CULTURA

Il fattore tempo

In un mondo che corre sempre più veloce il tempo assume un valore ancora più prezioso che rischia di venire scavalcato dai cavilli di una burocrazia lenta e complessa

Piero Torretta

13 APRILE 2017

Molti dei problemi della nostra società che la crisi di questi ultimi 10 anni ha scoperchiato, prima che una ragione politica, hanno origini nella cultura. Per questo se vogliamo il progresso, se vogliamo andare avanti, se vogliamo dare una soluzione alla “ossessione del domani”, se vogliamo un futuro aperto, armonioso, equilibrato e leale, è opportuno riflettere sui principi ed i valori del contesto in cui ci formiamo e viviamo. A cominciare dagli insegnamenti della scuola e della famiglia sul significato del “merito” e del “senso di comunità”.

Valori richiamati recentemente dal Presidente Mattarella che li considera indispensabili per dare un indirizzo, dare una speranza, individuare la strada da percorrere, per ricomporre la “percepita” frattura tra Cittadini ed Istituzioni. Se ci misuriamo sulle cose fatte, se le osserviamo con il giusto senso critico, non possiamo non meditare su cosa ha rappresentato il narcisismo della materialità del benessere – il possesso materiale delle cose – rispetto alla immaterialità dei valori della vita – lo sviluppo delle idee ed il loro scambio. Una mitizzazione della crescita i cui i valori numerici della macro, della micro economia e dell’interesse individuale, hanno indotto a giustificare tutto, ad assuefarci ad ogni comportamento, spesso anche ai margini non solo della legalità, ma della legittimità morale delle scelte e delle azioni. Di ciò siamo tutti responsabili, ma più che individualmente, siamo responsabili come cittadini - uniti o disuniti - nella Istituzione Repubblica. Una ragione per cui non dobbiamo cercare giustificazioni o responsabilità. In nessuno dei due modi si risolve il problema. Dobbiamo cercare la soluzione nella verità. Nelle nostre azioni, nelle nostre scelte, nelle cose fatte individualmente, ma soprattutto nelle azioni, nelle scelte, nelle cose fatte come “comunità”. In questo torna l’ossessione del “tempo che passa”, del tempo che si è consumato per le cose fatte e del tempo che manca per le cose da fare. Il “tempo caratteristico” lo chiamano i fisici, intendendo il tempo che occorre per portare a compimento un processo. Molti dei problemi prima che una ragione politica hanno origine nella cultura. I principi e i valori sono però difficili da insegnare, da apprendere, da praticare, quando sopravvivi alle difficoltà, quando sei prevaricato da interessi che non comprendi e di cui non sei parte, quando sei esposto alle angherie di interpretazioni formali, quando i percorsi della quotidianità sono pieni di intralci e di tempi incoerenti con le necessità. Sono aspetti che riguardano non solo le contraddizioni nelle decisioni politiche sul rapporto economia e società - inderogabilità del mercato globale, derogabilità della convivenza e comunanza dei popoli - o sui temi etici che trovano la loro ragione nella complessità e diversità dei valori e delle idee – coppie di fatto, fine vita - ma che si perdono nel tempo per questioni di malcelato interesse - legge sulla concorrenza, sulla riforma della Pubblica amministrazione, sul codice degli appalti. Sono condizioni che diventano drammaticamente senza ragione, quando, dimenticando l’articolo 541 della Costituzione, si manifestano nella indifferenza della burocrazia e del suo concetto indeterminato del tempo. “Se è vero che anche in Italia, come due secoli fa in Giappone, la burocrazia è il maggior ostacolo alle riforme e alla modernizzazione del Paese, e che ciò accade perché i burocrati non vogliono perdere le loro rendite, legali o illegali che siano, il lettore sarebbe giustificato nel concludere che sia necessario un intervento radicale per eliminare in toto la burocrazia. Magari inducendo i burocrati, come fece l’imperatore del Giappone, a riciclarsi nel settore privato” hanno scritto nelle conclusioni del loro libro I signori del tempo perso, Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri. Una rivoluzione pacifica per la costruzione di uno Stato Leggero con meno leggi, meno interpretazioni, meno potere interpretativo degli apparati normativi, più auto- regolamentazione, più partecipazione, più diritto mite, più strutture amministrative indipendenti con cui costruire uno Stato comunità, un potere “gentile”, per offrire in modo volontario, trasparente, democratico, consensuale risposte, con tempi adeguati, ai bisogni delle persone, della società, della economia. Un modello in cui, anche se il passato è ormai trascorso e il presente è compresso, le ore, i giorni, gli anni non scorrano senza risposte e, come il passaggio di una stella in una notte serena, anche se non sappiamo che cosa è, il tempo illumini, per noi e per chi verrà dopo di noi, la speranza di una nuova dimensione del futuro.



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