CULTURA

Costruire, abitare, pensare

L'affermazione della tecnica cambierà il nostro modo di abitare lo spazio e di concepire la natura umana.

Luca Taddio

14 APRILE 2017

La natura si afferma attraverso l’uomo e la tecnica. La tecnica non è, contrariamente a quanto molti pensano, “contro natura”. Se modificassimo radicalmente il corpo umano perderemmo il sistema di riferimento entro cui pensiamo il senso dell’abitare. Il possibile abbattimento di questa frontiera non deve essere interpretato necessariamente in termini negativi: nel “dopo-umano” si apre uno spazio di pensiero nel quale non solo mancano le risposte, ma forse non sono ancor state poste le domande corrette. Da una parte il corpo è il modello e la misura di qualsiasi costruzione; ogni edificio, ogni oggetto di uso comune, ogni ideale politico è stato pensato per essere utilizzato da corpi umani. Dall’altra – e questo è l’atteggiamento che il nostro dominio tecnico sulla realtà sta rendendo sempre più importante – l’uomo ha sempre considerato se stesso come qualcosa di non completamente naturale. In breve, dalla possibilità, tipica dell’essere umano, di trasformare tutto quello che lo circonda, non è escluso quello stesso spazio che egli sente come proprio. A partire da questa possibilità di trasformazione di sé, l’epoca della tecnica ci pone un interrogativo sulla natura stessa dell’uomo, che non è più: “che cos’è un corpo?” (come è fatto, come funziona, qual è la sua natura), ma: “cosa può un corpo?” (cosa può diventare, quali trasformazioni può subire, in quali forme può esprimersi). La fantascienza si è posta questa domanda almeno a partire da Frankenstein, il primo mostro il cui corpo deforme non è il risultato né di un’aberrazione naturale, né di uno stigma morale, né di un atto magico, bensì di un esperimento tecnico-scientifico di ingegneria applicata all’essere umano. L’uomo è in grado di incrementare la propria potenza, di variare la propria dotazione fisica naturale e oltrepassare i propri limiti biologici. Dal cinema, per esempio, questa intuizione è stata ampiamente sviluppata: le declinazioni che possiamo ricavarne sono molte, dai cyborg come Robocop o Terminator, ai corpi larvali che vivono un’esistenza illusoria in Matrix, alle mutazioni inquietanti che vediamo riprodotte nei film di Cronenberg. Il nostro corpo è congiuntamente l’unità di misura dello spazio esterno e il potenziale genetico di ogni spazio. Per comprendere questa duplice prospettiva “passiva” e “attiva” dobbiamo superare la dicotomia tecnica-natura che continua a influenzare molte delle categorie con le quali interpretiamo la realtà. Siamo abituati ad ascrivere la tecnica all’ambito culturale, come risorsa messa in campo dall’intelligenza umana per far fronte a un ambiente supposto naturale. La riflessione sul corpo fa vacillare la certezza su che cosa sia per noi naturale: il corpo umano è al contempo soggetto-oggetto dell’intervento tecnico, ma di che tipo di soggetto si tratta? È un soggetto naturale o culturale? L’epoca della tecnica è la forma attuale del sapere, in cui si assume la natura nel suo processo inesauribile di differenziazione.

