POLITICA

Città nuovo teatro di guerra

In Iraq e in Siria i conflitti si combattono in territorio urbano, non in campo aperto. E quindi bisogna attrezzarsi. Dall’America la proposta di trasformare le periferie industriali abbandonate in campi di addestramento militari

28 LUGLIO 2017
militare, riconversione, periferia e degrado

Quale futuro per le città? Con oltre metà della popolazione mondiale che vive in aree urbane e che secondo le proiezioni ONU raggiungerà il 60% al 2030 la città è ormai il luogo di tutte le attività umane. E saranno luoghi sempre più grandi e abitati. Sempre al 2030 le mega città, quelle con oltre 10 milioni di abitanti, aumenteranno dalle attuali 31 a 40. Cambia il concetto di territorio, una volta territorio rurale punteggiato di città, oggi territorio urbano connesso ad altri territori urbani da trasporti, comunicazioni e linee elettriche. In mezzo il nulla o quasi. Anche se l’impiego di questo non territorio è produttivo, l’agricoltura non richiede ormai quasi più impiego di manodopera umana, soprattutto nel mondo sviluppato. Se la città diventa il luogo di tutto diventa anche il luogo della guerra. I casi della guerra civile in Siria e della riconquista dell’Iraq occupato dal califfato islamico rappresentano cosa è diventata la guerra. Mosul è l’emblema del moderno campo di battaglia, e non è un campo di battaglia facile anche per le forze armate meglio equipaggiate e addestrate del mondo. Poche migliaia di combattenti dello Stato Islamico sono riusciti per mesi a tenere testa a 100.000 soldati dell’esercito regolare iracheno supportati dalle forze di sicurezza americane. Alla fine sono stati sconfitti, ma dopo mesi di combattimenti costati 7.000 morti e 22.000 feriti in un conflitto combattuto casa per casa e vicolo per vicolo con il ricorso a tutto quello che la tecnologia mette a disposizione: dalle comunicazioni sui social media ai droni comprati su internet. 

Di recente il WSJ ha ospitato un’analisi di John Spencer, un ex militare ora vice direttore del Modern War Institute all’Accademia Militare di West Point, la più famosa del mondo. Secondo Spencer il Pentagono deve cominciare a ripensare la guerra: non più qualcosa che si combatte nei deserti dell’Afghanistan o nelle paludi del Vietnam ma in ambiti urbani densi e sovrappopolati, tra isolati labirintici, tunnel segreti, e ovviamente civili disperati che rendono tutto più difficile e complicato, anche dal punto di vista umanitario. Una specie di battaglia di Mogadiscio del 1993 all’ennesima potenza. La città teatro di guerra semplifica i compiti ai gruppi terroristici non-statali e li complica per le forze regolari. I primi possono controllare il territorio urbano a una frazione del costo che devono sostenere le seconde per contrattaccare. Quindi, argomenta Spencer, non è un problema di investire di più in armi e tecnologie, ma di cambiare l’approccio. Come? A partire dalla formazione e dal training delle truppe. Oggi gli addestramenti avvengono su apposite aree in campo aperto, che replicano condizioni avverse ma naturali, non un ambiente urbano. Bisogna attrezzarsi per addestrare i soldati a combattere in città. Ma come? Costruendo come a Hollywood o a Cinecittà strutture replicanti ad hoc?  

La risposta di Spencer è: no, ce le abbiamo già. E butta lì un’idea che potrebbe anche avere successo e soprattutto dare un futuro a territori urbani che oggi hanno solo un passato. Come ad esempio mezza Detroit, caduta in un declino senza speranza dopo essere stata per un secolo e mezzo un cuore produttivo dell’America, prima con le sterminate macellerie che dis-assemblavano i bovini per mettere in scatola la carne che tutta l’America mangiava, poi con le fabbriche che negli stessi luoghi componevano le automobili su cui tutta l’America viaggiava. Oggi è diventato un posto ideale, insieme ad altre aree urbane ex industriali completamente abbandonate, come nell’area circostante New York City, per realizzare senza dover investire troppo perfetti campi di addestramento per la guerra urbanizzata. Secondo Spencer si tratta comunque di un investimento di lungo termine che non può dare risultati immediati. Ma può anche funzionare da forte deterrente e servire per scoraggiare, oltre che a combattere in modo più efficace le nuove guerre urbane. Il mondo sviluppato è pieno di periferie industriali in abbandono. Forse la soluzione non è riqualificarle ma bombardarle. Per esercitarsi, ovviamente.

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