SCENARI

Gestire al meglio la transizione dando un futuro all’Italia

Intervista a Cristina Piovesana, Vicepresidente Confindustria

Mimosa Martini

30 NOVEMBRE 2020
onu, eu, esg, industria, innovazione, sostenibilità, confindustria e recovery fund

La sostenibilità costituisce il principale paradigma con cui misurare la capacità di un Paese e di un sistema economico a saper uscire dall’attuale congiuntura per proiettarsi in una fase nuova di sviluppo. Abbiamo voluto intervistare su questi temi la vicepresidente di confindustria, Maria Cristina Piovesana.

 

Saper coniugare al meglio pianificazione e valorizzazione del sistema economico e produttivo del Paese: qui si decide il nostro futuro?

Con l’individuazione dei 17 Goals indicati dall’Onu, a cui ha fatto seguito l’European Green Deal da parte della Commissione UE lo scenario di riferimento appare chiaramente definito. Se poi aggiungiamo l’evoluzione che sta caratterizzando i criteri con cui il sistema finanziario sta orientando le proprie strategie di investimento, fondate sull’ESG (Enviroment, Social, Governance) appare evidente come da un lato le politiche nazionali e dall’altro il sistema produttivo e industriale debbano riconfigurarsi adeguandosi a questo nuovo scenario. Scenario reso ancora più evidente e complesso alla luce degli affetti della Pandemia nel quale si inserisce la grande opportunità per il nostro Paese in considerazione dl rilevante ammontare delle risorse a noi destinati da parte dell’Unione Europea, ad iniziare dal Recovery Fund.

Quali sono le linee guida che Confindustria ritiene riferimenti essenziali per saper cogliere l’occasione del RF e per sostenere il tessuto imprenditoriale italiano orientandolo verso una sempre maggiore attenzione alla riduzione degli impatti ambientali, alla riorganizzazione produttiva sostenibile ma anche ad una crescita della responsabilità sociale?

“Affrontare le conseguenze economico-sociali della pandemia è una sfida estremamente complessa, i cui esiti dipenderanno dal rafforzamento del processo di integrazione europea e dall’apporto concreto di tutte le forze politiche, economiche e sociali. Questo shock ha colpito duramente il nostro tessuto economico e sociale, ma grazie al Next Generation EU (NGEU), abbiamo l’occasione di avviare un progetto di ricostruzione unico e inedito che non possiamo permetterci di fallire. In questi mesi tormentati, come Confindustria abbiamo riflettuto sulle grandi direttrici di trasformazione, cercando di costruire un progetto di medio termine per il progresso possibile e necessario dell’Italia. Il frutto di questo lavoro è condensato in un volume, Il Coraggio del Futuro Italia 2030-2050 presentato nel corso dell’Assemblea annuale di Confindustria, lo scorso 29 settembre.  Le nostre Linee Guida sono: ricerca e innovazione; nuove Value Chain strategiche; rafforzamento del piano transizione 4.0 che prevede incentivi fiscali agli investimenti in macchinari, in innovazione tecnologica finalizzata ad Industria 4.0 e all’economia circolare e alla ricerca e sviluppo; completamento e potenziamento delle infrastrutture digitali, materiali e immateriali per un’economia digitale scalabile, interoperabile e sicura; sostegno al processo di transizione energetica per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica al 2050 garantendo la competitività del sistema produttivo con particolare riferimento ai settori a maggiore rischio di delocalizzazione e la creazione di  un ecosistema per lo sviluppo delle nuove filiere legate alla green economy; sostegno al processo di transizione ecologica verso modelli di business basati sull’economia circolare abbattendo le barriere non tecnologiche, rafforzando la capacità impiantistica del Paese e creando le condizioni per lo sviluppo di mercati di beni e servizi innovativi e di nuove competenze professionali per l’uso efficiente delle risorse e delle materie prime; attivazione della domanda pubblica come leva del cambiamento. Infine, siamo fortemente impegnati sul fronte della responsabilità sociale d’impresa, per promuovere presso le imprese nostre associate una sempre più pervasiva cultura della sostenibilità e riteniamo essenziale il potenziamento delle politiche attive per il lavoro per migliorare l'occupabilità e le competenze dei lavoratori in un processo di formazione continua che ne faciliti il ricollocamento verso i settori più innovativi, che beneficeranno dei processi di transizione.”

