OPERE PUBBLICHE

Capovolgere il modello per una nuova Roma

Il testo che segue è un estratto di una analisi più articolata e ampia che è stata oggetto di un intervento svolto dall’autore in occasione della presentazione del numero 2 (marzo-aprile) 2019 della rivista Il Mulino

Walter Tocci

20 SETTEMBRE 2019
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Se Roma non è solo romana e italiana, allora deve affermarsi come protagonista delle relazioni internazionali, come luogo di iniziative per la cooperazione economica nord-sud, per il dialogo interreligioso, per la diplomazia formale e informale contro le guerre, per il futuro dell’Africa ovvero per la principale questione geopolitica del secolo. Roma deve qualificarsi come capitale del Mediterraneo per convincere l’Europa a non girare più le spalle all'antico mare. Il Mediterraneo non è il confine, è l’origine dell’Europa.

 

La cultura è la potenza di Roma, ma è stata usata solo come rendita ricevuta dalla storia. Lo conferma, ad esempio, l’organizzazione turistica che ha dormito sugli allori, senza offrire servizi innovativi. Si può gestire molto meglio con benefici per i turisti e per i cittadini, ma il forte aumento della domanda rischia di accentuare i conflitti tra loro se non cambia radicalmente il modello di accoglienza e di fruizione.

Soprattutto l’eredità va arricchita da una produzione culturale contemporanea, anche al fine di attrarre la gioventù da tutto il mondo. Come dimostra Berlino, dopo l’unificazione la fortuna di una città dipende in grande parte dalla presenza dei giovani che creano l’humus per le sperimentazioni culturali. Ci sono tutte le condizioni per fare di Roma una centro di formazione a livello internazionale sui beni culturali, sull'arte, sulla filologia classica, ma anche su alcuni settori della scienza e della tecnologia, dalla fisica all'ingegneria spaziale. L'innesco potrebbero offrirlo le circa cento accademie e università straniere residenti a Roma, in stretto coordinamento con le nostre istituzioni culturali.

 

Capovolgere il vecchio modello di capitale vale anche per la rendita immobiliare. Basta con il consumo di suolo nella campagna romana, ora si deve migliorare la città esistente. Abbiamo alle spalle più di un secolo di sciagure urbanistiche ed edilizie. Se recupereremo ciò che è stato fatto male, ci sarà lavoro qualificato per il secolo che viene, nel risparmio energetico, nella riconversione del capitale fisico, nella resilienza ambientale, nella cura dello spazio pubblico. L’articolo di Edoardo Zanchini[1] offre un vademecum, anzi qualcosa di più, un capitolo del programma di governo. Il recupero urbano, d'altronde, corrisponde a un'antica attitudine romana, ex malo bonum, recentemente riscoperta dalla più bella opera d'arte contemporanea: I Trionfi e i Lamenti rappresentati da William Kentridge asportando le muffe dei muraglioni dei Lungotevere.

 

Potenziare la rete infrastrutturale

Certo, il recupero dell'esistente deve poggiare su una potente struttura dei trasporti. Bisogna riprendere la cura del ferro. E basta con la favoletta che mancano i soldi. Quasi due anni fa il ministro Delrio assegnò circa mezzo miliardo per la manutenzione delle metro A e B. Quei soldi non sono ancora stati spesi, e sono rimaste chiuse alcune stazioni del centro. Negli ultimi venti anni il Comune non ha portato al ministero nessun progetto esecutivo per il finanziamento di nuove opere di trasporto oltre quelle già in cantiere: nessun nuovo tram, metro o ferrovia. Mentre i politici romani ripetevano la cantilena dei soldi mancanti, gli amministratori di Napoli e Milano presentavano progetti esecutivi e ottenevano 3-4 miliardi di euro. Il fondo nazionale degli investimenti non è ancora impegnato per il 70%. Non mancano i soldi, mancano la volontà politica e soprattutto la capacità progettuale.

