MERCATO

Cave d’oro

Secondo Legambiente, se venissero applicati i canoni di concessione al 20%, in Italia si recupererebbero 545 milioni di Euro all’annodi incassi per le Regioni.

Viola Moretti

27 APRILE 2017

L’Italia è una penisola lunga e stretta, la sua conformazione territoriale è variegata e lo spazio non è infinito. Finora si è continuato a scavare quasi senza remore né (soprattutto) regole creando una rete di 4.700 cave attive e 14mila abbandonate. E’ questo ciò che emerge dal Rapporto cave di Legambiente, presentato a Roma nei giorni scorsi, che mostra alcune criticità importanti ma anche alcuni casi positivi che fanno ben sperare per il futuro del nostro paese.

I dati della ricerca mostrano come, in realtà, il numero di cave attive si sia ridotto negli ultimi anni (-20,6% rispetto al 2010), ma in realtà, il settore estrattivo rimane comunque centrale per l’economia nazionale e per il settore edilizio. Sono 53 milioni i metri cubi di sabbia e ghiaia estratti ogni anno, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 milioni di metri cubi i quantitativi di calcare e oltre 5,8 milioni i metri cubi di pietre ornamentali estratti. 

Il tasto dolente però riguarda la regolamentazione degli impianti. In nove Regioni italiane non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. Rilevanti sono, invece, i guadagni per i cavatori: 3 miliardi di Euro l’anno il ricavato dai cavatori dalla vendita di inerti e pietre ornamentali a fronte di canoni di concessione irrisori (2,3% di media per gli inerti e Regioni in cui è gratis). Infine, crescita record per il prelievo e le vendita di materiali lapidei di pregio, con esportazioni in crescita (2 miliardi di Euro nel 2015). Queste cifre dimostrano l’enorme potenziale che questo tratto di filiera ha per l’intero comparto, potenziale non valorizzato, ma soprattutto debole per quanto riguarda i lavoratori e il riciclo dei prodotti di scarto.

“Per Legambiente occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente –, dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei. La sfida per i materiali di pregio è di mantenere in Italia le lavorazioni dei materiali, dove il tasso di occupazione è più alto. Mentre per gli inerti l’obiettivo è di spingere la filiera del riciclo, che garantisce almeno il 30% di occupati in più a parità di produzione, e che può garantire prospettive di crescita molto più importanti e arrivare a interessare l’intera filiera delle costruzioni. Ma per realizzare ciò servono delle scelte e delle politiche chiare da parte di Governo e Regioni”.


Tre azioni fondamentali

Secondo Legambiente sono tre le azioni da mettere in pratica per ottenere da subito un rilancio del settore estrattivo che, allo stesso tempo, rispetti e restituisca dignità al territorio: la prima riguarda la regolamentazione di base, che deve essere uguale per tutti e non cambiare da regione a regione. Questo potrebbe avvenire chiedendo alle Regioni di definire all’interno dei Piani Paesistici anche dei Piani Cava in linea con le direttive nazionali (che attualmente non esistono e andrebbero comunque previste). Per Legambiente l’assenza dei piani è particolarmente preoccupante in regioni dove è forte il controllo da parte della criminalità organizzata perché contribuisce ad incentivare politiche poco trasparenti.

Il secondo provvedimento è di tipo economico, e riguarda i canoni di concessione per i proprietari delle cave. Attualmente si paga pochissimo, in media nelle regioni si paga il 2,3% del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia (27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari) e, in alcuni casi, niente: succede in Valle d’Aosta, Basilicata, Sardegna, Lazio e Puglia. Se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato), fa notare Legambiente, si recupererebbero 545 milioni di Euro all’annodi incassi per le Regioni.

La terza soluzione da apportare riguarda il riciclo degli inerti, che va assolutamente incentivato e migliorato. Da questa azione deriverebbe non solo un guadagno in termini ecologici e ambientali, ma anche economici e in termini di aumento di posti di lavoro. Come si legge nel Rapporto “Il settore italiano delle costruzioni si trova a fronteggiare una nuova sfida lanciata dall’Unione Europea: entro il 2020, come stabilisce la Direttiva Europea 2008/98/CE, il recupero di materiali inerti dovrà raggiungere quota 70%. Non abbiamo neanche cominciato come Paese a definire le scelte per andare in quella direzione serve dunque un’accelerazione rapida se si considera che ogni anno vengono prodotte quasi 53 milioni di tonnellate di rifiuti inerti da C&D e che la capacità di recupero sfiora a mala pena il 10%, anche se con differenze significative tra Regione e Regione.”

Per fortuna esistono già dei casi virtuosi, anche in Italia. In Veneto, ad esempio, si sono prodotti nel 2014 oltre 3,9 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti da C&D, di cui più dell’80% sono stati avviati a recupero e utilizzati per la realizzazione delle infrastrutture stradali. In Provincia di Trento, dove si ricicla il 20% degli aggregati, con la Delibera n.1333 del 2011, sono stati approvati due documenti tecnici a supporto della rete di strutture e di impianti funzionali al riciclaggio e al recupero dei rifiuti speciali non pericolosi inerti derivanti dalle attività di costruzioni e demolizione, dove vengono stabiliti i criteri di selezione e di lavorazione degli aggregati. Un’esperienza italiana interessante per il riutilizzo dei materiali inerti è anche quella proposta in Toscana con un vademecum su come reimpiegare le materie di risulta (che derivano da attività di costruzione e demolizione) nella realizzazione di strade, ferrovie, piazzali portuali con ottimi standard di qualità. Il vademecum contiene norme tecniche prescrittive e prestazionali molto specifiche. Anche la Puglia stabilisce con un regolamento le modalità dei rifiuti di cantiere (i materiali provenienti da scavi, costruzioni e demolizioni), con l’obiettivo di evitare il conferimento nelle discariche.

Come ha affermato Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, durante l’evento di presentazione del rapporto: “bisogna osservare il fenomeno nel suo insieme. In Italia abbiamo esperienze negative di illegalità e altre molto virtuose. Questo settore comprende al suo interno diversi micro comparti: dai macchinari, agli inerti fino ad arrivare alla formazione. La parola chiave in questo caso è convergenza. Dobbiamo prendere in esame le migliori esperienze straniere e italiane e farle convergere. In questo la politica deve fare il suo lavoro e applicare un’azione di moral suesion nei confronti delle Regioni per spingerle a creare piani adeguati e con linee guida base uguali per tutti.”

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