DIGITALE

È in arrivo la rivoluzione dell’abitare

Con gli Anni Venti del nuovo millennio arriveranno gli effetti dell’innovazione sviluppata nel decennio che sta per finire, ma non ci sarà un modello urbano valido per tutti.

Virgilio Chelli

11 GENNAIO 2019
usa, digitale, innovazione, sociale, città e amazon

Ancora un anno di pazienza ed entreremo nei Ruggenti Anni Venti, non quelli di un secolo fa ma quelli del secondo millennio, quando tutte le innovazioni tecnologiche del decennio precedente, dall’Intelligenza Artificiale ai droni ai robot attivi in tutti i campi, fino alle automobili che si guidano da sole, alla realtà virtuale e chi più ne ha più ne metta diventeranno parte integrante della nostra vita quotidiana e non solo notizie da ascoltare in tv o leggere online. Proprio come cent’anni fa, quando aeroplani, automobili, elettrificazione diffusa, elettrodomestici e cinematografo passarono dal mondo della sperimentazione alla quotidianità di milioni di persone, prima in America e poi nel resto del mondo sviluppato. Allora la rivoluzione tecnologica cambiò il volto delle città. Succederà lo stesso? Vivremo tutti in smart cities, ammesso che si sappia cosa voglia dire? L’avanzamento tecnologico non porta per forza con sé un modello, rende possibile far diventare realtà nuovi modelli che prima non erano realizzabili. Migliaia di anni fa gli antichi egizi avevano la miglior tecnologia di costruzione disponibile all’epoca e la utilizzarono per erigere le piramidi, così come i greci usarono le loro tecniche d’avanguardia per i loro bellissimi tempi. Gli antichi romani diffusero in tutto il mondo il loro modello di città, con il castrum, il foro e gli anfiteatri.

La tecnologia oggi consente di fare praticamente qualsiasi cosa. Il centro di ricerche della giapponese Advanced Industrial Science and Technology ha sviluppato il prototipo di un robot umanoide battezzato HRP-5P e progettato per svolgere lavori pesanti in ambienti pericolosi con insuperabile capacità fisica, praticamente può lavorare indefessamente 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni l’anno. La sua vocazione sono le costruzioni. Cosa faremo costruire agli HRP-5P nei prossimi Anni Venti in arrivo? Per esempio potremmo affidare a una squadra di HRP-5P la costruzione del primo headquarters europeo di un colosso tecnologico americano, tipo Google o Apple o Amazon.

 

Le contraddizioni dello sbarco di Amazon a New York

Amazon, quando ha deciso di dotarsi di un secondo grande centro direzionale in America, dopo quello di Seattle dove è nata, ha visto fare a gara oltre 200 città degli Stati Uniti per ospitarla, offrendole incentivi di ogni tipo. Alla fine l’hanno spuntata Arlington, in Virginia, e Long Island City, New York. Quest’ultima ha messo sul piatto, tra agevolazioni e incentivi, qualcosa come 3 miliardi di dollari di controvalore, perché Amazon vuol dire decine di migliaia di posti di lavoro ben pagati, business, attrazione di centinaia di altre imprese, e quindi benefici di ogni tipo a cominciare dal gettito fiscale. Peccato che proprio a New York la House Authority, l’equivalente dei nostri vecchi enti per le Case Popolari, sia finita in tribunale per non essere riuscita a mettere in condizioni di abitabilità le residenze in cui vivono circa 400.000 persone, lasciate letteralmente cadere a pezzi. Per l’intervento sarebbe bastato poco più di un terzo dei soldi messi sul piatto per far arrivare Amazon. Il complesso più grande della House Authority di New York è proprio vicinissimo all’area di Long Island City in cui sorgerà l’headquartes di Amazon. Finalmente, ironizza il Wall Street Journal, gli abitanti delle case popolari di Long Island infestate dai topi potranno beneficiare dell’eliporto di Jeff Bezos.

La congestione minaccia il miglio quadrato più innovativo del globo

Siamo così sicuri che attrarre ed ospitare un distretto ad altissimo tasso di innovazione e sviluppo tecnologico sia una leva per la crescita e lo sviluppo di tutti? Un caso che è finito in prima pagina sempre in America è quello di Cambridge, Massachusetts, dove un gruppo di investitori della vicina Boston sta sviluppando una torre che dovrebbe ospitare i nuovi uffici di Google sulla costa Est. Nel cuore di Cambridge, che ospita il rinomato Massachusetts Institute of Technology, c’è Kendall Square, un cluster di laboratori, centri di ricerca e sedi di multinazionali che 10 anni fa il Boston Cosulting Group nominò “il miglio quadrato più innovativo del pianeta,” culla dell’industria biotecnologica globale. Il MIT di Boston è per la scienza quello che Wall Street è per la finanza o Parigi per la cultura. Infatti i prezzi degli affitti viaggiano in tandem con quelli di Midtown Manhattan. La sola Kendall Square è la residenza di 62 multinazionali con un valore combinato di oltre 170 miliardi di dollari ed è in continua crescita, con piani di sviluppo immobiliare per miliardi. Ma l’infrastruttura fisica non regge il passo con la crescita economia e finanziaria, il sistema dei trasporti è congestionato e il costo da sostenere per andarci ad abitare o lavorare sta diventando insostenibile, anche per le famiglie a reddito elevato. E così il tempo che passa sui mezzi di trasporto chi lavora a Kendall Square è aumentato del 50% dal 2005 al 2016 arrivando a 90 minuti. Il problema sembra locale, ma è globale perché se si inceppa il meccanismo che produce una parte rilevante dell’innovazione biotecnologica del mondo la devastazione è planetaria.