 

Relativamente al Recovery Fund tra i 6 macro ambiti individuati dal Governo, in sinergia con gli indirizzi europei, vi è la Green Economy. Energia ed edilizia, ma anche mobilità sostenibile, sono gli ambiti sui quali si punta maggiormente. Come valuta le scelte del Governo e gli strumenti che intende mettere in campo?

Gli ambiti d’intervento individuati dal Governo sono sicuramente coerenti rispetto alle necessità d’investimento e di sviluppo del Paese. La vera partita ora sarà definire efficacemente la loro declinazione in strumenti efficaci e allineati con le esigenze economiche, industriali e sociali del Paese, in modo tale che i fondi a disposizione puntino a generare valore, occupazione e benessere e non siano solo una mera iniezione sterile di risorse.  In tal senso, bisogna puntare a seguire alcuni principi cardine. Il Recovery Plan dovrà contemplare progetti, interventi e riforme che devono essere necessariamente parte di una strategia più complessiva di sviluppo del Paese, di medio lungo periodo, coerente e sinergica con il framework europeo, diretta ad assicurare una crescita economica e sociale inclusiva e sostenibile. Il Piano dovrà essere, altresì, collegato alle altre strategie di sviluppo del Paese già definite o in via di definizione, tra cui: il Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniac); il Programma nazionale della ricerca 2021-2027 (PNR); il Piano Transizione 4.0); i programmi europei (es. Horizon Europe, Digital Europe, IPCEI; ecc. ). Come indicato nelle Linee guida redatte dal Governo, nella sua costruzione il Piano parte dall’individuazione delle sfide che il Paese deve affrontare e quindi organizza le missioni dirette a vincere tali sfide che possono articolarsi in progetti e prevedere misure orizzontali/riforme (es. strumenti fiscali generali). Per assicurare ampio ritorno ed efficacia, i progetti dovranno essere grandi progetti di filiera, integrati e immediatamente cantierabili. I progetti dovranno riguardare snodi strategici con benefici diffusi e immediati ed essere realizzati da partenariati industriali in una logica di cofinanziamento pubblico-privato. Accanto alla individuazione di progettualità di qualità in grado di coinvolgere forti partenariati pubblico-privati la vera sfida Paese sarà garantire l’esecuzione efficace e in tempi rapidi degli interventi. Diventa pertanto fondamentale dotare il Recovery Plan di una governance unitaria e di uno strumento a livello Paese che permetta la gestione in modo sinergico da parte dei diversi livelli istituzionali coinvolti dei progetti integrati in partenariato pubblico-privato.

Un altro asset strategico riguarda lo sviluppo della digitalizzazione sia rispetto alla rete territoriale che in modo particolare rispetto alla pubblica amministrazione, così da aumentarne l’efficienza e migliorane le capacità gestionali e favorire l’immissione di nuove competenze.   Quali secondo lei dovrebbero essere gli obiettivi concreti a cui collegare adeguate risorse e con quali modelli e in quali tempi?

La presenza di un ecosistema digitale moderno, innovativo e socialmente condiviso, rappresenta la condizione ineludibile per sostenere l’evoluzione del sistema economico, sociale e culturale del Paese. L’esigenza della pubblica amministrazione, che rappresenta il volano per la digitalizzazione del Paese, è emersa con ancora più forza proprio a causa della pandemia.  È stato reso ancora più evidente come la modernizzazione in chiave digitale della nostra economia è la premessa imprescindibile per competere sui mercati globali, ma anche per realizzare appieno la transizione ecologica, perché la raccolta in tempo reale e l’analisi sistematica di dati di produzione e di consumo consentono un uso più intelligente (e quindi efficiente) delle risorse naturali. Pertanto, occorrono ora politiche orientate e supportare la transizione digitale, così da proseguire nel processo di ammodernamento già avviato.  In particolare, per quanto riguarda il lato della domanda, sarà fondamentale dare continuità al Piano Transizione 4.0 attraverso la sua stabilizzazione almeno sul triennio, in modo tale da permettere alle imprese una programmazione più certa dei propri investimenti. Allo stesso modo, occorre completare e potenziare le infrastrutture per un’economia digitale scalabile, interoperabile e sicura, liberando le risorse già destinate a queste finalità unitamente a quelle previste dal Recovery Fund.  Con riferimento alle tempistiche, riteniamo essenziale accelerare il più possibile il percorso di digitalizzazione del Paese, che al momento ci vede in ritardo rispetto agli obiettivi fissati a livello Europeo.”

