CALCESTRUZZO

Costruzioni, infrastrutture e sviluppo

Le scelte politiche e la gestione dei rapporti tra committenze e imprese determinano conseguenza importanti su territorio e indotto produttivo

Andrea Bolondi

18 GENNAIO 2019
materiali, calcestruzzo, imprese, infrastrutture, pil e manutenzione

Il nostro Paese sta vivendo un momento particolare, caratterizzato da un profondo cambiamento politico e da non poche incertezze. Per quanto riguarda l’industria e la filiera delle costruzioni lo scenario risulta particolarmente preoccupante. Per un comparto come quello del calcestruzzo, poi, la situazione appare ancora più critica, considerando che l’ambito di mercato principale è rappresentato dalle infrastrutture, soprattutto quelle di maggiori dimensioni. Le scelte del nuovo Governo di rivedere i principali programmi infrastrutturali, la tragedia del crollo del ponte sul Polcevera a Genova e il persistere di una crisi profonda, finanziaria e di liquidità di alcune delle maggiori imprese italiane, stanno determinando un quadro quanto mai problematico e che mette a rischio default l’intero settore.

Vi è del resto una stretta correlazione tra questi fattori. Se infatti prendiamo in esame soltanto i casi di Condotte e Grandi Lavori Fincosit, ci accorgiamo che si tratta di imprese titolari di alcuni fra i più importanti lavori come il Colle di Tenda, la Tranvia di Firenze, l’attraversamento dell’Alta Velocità sempre a Firenze, alcuni lotti della Sassari - Olbia, il porto di Taranto, la Siracusa – Gela, alcuni lotti del Terzo Valico, la Città della Salute a Milano. Ciò che ancora non si è compreso sufficientemente è che il ricorso al concordato solo di queste due imprese provoca una perdita secca di alcune decine di milioni di euro ai fornitori di calcestruzzo e cemento, che va ad impattare su bilanci già in perdita da diversi anni.  Se poi aggiungiamo il caso della Astaldi e quello della CMC di Ravenna siamo di fronte a un’emergenza a cui va posto rimedio iniziando a rivedere le norme in materia di fallimento.

E’ una crisi strettamente connessa a una gestione dei rapporti tra committenze e imprese relativamente ai principali programmi di infrastrutturazione.  Programmi sui quali incombe la spada di Damocle del blocco delle risorse e della revisione dei programmi stessi. Per chiudere il cerchio vizioso non resta che ricordare come Anas e Ferrovie, ovvero due dei principali committenti di opere pubbliche del Paese, si caratterizzano per avere i Consigli di amministrazione dimissionari. In sintesi siamo di fronte a un vuoto decisorio di cui non si vede la fine.

 In questo scenario, il futuro di un comparto produttivo come quello del calcestruzzo appare dipendere fortemente dall’evoluzione del quadro politico e dalla capacità delle forze politiche del Governo e del Parlamento di comprendere l’importanza del fattore tempo, rispetto alle decisioni e alle scelte. Quel che sembra mancare è la consapevolezza della gravità della situazione. Eppure è nota a tutti l’incidenza rilevante delle costruzioni sul PIL, tanto che è ormai giudizio condiviso che proprio la crisi del settore e la sua contrazione produttiva sono state la principale causa della minore crescita dell’Italia rispetto ai nostri partner dell’Unione europea.

Il valore dell’industria italiana del calcestruzzo è riconosciuto a livello internazionale. Il raggiungimento di importanti obiettivi di sviluppo e di capacità competitiva sono il risultato di un vasto utilizzo di questo materiale. Le opere in calcestruzzo costituiscono l’ossatura infrastrutturale del Paese. Una verità che non può essere messa in discussione da specifici casi di cattiva gestione o manutenzione. Come ricordato anche recentemente, l’architettura strutturale italiana costituisce un riferimento per la nostra storia scientifica e le opere dei grandi strutturisti italiani restano punti fermi di un genio e di una cultura straordinaria. Appare difficile comprendere come tutto ciò venga improvvisamente dimenticato.

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