OPERE PUBBLICHE

Nuove sinergie per nuovi territori

Il segreto della rigenerazione per Gabriele Buia, presidente ANCE, è trovare il collante tra imprese sane, governo centrale e regolamenti snelli.

21 NOVEMBRE 2018
rigenerazione, pubblica aministrazione, codice appalti, infrastrutture e ance

«Il 2018 non è stato l’anno della ripartenza, le previsioni di fine 2017 non si sono avverate e la ragione è che gli investimenti pubblici decisi e finanziati non sono ancora partiti. Ormai non è più un problema solo per il nostro settore, è un problema per il paese, perché se le amministrazioni non sono in grado di investire non solo è insufficiente la crescita attuale ma, senza le infrastrutture necessarie, sarà insufficiente anche la crescita futura. È aumentato il numero dei bandi ma non l’occupazione, e la crescita dell’occupazione è il solo vero segnale che le cose si sono messe in moto».   

Il presidente dell’Ance Gabriele Buia è particolarmente preoccupato per le infrastrutture che mancano alla crescita e allo sviluppo e per il degrado di quelle esistenti.  
«La tragedia di Genova è la punta di un iceberg la cui parte sommersa è enorme e l’urgenza di intervenire è massima. Abbiamo creato lo Sblocca Cantieri per far conoscere all’opinione pubblica le difficoltà e le complessità che bloccano 21 miliardi di investimenti già finanziati, quelli che mancano perché la crescita italiana agganci la media europea».  
  
Al Ministero dell’economia è stato costituito un gruppo di lavoro per verificare opera per opera le ragioni dello stallo e la valutazione generale è che l’ostacolo principale sia l’incapacità di progettare della pubblica amministrazione.  
«Anche alla Presidenza del Consiglio si sono attivati e questo è positivo. Siamo tutti consapevoli del fatto che la pubblica amministrazione ha rilevanti difficoltà, ma il problema è che non possiamo aspettare che la macchina pubblica, che è stata depotenziata negli anni, si ristrutturi. Deve farlo, ma intanto si utilizzino rapidamente le risorse disponibili».  
  
Come?   
«Bisogna intervenire con urgenza per semplificare le procedure, per spostare i controlli da ex ante a ex post. I controlli non devono bloccare l’attuazione ma essere semplici ed efficaci ed assicurare che le opere vengano realizzate nel migliore dei modi. Ma sia chiaro: noi vogliamo le regole, le infiltrazioni malavitose e la corruzione sono nostri nemici perché penalizzano le imprese sane e corrette e quindi siamo per regole chiare, la massima trasparenza e la massima efficacia».  
  
Cosa chiedete?  
«Una revisione del Codice degli Appalti, una posizione che è condivisa con l’Anci, l’associazione dei comuni e della normativa pesantissima che blocca gli interventi di rigenerazione urbana. Chiediamo che gli interventi di questo tipo siano considerati di interesse pubblico; una revisione del Decreto Ministeriale del 1968 che regolava l’urbanistica secondo i problemi di quell’epoca e che non sono più attuali; una nuova normativa che permetta il coinvolgimento delle capacità professionali per costruire una nuova visione delle città; una regolazione flessibile sul consumo di suolo che sia contestuale con un regolazione moderna della rigenerazione urbana».  
 
L’Italia è molto cementificata e l’andamento demografico non sembra richiedere una cementificazione ulteriore.  
«È vero, ma un blocco non flessibile rischia di determinare un aumento dei prezzi del costruito che creerebbe problemi sociali e renderebbe più costosi e forse proibitivi gli interventi di rigenerazione. Le leve vanno utilizzate con intelligenza e flessibilità e all’interno di una visione complessiva di modernizzazione».   
 
Di rigenerazione si parla molto, ma la cultura prevalente, anche all’interno delle imprese, è ancora quella della ristrutturazione.  
«È importante che il bellissimo patrimonio esistente venga messo in sicurezza e valorizzato, e, grazie agli incentivi, la ristrutturazione è l’unico comparto del nostro settore che mostra numeri positivi. Ma dobbiamo fare un salto culturale, passare dal fiume di parole sulla rigenerazione a proposte concrete. L’Ance si è attivata, e insieme alle organizzazioni professionali del settore presto presenteremo al Governo una proposta organica su questa tematica, con l’obiettivo di aprire un dibattito su basi concrete». 
   
