CULTURA

Effetto domino

L’ultimo libro, corale, dell’avvocato-scrittore Romolo Bugaro racconta le difficoltà delle piccole e medie imprese venete, ma parla anche di rilancio e di speranza.

Rosa Moretti

10 LUGLIO 2017
mercato e letteratura

Romolo Bugaro è un avvocato di Padova esperto in diritto fallimentare, con la passione per la scrittura. Dalla sua esperienza personale e professionale sono nati otto libri di cui due selezionati per il Premio Campiello.

Nell’ultimo romanzo, Effetto domino (Einaudi, 2015), Bugaro rappresenta l’epopea di chi in un attimo può perdere tutto e creare danni irreversibili a un’intera comunità, come un fenomeno naturale improvviso e travolgente. Si parla di edilizia, di crisi finanziarie, di banche e di come la realtà a volte supera la fantasia creando fenomeni a catena potentissimi.

Abbiamo intervistato l’autore per scoprire come nascono i suoi romanzi e cosa pensa dell’imprenditore edile, tra stereotipi e nuovi modelli.

 

Quanto ha influito la professione di avvocato sulla sua impostazione letteraria?

Tantissimo, soprattutto negli ultimi anni. Mi occupo di diritto fallimentare, il che significa avere a che fare ogni giorno con persone in crisi, assorbire le tragedie di chi perde il lavoro, la casa, a volte tutto, anche la famiglia. La sofferenza di queste persone mi ha spinto a scrivere delle loro storie, delle loro animosità, ma anche del rilancio e della speranza. È per me un impatto fortissimo, è come il medico che ogni giorno visita i suoi pazienti più gravi. Non potevo evitare di scrivere di questo.

 

In Effetto domino evoca un parallelismo tra catastrofe finanziaria e catastrofe naturale. Da cosa nasce questa idea?

Il romanzo nasce dalla mia esperienza. Cose che vedo e situazioni e personaggi ispirati al clima che respiro. Il tentativo è stato quello di parlare di cose di cui nessuno parla. In letteratura i temi spesso si ripetono, si descrivono amori, avventure, omicidi, viaggi, nessuno parla di anticipo fatture, di bancarotta, crediti o cose simili. Come fossero argomenti trascurabili, che non meritano la letteratura, e invece sono parte importante della vita di tutti, elementi che possono costare una carriera, una casa, una vita a volte.

Ho pensato però che per scrivere di questi temi bisogna conoscerli. Spesso chi scrive fa altri lavori, sempre legati all’arte o alla letteratura. Io invece, grazie alla mia esperienza professionale diretta, potevo trattare questi aspetti e descrivere la verità.

 

La figura dell’imprenditore edile rappresenta una sorta di anti eroe. È così solo nella finzione o anche nella realtà?

Sinceramente ho trovato in tanti romanzi insopportabile la figura dell’imprenditore dipinto sempre come disonesto, corrotto e cementificatore. Non voglio dire che gli imprenditori italiani siano tutti santi, ma sono convinto (e ne ho anche conosciuti diversi) che per la maggior parte siano strenui lavoratori, impegnati ogni giorno a gestire aziende in difficoltà, operai, cantieri, fornitori. Come in ogni settore esistono luci e ombre. La verità è che sono persone che lavorano tantissimo; con la recessione l’edilizia è il comparto che ha patito di più e che avrebbe più bisogno di sostegno.

 

Come deve cambiare il ruolo dell’imprenditore?

Questi momenti di crisi sono anche occasioni di rilancio e di pulizia. Nella sfortuna, il mercato ha fatto piazza pulita di soggetti poco trasparenti e inclini a lavorare senza la giusta qualità. È chiaro che bisogna cambiare rotta, ad esempio l’Italia si sta de-industrializzando, il modello di produzione sta cambiando. Mi riferisco ai segmenti produttivi ma non solo, anche agli spazi, ai territori, ai distretti. Esistono intere aree da reinventare completamente alla luce delle nuove leggi di mercato e delle nuove regole sociali. Ripensare i luoghi è una delle prossime grandi sfide dell’Italia. Città e periferie devono cambiare e rinnovarsi e su questo gli imprenditori edili hanno margini di manovra, sia coinvolgendo il pubblico che il privato. Anche il turismo è sicuramente un valore su cui puntare e che potrebbe aumentare la portata produttiva e di business dell’edilizia.

 

Il suo è un po’ un libro corale, fatto di tante voci. Questo stesso senso di comunità riesce a viverlo anche nel quotidiano?

Effettivamente il senso di comunità tradizionale, quella delle piazze, dei paesini e dei quartieri, si sta perdendo. Ma nascono ogni giorno nuove comunità unite da uno o più interessi comuni: ad esempio la comunità letteraria c’è ed è molto presente e come quella altre. L’uomo è un animale sociale, ha bisogno di comunità, è una necessità che si porta dentro e che non può sparire.

 

Com’è il suo “crudo Nordest”?

I confini sono molto labili, è un attimo ritrovarsi nell’abisso. Lo ritengo un distretto molto mobile e magmatico, sia in senso positivo che negativo, esistono anche molte realtà nuove, molto fermento. C’è voglia di fare e di crescere e abbiamo la fortuna di avere distretti ad alta specializzazione, spesso quello che manca è un po’ di visione strategica e la volontà di fare rete.

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