PROGETTAZIONE

La rigenerazione è una “dolce medicina”

Secondo Stefano Boeri la rigenerazione urbana è come l’agopuntura: serve a risanare il territorio ma deve essere dolce e non invasiva.

30 NOVEMBRE 2018
progettazione, architettura, città, territorio, rigenerazione e sostenibilità

Che cos’è per Stefano Boeri la rigenerazione? «Innestare nuova energia in un tessuto urbano degradato così da ridare funzionalità e rivitalizzare la società e l’economia locale.» Stefano Boeri è oggi uno degli architetti più coinvolti nei processi di rigenerazione: è impegnato in Cina, ma anche nella ricostruzione dei paesi dell’Appennino centrale colpito dal sisma del 2016 o in progetti di recupero di aree e di edifici industriali dismessi (celebre è il caso di Milano). Per lui la rigenerazione non è univoca, «ma può avvenire in diversi modi. Per farlo ci vuole sempre un chiara volontà politica, non si può prescindere da un ruolo attivo e pensante del pubblico, sia a livello nazionale che territoriale. Un esempio positivo era il piano periferie varato dal Governo Renzi, dove si individuavano le problematiche sociali e urbanistiche e si prevedeva di intervenire con un ruolo attivo da parte dello Stato, superando la visione meramente architettonica per aggredire il degrado, puntando ad avere un reale e rilevante impatto sul territorio in grado di perseguire concreti obiettivi di sviluppo anche sociale». Per Boeri la rigenerazione contiene in sé, necessariamente, la riqualificazione ovvero non deve essere invasiva, non si deve presentare come un appesantimento, come la nascita di qualcosa di alternativo alla città esistente, bensì ha bisogno di caratterizzarsi per la sua essenziale funzione di ibridazione e di disseminazione del nuovo sul vecchio. «La rigenerazione è qualcosa che si afferma e si rende visibile progressivamente attraverso una pluralità di forme e di interventi. È un po’ come l’agopuntura, con la quale si interviene in maniera “dolce” aiutando la il corpo della città a migliorarsi».
Oggi Milano ha assunto una funzione di esempio virtuoso, di città che ha saputo rigenerarsi, inserendosi pienamente nel processo di trasformazione a misura di contemporaneità. Questa esperienza potrebbe forse assumere un valore di modello anche per le città del Nord Est, tenendo ovviamente conto della diversa dimensione e soprattutto della differente conformazione assunta a livello di ecosistema metropolitano diffuso, fondato su un accentuato policentrismo. «Quanto avvenuto a Milano negli ultimi dieci anni ha dato un segnale forte sul fatto che anche in Italia è possibile intervenire sul tessuto urbano, trasformando e migliorando la qualità della vita e aiutando la città a crescere anche dal punto di vista economico, rafforzandone le vocazioni che una bassa qualità urbanistica aveva contribuito a ridimensionare, riducendone la forza. Sulla sua riproducibilità direi che può sicuramente essere assunto per molti aspetti come un modello. Non integralmente, in quanto ogni singola realtà ha le sue specificità e si deve fare i conti con contesti territoriali differenti. Sicuramente, però, poter contare su una pubblica amministrazione aperta al dialogo, soprattutto con il mondo finanziario, così da creare le condizioni per attirare investimenti, costituisce un fattore indispensabile, direi propedeutico a qualunque progetto di rigenerazione. Un secondo aspetto a cui prestare la massima attenzione riguarda l’impatto sociale degli interventi di riqualificazione complessa. Così come si deve dialogare e creare le condizioni per investimenti privati, egualmente diventa essenziale fin dalla fase progettuale definire e condividere gli effetti in termini di inclusione e creazione di spazi e servizi ad elevato valore sociale. Ciò che oggi fa di Milano un riferimento è la sua trasformazione per “brani”, per segmenti urbani all’interno di un arcipelago, in grado di modificarne funzionalità ed estetica riempendolo di contenuti non solo architettonici. In qualche modo, oltre che un modello, Milano rappresenta un “metodo”, fondato su una efficace capacità