Il potenziamento, così come la riqualificazione e messa in sicurezza delle infrastrutture costituiscono due pilastri del piano di rilancio. Quali sono le aspettative e quali le preoccupazioni del sistema industriale italiano?

Il tema delle infrastrutture deve essere incardinato soprattutto come funzionale al raggiungimento degli obiettivi di coesione sociale, ancor prima che economici, e indirizzato a colmare i divari territoriali e sociali che purtroppo ancora riscontriamo nel nostro Paese e che sono stati acuiti ancor di più dalla pandemia.  Per quanto riguarda la politica infrastrutturale, occorre invertire il processo di progressivo declino degli investimenti che ormai da due decenni ne caratterizza l’andamento. A tal fine, in funzione del Recovery Plan nazionale, è essenziale che gli investimenti infrastrutturali rispettino i tempi realizzativi coerenti con le condizioni poste dalla regolamentazione del Recovery and Resilience Facility (RFF) e siano decisivi per l’attuazione della più ampia programmazione infrastrutturale del Paese e presentino, possibilmente, una rilevante addizionalità rispetto agli andamenti “ordinari” previsti dalle previsioni tendenziali di spesa, per dare un contributo sostanziale alla ripresa  Inoltre, gli investimenti infrastrutturali devono essere sostenuti da riforme strutturali da avviare nell’immediato, per arrivare a definire nel medio termine un nuovo e più efficiente quadro di riferimento operativo della politica infrastrutturale. In quest’ottica, l’Italia dovrà quindi  preoccuparsi di risolvere problemi, quali: processi burocratici lenti, procedure farraginose e disfunzioni legate al Codice degli Appalti. Sarà altresì fondamentale, a sostegno dei finanziamenti pubblici, rilanciare gli investimenti privati attraverso accordi di Partenariato Pubblico Privato o operazioni di Project Financing.”

Un tema che sembra oggi perdere di attenzione e non essere più una priorità è la rigenerazione urbana e dei territori. È secondo lei pensabile ridimensionarne l’importanza o per lo meno non considerarla come un fattore determinante invece di qualunque ipotesi di sviluppo sostenibile?

I temi legati alla rigenerazione urbana e alla riqualificazione dei territori sono oggi, più che mai, di forte attualità, sia in aree consolidate che in contesti periferici. Si tratta di un eccezionale driver di politica industriale poiché in grado di creare sinergie tra più filiere produttive per dare risposte a molteplici esigenze, come: la riqualificazione degli edifici, il contenimento del consumo di suolo, l’occupazione, il fabbisogno abitativo e la tutela del patrimonio artistico e ambientale. La conferma che questi concetti debbano essere  considerati di forte attualità si ritrova nel loro essere alla base sia del Piano Italia Veloce, che permetterà alla Commissione Europea di venire a conoscenza del quadro economico degli Interventi Programmatici necessari all’assetto infrastrutturale del Paese, nell’ottica unitaria dell’inizio di un processo di riforma attraverso il quale il Governo cercherà di ottenere il massimo contributo possibile dal Recovery Fund, sia dell’Agenda Urbana per l’Unione Europea e delle politiche regionali e di coesione dei Paesi Membri. Solo il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) ha stanziato il 5% delle risorse a favore di quelle realtà urbane che si riservano di promuovere progetti dedicati allo sviluppo urbano sostenibile. Le aree urbane non possono essere considerate soltanto habitat all’interno dei quali potenziare lo sviluppo economico, sociale e culturale degli esseri umani che vivono al loro interno, ma anche spazi che permettono ai residenti di utilizzare al meglio le risorse disponibili. Rigenerazione urbana e riqualificazione territoriale rappresentano la chiave di volta per   del benessere della collettività, attraverso la creazione di “città intelligenti”, economicamente sostenibili ed energeticamente autosufficienti, all’interno delle quali implementare servizi più mirati ed immediati, come quelli che possono essere offerti dalla Smart Mobility.”

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