Dalla concentrazione alla dispersione

La lezione dei due esempi citati è: la concentrazione di risorse umane e finanziarie di altissima qualità può essere una strada che, invece che verso lo sviluppo porta in un vicolo cieco, oppure si trasforma in un moltiplicatore di disuguaglianza sociale che alla fine ha l’effetto perverso di restringere la base di capitale umano da cui si attingono le risorse in termini di talenti. Dalla concentrazione alla dispersione. Di recente la Washington Post ha dedicato un lungo reportage sul campo al fenomeno degli americani che hanno deciso di vivere stabilmente in un RV, sigla che sta per Recreational Vehicle: il caro, vecchio caravan. Le famiglie che posseggono un RV negli Stati Uniti hanno recentemente superato i 10,5 milioni, un balzo avanti rispetto alle 7,5 milioni di famiglie del 2005 e una su 10 ha rinunciato definitivamente all’appartamento o alla villetta e ha scelto l’RV come unica abitazione, restringendosi da 150 metri quadrati a un terzo e puntando sulla mobilità. Che tipo di gente è, si è chiesta la Post di Washington? Pensionati che dopo la Grande Recessione non ce la fanno più a tirare avanti con l’affitto e le bollette e hanno venduto tutto per godersi una terza età low cost? Oppure una nuova generazione di hippy alla ricerca del contatto con la natura?

On the road alla scoperta dei nuovi nomadi

La cronista Heather Long è andata ‘on the road’ a cercarli e ha trovato una realtà molto diversa, quella dei ‘nuovi nomadi’, molti dei quali ‘nomadi digitali’ di cui abbiamo già parlato su Civiltà di Cantiere. Come Robert e Jessica Meinhofer, una coppia giovane con due figli di 6 e 9 anni, che ha deciso di lasciare una vita non certo disperata nel quartiere newyorkese del Bronx. Jessica continua a lavorare da remoto come contractor, l’equivalente della partita Iva, per un’agenzia governativa, come faceva quando abitava nella villetta con due auto nel garage. Robert fa il lavoro che trova girovagando, non per forza tosare il prato. Alcuni grandi gruppi infatti, come Amazon e J.C. Penney, si sono attrezzati per offrire lavori a questi moderni nomadi nelle loro strutture logistiche di distribuzione, ramificate su tutto il territorio, e pagano oltre allo stipendio anche la tariffa per parcheggiare l’RV in un’area attrezzata. La Washington Post ha raccolto dozzine di storie sui nuovi nomadi, tutte diverse con in comune la voglia di ‘ridefinire’ il sogno americano in un paradigma diverso da quello tradizionale dell’accumulazione di beni.

Se è slow e piccola la città piace di più

Una filosofia simile a quella che ha ispirato CittaSlow, un movimento nato nel 1999 per iniziativa dell’ex sindaco di Greve in Chianti Paolo Saturnini e che almeno nel nome si richiama a quella più nota in Italia di Slow Food, con cui collabora e che l’ha aiutato a crescere. L’associazione conta centinaia di città aderenti in tutti i continenti, prevalentemente di piccolo dimensioni, dalla Danimarca all’Australia, dalla Polonia alla Spagna fino al Giappone, e promuove l’idea di considerare i centri urbani per quello che sono, immaginando uno sviluppo finalizzato a migliorare la qualità della vita applicando il concetto dell’ecogastronomia alla pratica di vita quotidiana. Nel caso di CittaSlow non ci si muove alla ricerca di una qualità della vita migliore di quella del pendolare che passa un’ora e mezza al giorno per andare al lavoro, ma si resta fermi per migliorarla con quello che c’è già e magari rischia di sparire se non viene coltivato e conservato, come il buon cibo, la buona architettura urbana ereditata dal passato, la qualità sociale di comunità ancora capaci di raccogliersi e ritrovarsi in piazza. Tutti obiettivi che la tecnologia e l’innovazione possono aiutare a raggiungere.

La bottom line è che i Ruggenti Anni Venti in arrivo probabilmente non porteranno, come un secolo fa, un nuovo modello di città in cui vivere la modernità esportabile in tutto il mondo, ma che l’innovazione e la tecnologia renderanno forse possibile la realizzazione di tanti modelli e tanti stili di vita diversi a cui ogni comunità potrà ispirarsi. A patto di sapersi accontentare e di non voler strafare.

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