Dall’homo sapiens all’ homo “technologicus”
Il nostro corpo è il luogo in cui questo processo sta raggiungendo il suo attuale compimento. La corporeità non è qualcosa di dato in maniera definitiva; diversamente, va considerata come una potenza capace di assumere configurazioni imprevedibili. Tale commistione tra tecnica e natura è destinata a comprendere la sfera psicologica, ossia la relazione tra la nostra coscienza e il potenziamento del cervello. Siamo alle soglie di una nuova forma di soggettività: dall’homo sapiens all’homo “technologicus”. Una modificazione che cambierà il nostro modo di abitare lo spazio.
Prendiamo il caso delle nuove case “intelligenti”, progettate per venire incontro ai bisogni delle persone. L’ideale presente nella casa
hi-tech è che sia la casa stessa a pensare. Questo è il risultato delle applicazioni tecnologiche, grazie alle quali la casa è organizzata secondo un determinato grado di autonomia al fine di calcolare, meglio di quanto possiamo fare noi stessi, quanto necessario. Presto la domotica assumerà la completa gestione del nostro abitare; tuttavia, non può ancora prescindere dalla nostra soggettività. È il corpo l’unico sistema di riferimento attraverso cui pensiamo il rapporto tra l’abitare e la tecnica? Questa frontiera è destinata a frantumarsi e il nostro corpo a disseminarsi nello spazio per diventare effettivamente “uno/molteplice”. Tale nuova congiunzione si affermerà quando la tecnica diventerà tutt’uno con la nostra soggettività. Allora non sarà più la casa a essere intelligente, bensì la rete di connessioni che si definisce nell’uno/molti attraverso uno spazio virtuale-reale. Immaginiamo, per analogia, il nostro corpo entrare in relazione non solo con l’ambiente naturale, ma anche con un ambiente artificiale. Al pari di quanto facciamo oggi con il nostro smartphone, che utilizziamo in relazione ai diversi dispositivi attraverso uno scambio reciproco di informazioni, allo stesso modo emergerà una nuova faccia del reale dalla relazione ibrida tra il nostro corpo, la tecnologia e l’ambiente circostante. La casa potrà dirsi “intelligente” quando sarà una vera e propria estensione del nostro corpo, così come lo spazio virtuale sarà un’estensione dello spazio reale. Internet, o come si chiamerà, sarà allora un estensione del nostro pensiero.
A questo punto si impone, inevitabile, la questione etica: le domande etiche andranno infatti ripensate alla luce delle nuove frontiere della soggettività, sintesi del continuo processo di ibridazione tra la
tecnica e la natura umana. Dovremo allora riformulare la domanda: “cosa significa pensare, abitare, costruire?” Le risposte possibili dipenderanno dal sistema di valori adottato o, meglio, dal sistema di riferimento immanente alla nuova forma di vita. Possiamo spingere il piano concettuale della tecnica no a farlo collimare con quello della natura? Il corpo non è “oggetto” di sperimentazione ma è un nuovo soggetto e come tale rappresenta l’orizzonte ultimo della tecnica. La tecnica si afferma pienamente attraverso l’essere “uomo”. Questo è il senso autentico del concetto di “affermazione”. L’uomo “nuovo”, risultato dell’ibridazione tecnica in quanto essere “perfettamente razionale”, troverà ancora “senso” nella propria esistenza? Da quali impulsi sarà mosso? Vorrà ancora vivere? Vivere non è per noi una scelta: l’impulso inconscio che imprime una direzione al nostro agire è ciò che Nietzsche chiamava “volontà di potenza”. Intesa in questi termini, l’affermazione di una forma di vita diviene rimanendo se stessa: è un’affermazione che agisce in intensità, la cui singolarità risiede proprio nel suo potenziale di creazione e trasformazione.

Il mito tramanda la narrazione secondo la quale la tecnica è stata inizialmente un dono rubato agli Dei. Prometeo è stato punito per aver portato il fuoco all’uomo: esso rappresentava il potere dell’uomo sulla natura e quindi la possibilità di mettersi al riparo dai fenomeni naturali che minacciano la sua sussistenza. Il mortale afferma un sapere (episteme) incontrovertibile e tale da manipolare le cose e i fenomeni naturali, in modo da poterli prevedere e controllare – “scientia et potentia” dirà Bacone. La tecnica rappresenta il rimedio del mortale all’angoscia per il divenire altro delle cose. Da questa angoscia originaria nei confronti del nulla rispetto all’essere scaturisce il senso stesso della filosofia. Il suo essere mortale deriva dalla piena consapevolezza del suo poter diventare nulla. Il fine della tecnica è sì quello di rendere la condizione di esistenza dell’uomo migliore ma, prima ancora, è rappresentato dalla volontà di determinazione del nostro essere “mortali”, esseri che abitano la Terra. Attraverso la tecnica l’uomo intende sconfiggere la morte biologica, affermare la “propria” volontà di potenza. L’homo technologicus è il risultato di questo progetto esistenziale del mortale: diventare eterno. L’uomo post-umano muterà i modi di esistenza che hanno caratterizzato l’homo sapiens: i modi di alimentarsi, riprodursi e di espressione artistica e spirituale non saranno più gli stessi. La razionalità dell’homo technologicus è la risposta a questa dimensione irrazionale dell’uomo, il quale cessa progressivamente di rivolgersi a Dio per salvare la propria anima, per affidare la salvezza del proprio “soffio vitale” alla tecnica. Nella proposizione 6.4 del celebre Tractatus di Wittgenstein si afferma che: “Tutte le proposizioni sono d’egual Valore”. Resta aperta la questione se una forma di vita, compiutamente razionale, possa trovare senso nella propria esistenza, nell’agire in una certa direzione piuttosto che in un’altra, poiché tutte le direzioni sono logicamente equivalenti, possiedono lo stesso valore. Dovremmo allora insegnare alle macchine a pensare in modo non razionale, a divenire umane – “troppo umane”, come recita un famoso libro di Nietzsche. 

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