POLITICA

Flussi, connessioni e poteri forti

Gli equilibri geopolitici ed economici sono diventati fluidi e non è più tanto la sovranità a determinare il controllo degli Stati moderni.

Lucio Caracciolo

18 OTTOBRE 2017
politica, estero, scenari, mondo, mercato, economia, geografia e infrastrutture

Quali sono i principali attori internazionali nell’era del disordine mondiale in cui gli Stati sembrano aver perso la capacità di controllare migrazioni, economia, finanza, criminalità internazionale, terrorismo e cambiamenti climatici? Il tentativo di ricostruire il quadro geopolitico, estremamente frammentato e anarchico nel 2017, vede forse in prima linea soggetti statuali e non, ovviamente gli Stati Uniti, ma di Trump, la Cina e la Russia sfidanti degli States, ma anche le corporations, poteri automatici collegati alle innovazioni tecnologiche e poteri illegali.

Chi comanda il mondo
Che ne è dell'utopia postbellica di un "governo mondiale"? La divisa statunitense, che si è rivalutata negli ultimi anni, è la moneta di riserva mondiale per definizione. Solo gli Stati Uniti hanno la forza militare, le garanzie del diritto e il grande mercato finanziario che possono assicurare tale primato.
Ma la geopolitica e l’economia non bastano a capire l’impero americano. La sua quintessenza è ideologica, missionaria, perché gli Stati Uniti non possono ridursi a nazione fra le altre, diversa solo per il gradiente di potenza. Il presidente non conta tanto per quel che dice o per come si contraddice, ma per quel che rappresenta nella società nazionale. L’iperpattriottismo trumpiano espone la contraddizione strutturale fra globalizzazione e impero. I globalismi americani devono constatare che il mondo globalizzato non è affatto uno spazio omogeneo né tantomeno omologato agli Usa.  

Thumb 1 gli usa di trump
 
Trump non ha i mezzi per compiere la sua rivoluzione, auto centrata sull’idea per cui l’America, vittima dell’idiozia dei precedenti leader, necessiti di un grande condottiero. Lo Stato profondo – dai servizi segreti alle altre agenzie federali – la magistratura, l’"opinione pubblicata", la crema intellettuale, persino parte della maggioranza repubblicana del Congresso hanno subito messo in evidenza i limiti del suo potere, accentuati dall’inevitabile dilettantismo di chi fino ai settant’anni ha osservato la politica anziché praticarla. Ci vorrà tempo per stabilire dove si fermerà l’ago della bilancia nel braccio di ferro fra la cacofonica amministrazione Trump e le strutture profonde del potere, vocate a proteggere l’impero. La globalizzazione come missione universale non scalda i cuori dell’opinione pubblica americana. L’interdipendenza economica non genera di per sé protezione geopolitica. Né ci sono più nemici assoluti di taglia paragonabile alla Germania nazista, al Giappone imperialista o all’Unione Sovietica sui quali imbastire una narrazione che convinca la nazione americana alla necessità di una postura estero-vestita. Il fenomeno Trump è indicatore, prima che soggetto, del ripiegamento del paese su se stesso. Ma l’identità americana, come si è consolidata in oltre due secoli, è imperiale o non è. Gli strumenti per riaffermare l’egemonia di Washington restano formidabili: dominio sui mari e (meno) sui cieli – non su terra né tantomeno sul cyberspazio – il privilegio del dollaro, la brillante demografia, l’innovazione tecnologica.