di diffusione del virus della rigenerazione via via a tutta la città, favorendone un rinnovato dinamismo. Del resto gli strumenti utilizzati per vincere la sfida della rigenerazione sono gli stessi un po’ ovunque: pianificazione, progettualità, chiarezza nei ruoli tra pubblico e privato. Quel che deve cambiare rispetto al passato è l’approccio, basato sulla ibridazione del nuovo rispetto al vecchio, il che vuol dire nuova architettura, una diversa concezione e visione degli spazi sia urbani che edilizi, edifici progettati e costruiti sapendo utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica. Si tratta di confrontarsi con le nuove esigenze, con diversi modi di vivere e di utilizzare la città. In particolare, diventa essenziale da un lato misurarsi con una crescente e irrinunciabile necessità di spazi pubblici e di verde, dando risposte concrete alla domanda di una migliore qualità ambientale; dall’altro prestare la massima attenzione al tema dell’accessibilità, questione nevralgica e sul quale Milano in primis e molte delle maggiori città italiane si stanno misurando, creando nuove opportunità di rigenerazione». Sicuramente una maggiore attenzione alla qualità ambientale, anche in termini di una più forte integrazione tra città e natura, così come una diversa progettazione in tema di accessibilità e di organizzazione della mobilità, devono in qualche modo stimolare le nuove visioni per quanto riguarda le nostre città, anche tenendo conto di alcuni cambiamenti, quali ad esempio quelli demografici come l’invecchiamento o il crescente numero di famiglie mononucleari. Stefano Boeri ritiene che sia importante superare l’eccessiva e in qualche modo consolidata separazione tra edifici con diverse funzioni, come ad esempio nel caso delle fiere o di quartieri direzionali che in qualche modo hanno caratterizzato anche la fase della rigenerazione di alcune aree deindustrializzate anche a Milano. «Non c’è dubbio che sia necessaria una maggiore integrazione e soprattutto vadano create le condizioni affinché gli spazi e i contenitori, seppure separati fisicamente, grazie a una efficace rete di mobilità e all’organizzazione di eventi che coinvolgano anche la città, si trasformino in occasione di crescita economica e di sviluppo relazionale, creando occasioni di scambio e di momenti di interrelazione sociale complessivi. Si tratta di concepire le trasformazioni come luoghi di innovazione a diversi livelli in grado di riverberarsi sull’intera città».
Secondo l’architetto è la pianificazione la leva principale su cui puntare affinché nei prossimi anni si possa assistere a quel processo ampio, diffuso e qualificato di rigenerazione di cui hanno bisogno tutte le città, a prescindere dalle loro dimensioni. «In Italia ci sono 13 milioni di abitazioni di cui 4 milioni in condizioni di degrado o altamente energivore o non funzionali alle attuali condizioni di vita. Spesso si tratta di edifici contigui, di pezzi di città, dove la riqualificazione è impossibile o non conveniente. Ci vuole un grande piano di sostituzione edilizia da inserire in programmi di riqualificazione attenti al contesto urbano e ai nuovi principi di cui abbiamo detto, rinnovando le costruzioni, trasformandole in esempi di qualità architettonica, misurati sulle nuove funzionalità in termini di abbattimento dei consumi energetici e di gestione sostenibile. Ma perché ciò avvenga è necessario rimuovere regole e norme che di fatto rendono impossibile e non conveniente la demolizione e ricostruzione, così come vanno definiti e previsti incentivi fiscali, invertendo l’attuale stato delle cose che fa sì che accanto ai maggiori costi di un intervento di demolizione (sui quali tra l’altro incidono una varietà di prescrizione collegate ad esempio alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti) e ricostruzione oggi incidano anche imposizioni fiscali maggiori rispetto alla semplice riqualificazione. Si tratta di una sfida che dobbiamo vincere se vogliamo veramente rinnovare le nostre città». 

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