OPERE PUBBLICHE

Chiudere per far vedere, la nuova Porta di terra a Venezia

ll progetto di riqualificazione della nuova Porta di terra a Venezia.

Daniele De Bettin

12 DICEMBRE 2018
veneto, venezia, città, rigenerazione, progettazione e opere pubbliche

DBA Progetti, in collaborazione con l’Arch. Mauro Galantino, ha partecipato e ottenuto il primo premio al concorso internazionale indetto dall’Autorità del Porto di Venezia per la realizzazione della nuova Porta di Terra di Venezia. Si tratta di un intervento di assoluta importanza, per la città e il suo porto, che porta alla riqualificazione di un’area di 40.000 mq, quella dell’ex Deposito Locomotive, su cui sarà costruito un complesso immobiliare con lo scopo di incrementare infrastrutture e servizi. Il progetto presentato dallo Studio Galantino, insieme anche ai paesaggisti Alain Dervieux e Dominique Hernandez, prevede la realizzazione di strutture ricettive, di un centro direzionale, garage, negozi e uffici. L’area è stata pensata in modo da costituire una realtà originale rispetto alle tradizionali configurazioni delle espansioni di geografia artificiale di cui il porto e il Tronchetto sono le esemplificazioni. Il carattere della porzione di isola artificiale si colloca quindi come altro dalla Venezia storica e dalle infrastrutture esistenti. La presenza del People Mover, la nuova fermata del vaporetto, la modificazione della Marittima e la presenza di una polarità funzionale a servizio della portualità e della città hanno suggerito connessioni interne all’area e tra essa e le preesistenze con caratteri “inusuali” per le relazioni veneziane. 
 
Caratteri dell’architettura  
Il progetto inaugura una concetto di progettazione paesaggistica al quale la definizione dei singoli elementi previsti si adegua. Non un nuovo suolo su cui posizionare edifici, ma una sequenza di grandi invasi spaziali, con caratteri urbani propri, motivati e misurati specificamente, nel quale si abita un “continuum funzionale” che ha scala simile alle infrastrutture del porto e analogie con la città storica. Non sarebbe stato possibile riprodurre artificialmente la stratificazione storica, né concentrare su Venezia una macrostruttura portuale. Il progetto realizza quindi un luogo per mettere a distanza le due parti esistenti: Venezia e il Porto. Il lavoro è stato quindi di “perimetrare” un nuovo spazio “estrudendo” i suoi bordi abitabili. Tra bordi e nuovo spazio urbano si stabilisce una relazione biunivoca che li restituisce come unità. Le differenze abitative dei bordi corrugati si scoprono usandoli dall’interno, senza una volontà scenografica complessiva (Piazza S.Marco resta l’unico spazio di grande scala progettato in città). Per questa ragione il progetto si compone di due parti, la prima riferita all’area di progetto interessato dal programma di concorso, la seconda integra il lotto dell’edificio detto 280, vecchia sede della Casa del Marinaio, perché parte integrante della porzione compresa tra le due discese veicolari, delle rampe fisicamente presenti a delimitazione del comparto urbano omogeneo. L’insieme propone la visione complessiva di un’area da trattare con caratteristiche sinergiche. 
 
Un palcoscenico per Venezia  
Sono infinite le visioni di Venezia, è una città che si concede solo per stralci, per piccole sequenze, con viste lunghe solo alle Zattere, sul Canal Grande e anche in questi luoghi sono viste tangenti. Il luogo che andrà modificato ha due caratteri principali: un punto alto, il dosso del ponte e un piano basso, incassato tra percorsi stradali inclinati. Tra queste condizioni sono pensati due spazi: il Parco alto e il Parco basso. “Chiudere per far vedere” potrebbe essere la sintesi concettuale del progetto. Nel Parco alto la perimetrazione che segna il confine tra interno ed esterno sarà realizzata dal piano orizzontale inflesso. Così per avere la vista del panorama completo bisognerà salire. Nel Parco basso il limite con l’esterno sarà realizzato con il piano verticale: per vedere si dovrà uscire. Sono i fondamenti di costruzione della visione urbana a Venezia, meno sensibile il primo, che avviene infinite volte percorrendo i suoi ponti, più diretto il secondo, quando le cortine delle calli allentano la presa su chi le percorre. Nel Parco alto saremo tenuti sul palmo di una grande mano. Condotti in direzione del Porto o del ponte da un’inflessione dei bordi che schermano la vista vicina, lasciando apparire oltre il nuovo orizzonte artificiale le sommità di alcuni monumenti e le ciminiere di Marghera. Al suo interno è disegnato un percorso botanico che raccoglie le essenze vegetali incontrate da Marco Polo nelle regioni attraversate. La città si intravede oltre i suoi bordi. Il Parco basso è un interno assoluto. Vi si entra ovunque da passaggi compressi spazialmente. La dimensione lo avvicina ai Campi più grandi, ma uno spazio delimitato solo da bordi costruiti non è un vuoto in un tessuto. La sua ricchezza risiede in una polisemia di viste, in una densità di percorsi perimetrali a più livelli, in una eccezionalità del suolo. Al piede del sistema resta la viabilità veicolare, l’ultimo grande anello di traffico prima di Piazzale Roma. I tre livelli di parcheggio sono “la palificata contemporanea” che costruisce il suolo pubblico descritto precedentemente. A differenza della Venezia storica, i pali (di cemento) sono abitati da macchine, con posti auto che i veneziani aspettano da tempo.

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