La globalizzazione di stampo cinese
Ci sono poi potenze inassimilabili, come la Russia, o in fermento nazionalista, quale la Cina. Un impero plurimillenario non può copiare il modello altrui. Il progetto Obor (One Belt One Road = Una Cintura Una Vita) lanciato da Xi Jinping nel 2013 è un astuto mascheramento della geopolitica neoimperialistica di Pechino. Interpretazione estensiva, favorita dall’ambiguità della retorica cinese e dalla vaghezza del progetto appena ribattezzato Bri (Belt and Road Initiative), che coinvolge oltre quaranta paesi, mentre altre decine sarebbero in lista di attesa. Una fitta rete di collegamenti terrestri e marittimi eurasiatici, estesa all’Africa, all’America Latina e potenzialmente al resto del mondo. In una prospettiva di lungo periodo, questa strategia esprime l’anelito a una globalizzazione di stampo cinese, destinata a succedere a quella americana. Senza cimentarsi nello scontro militare diretto, per il quale la Repubblica Popolare non ha i mezzi. Per scommettere invece sulla proiezione economico-commerciale, con il dovuto accompagnamento propagandistico e sostegno del marchio Cina, allargando e radicando la sua sfera di influenza. La penetrazione negli spazi economici esteri, contigui e remoti, con investimenti di medio-lungo periodo ipotizzati nell’ordine del trilione di dollari entro il 2020, vuole anzitutto sostenere l’ascesa della Repubblica Popolare nella gerarchia globale del potere. Per intendere la portata della Bri bisogna allargare l’analisi alle nuove istituzioni finanziarie in cui la Cina gioca un ruolo centrale. La Asian Invesiment Infrastructure Bank (Aiib), varata da Pechino con altri 56 paesi, senza gli Usa ma con i loro principali alleati europei, affianca la Bri. E segnala impazienza per l’indisponibilità americana a concedere alla Cina il peso rivendicato in seno alle istituzioni finanziarie dominate dagli occidentali, a cominciare dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Tuttavia i cinesi restano i terzi finanziatori della principale concorrente dell’Asian Invesiment Infrastructure Bank (Aiib), la Asian Developement Bank (Aib) di marca americana. Pechino gioca su tutti i tavoli. Il riferimento alla via della seta è puramente estetico. Di seta se ne commercializzava pochissima, semmai spezie, selle, pellami, vetro, carta e cloruro d’ammonio. Non c’è al mondo progetto comparabile alle nuove vie della seta. Pechino illustra trama e ordito del tessuto pluricontinentale riservando a se stessa la funzione di spoletta definendo i contorni di un’impresa colossale. Ci vorranno anni per capire se tanto impegno porterà alla Cina i frutti sperati.  

Thumb 1 vie della seta
 
Pechino prende provvedimenti per attrarre investitori stranieri e permettere al governo di raccogliere i frutti gestiti dal mercato. Vuole valorizzare i settori in grado di generare uno sviluppo di lungo periodo per assicurare la stabilità economica del paese. Favorire l’accesso di investitori internazionali consente l’assorbimento di tecnologia straniera e contribuisce alla graduale apertura del mercato interno. Dalla prospettiva cinese, ciò servirebbe infine a consolidare il valore globale e inclusivo che, come affermato spesso dal presidente cinese Xi Jinping, è alla base delle nuove vie della seta. Le aziende pubbliche, in fase di riforma, trainano gli investimenti esteri della Repubblica Popolare, mentre quelle private scontano controlli più rigidi.
Quanto agli sbocchi europei delle vie della seta, Pechino vi persegue un doppio obiettivo. Concentra gli investimenti nei paesi che fungono da raccordo fra Cina e Germania (intesa come sinonimo di Europa) nelle periferie nord-orientali e in quelle sud-orientali dell’Ue. La competizione fra porti e interporti europei per fruire degli investimenti cinesi evidenzia il grave ritardo accumulato dall’Italia. Lo Stivale, in specie il porto di Taranto, sarebbe il primo approdo per ogni carico da e per l’Asia passante per Suez. Ma al Sud latitano infrastrutture portuali e retroportuali, sensibilità politica ed efficienza amministrativa, elementi più avanzati in Alto Adriatico, anche se la Cosco, gigante mandarino dello shipping, ha optato per il Pireo e l’ultima mappa delle vie marittime Bri pubblicata dai cinesi aggira l’alternativa nord-adriatica, che in tutta la precedente cartografia spiccava come perno europeo delle rotte intercontinentali. 

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