Infine, capovolgere il modello di capitale significa affrontare con coraggio i due più grandi problemi di Roma: Atac e Ama. Diciamo la verità, non sono più servizi pubblici, sono pericoli pubblici. Sono pericoli per il bilancio comunale e soprattutto per la vita quotidiana della città. Sono carrozzoni inefficienti e corporativi che dissipano risorse all'interno e solo quello che avanza lo danno ai cittadini. Ed è sempre di meno. L'Atac oggi produce un servizio inferiore al livello per cui è finanziata dal Comune. La media della produzione è diminuita del 30% rispetto ai primi anni Duemila, ma in periferia la diminuzione supera il 50%. In alcune borgate sono rimaste solo le paline a testimoniare che una volta ci passava l'autobus. Atac e Ama fanno male soprattutto alla povera gente. La sinistra non dovrebbe essere indulgente verso questi carrozzoni, che vanno rivoltati come un pedalino, non solo per renderli più efficaci, ma per ripensarne la logica di funzionamento.

Le nuove generazioni non avranno più il mito dell'automobile in proprietà e useranno in modi intelligenti i mezzi della mobilità sostenibile, car-sharing, car-pooling, bici, pattini elettrici e altre tecnologie. Le aziende pubbliche del futuro dovranno sostenere questa capacità dei cittadini di scegliere diverse modalità di trasporto, dovranno integrare i mezzi innovativi e flessibili con le tradizionali reti fisse, e governare i big data dei flussi di mobilità. Analogamente, i rifiuti, invece di caricarli sui treni verso il Nord, almeno quelli biologici potrebbero essere usati come concime negli oltre tremila ettari di terreni agricoli di proprietà comunale; sarebbe l'avvio dell'economia circolare di cui parla Zanchini. Non abbiamo più bisogno di vecchie aziende pubbliche fordiste basate solo sulla forza lavoro di venti mila dipendenti, peraltro gestita molto male, ma di imprese pubbliche innovative che accompagnino i cambiamenti degli stili di vita. Il servizio pubblico del futuro consisterà nell'organizzazione dell'intelligenza sociale. Sarebbe fantastico se si affermasse una nuova idea di servizio pubblico proprio dove è naufragata la vecchia concezione.

 

Governare Roma non è solo responsabilità locale

 

Quando si rinuncia a tali ambizioni, vince il provincialismo dei sindaci che vanno con il cappello in mano a chiedere al governo qualche soldo in più. Anche quando ottengono qualcosa, la città paga un prezzo in termini di discredito nazionale per il trattamento di favore, come è già accaduto. Bisogna ricordare ai sindaci che governare Roma non può essere una rivendicazione municipale, è una responsabilità nazionale e internazionale.

Si ponga fine alla gestione commissariale del debito che è servita solo ad Alemanno per raccontare la menzogna del buco inesistente e ottenere dalla Lega di Bossi e Tremonti il taglio degli investimenti della legge Roma capitale in cambio dell'allentamento dei cordoni della spesa corrente per le assunzioni facili all'Atac e all'Ama. La capitale per sé non ha bisogno di trattamenti di favore, ce la può fare con le proprie forze se ottiene dal Parlamento una coraggiosa riforma istituzionale.

Il vecchio Comune è obsoleto, è troppo grande e troppo piccolo. Troppo grande rispetto alla vita di quartiere e ai servizi alla persona. Troppo piccolo rispetto ai processi demografici, economici, ambientali e logistici che hanno superato di gran lunga i confini municipali. Lo dico crudamente: bisogna cancellare il vecchio Comune per trasferire le sue funzioni in basso verso gli attuali Municipi, trasformandoli in veri Comuni indipendenti - sulla cui porta si dovrà scrivere: qui è vietato dire non è di mia competenza - e in alto verso la Città Metropolitana che oggi è una scatola vuota, ma può diventare il governo strategico dell'area vasta.

Poi, se si aprirà una vera riforma del regionalismo, non quello differenziato che spacca il Paese, ma la riduzione del numero, con regioni più grandi, si potrà proporne una più piccola, la Regione della capitale. Sarebbe l'occasione per conferire il potere legislativo alla città, aiutandola così a svolgere il primario compito internazionale. Roma aperta al mondo e che accoglie il mondo.

 

 

[1] Edoardo Zanchini, Rigenerare Roma: come?, in “Il Mulino, n.2 (marzo-aprile)2019, pp.223-231.

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