che pure avrebbe motivazioni non irrilevanti, appare evidente che il Paese ha bisogno di una Capitale efficiente e ha l’interesse a valorizzare quale simbolo della Nazione il “brand” Roma, con le sue straordinarie proiezioni internazionali. Ai politici che affermano che “se si danno soldi a Roma bisogna darli a tutti i Comuni italiani” va spiegato che non si tratta di un privilegio riservato alla città, ma del vantaggio della intera nazione. Per questo è urgente che lo Stato assuma finalmente il ruolo che gli compete (e che tutti gli altri Paesi svolgono senza esitazioni) nei confronti di Roma, facendone non solo una Capitale ben funzionante -e già sarebbe molto-, ma una città simbolo del Paese, immagine prestigiosa della realtà nazionale.

E qui entra in gioco il nuovo Osservatorio parlamentare. E’ infatti al livello legislativo che certe decisioni vanno assunte. Difficoltà ce ne sono molte, ma una iniziativa congiunta da parte delle forze politiche, accompagnata auspicabilmente da un vasto dibattito nel Paese, potrebbe portare finalmente a una vera “Legge su Roma Capitale”, finora mai emanata, perché non si possono infatti considerare tale i provvedimenti legislativi adottati nel corso del secolo e mezzo passato, che risolvevano il tema della Capitale d’Italia con episodici stanziamenti finanziari, peraltro quasi sempre insufficienti. Ed è un po’ avvilente che si presenti come legge per la Capitale un articolo -lacunoso e inadeguato- inserito quasi di soppiatto all’interno del decreto legislativo sul federalismo fiscale come è avvenuto nel 2009.

 

La gestione di una città complessa

Ma c’è poi un’altra questione, centrale per il futuro di Roma, che solo in sede parlamentare può trovare soluzione e che l’Osservatorio dovrebbe porre in primo piano: la “governance” cittadina, il complesso delle normative, delle procedure e degli strumenti amministrativi in base ai quali viene gestita la città. Sembra incredibile ma un comune con ben oltre tre milioni di abitanti effettivi (molto di più di quelli ufficialmente dichiarati dall’anagrafe), un territorio sterminato (sette volte Milano), funzioni e incombenze specialissime, una mole colossale di problemi accumulatisi, continua a essere gestito con regole analoghe a quelle di qualunque cittadina italiana. Il problema è analogo a quello di altre grandi città, ma si pone nel caso di Roma in maniera particolarmente grave e la legislazione in atto -peraltro largamente inattuata- non appare assolutamente adeguata.

Anche in questo caso spetta al Parlamento intervenire e anche in questo caso un impegno trasversale delle forze politiche potrebbe risultare determinante.

Chiunque abbia a cuore le sorti di Roma non può che augurarselo.

 

 

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