In attesa di una normativa nazionale i comuni e le regioni cosa fanno?  
«Ci sono esempi positivi. Milano è uno di questi, ci sono le condizioni strutturali, con la presenza di importanti aree industriali dismesse, ci sono le risorse finanziarie e il mercato procede a livelli pre-crisi. Il Comune è più avanti di altri ma sul piano regolamentare c’è ancora da fare. Tra le regioni l’Emilia Romagna si è appena pronunciata sulla pianificazione territoriale con un capitolo sulla rigenerazione urbana e di questo le va dato atto, ma perché la nuova normativa regionale sia veramente efficace è necessario un sostegno nazionale».  

 Di cosa c’è bisogno in particolare?  
«Di una agenzia nazionale che coordini i progetti di rigenerazione e i finanziamenti. L’esperienza di Marsiglia e altre in Europa ci indicano la strada da seguire».  
  
In molti casi la proprietà degli immobili nelle aree da rigenerare sono frammentate, in altri pubbliche, come nel caso di aree dismesse dalle Ferrovie dello Stato o di caserme vuote, come si affronta questo problema?  
«La gestione degli assetti proprietari è il primo muro sul quale si infrangono le iniziative. Ove la necessità di rigenerare fosse giudicata di interesse pubblico, la parte pubblica dovrebbe essere il catalizzatore dell’iniziativa e degli interessi privati. Ma sono necessarie premesse normative e regolamentari, per esempio sulla destinazione d’uso, che non dovrebbe essere predefinita ma realisticamente legata alle prospettive economiche dell’investimento.  
 
Servirebbero anche degli incentivi fiscali per la rigenerazione e per l’abbattimento e la ricostruzione di immobili, per esempio l’utilizzo del Sisma bonus e dell’Ecobonus anche per gli abbattimenti e le ricostruzioni (ora previsto solo per aree sismiche a rischio più alto), incentivi per chi decide di vendere in aree da rigenerare e la sospensione di imposta per i proprietari che decidessero invece di abbattere e ricostruire. Presto presenteremo al Governo un Libro Bianco sulla fiscalità nel nostro settore e ci auguriamo che anche in questo caso posse servire per avviare un dibattito su basi concrete».  
  
Abbattere e ricostruire dove?  
«Dovrebbe essere possibile solo in ambiti predefiniti dalla pianificazione, penso soprattutto ai quartieri degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, che sono i più densi e anche i più fragili. Ogni epoca ha la sua programmazione, le sue necessità e le tecnologie, ma poi necessità e tecnologie cambiano e anche la programmazione deve adeguarsi. Per fare un esempio, in quegli anni le famiglie richiedevano unità abitative ampie e la mobilità era bassa, ora viviamo in un’epoca in cui le unità abitative richieste sono più piccole, crescono il coworking e il cohousing, aumenta la mobilità, che richiede infrastrutture al passo con i tempi».  
 
 Le città del Sud hanno meno aree industriali dismesse all’interno dei perimetri urbani ma problemi enormi di vivibilità e socialità nelle periferie.  
«Ci vorrebbe un Piano Marshall per il Mezzogiorno, ha un bisogno enorme di infrastrutture che sono la premessa per la crescita: se non ci sono le infrastrutture è difficile che arrivino gli investimenti. E ha bisogno di interventi importanti sulle città. Purtroppo dobbiamo lamentare che l’utilizzo dei fondi europei è in gravissimo ritardo, proprio lì dove c’è più bisogno di utilizzarli. Noi abbiamo posto il problema all’attenzione dell’opinione pubblica e del governo con una grande conferenza a Reggio Calabria».  

 Qual è il modello di business per i progetti di rigenerazione?  
«Il privato è il motore propulsivo con proposte che devono dimostrare che l’intervento ha una redditività adeguata ma non speculativa. Poi però i progetti non possono aspettare per anni dentro i cassetti delle amministrazioni, perché cambiano le situazioni, il contesto economico. Senza una visione nazionale e territoriale sulla rigenerazione questo motore si ferma».  
  
Nell’epoca del no a tutto come si crea consenso su progetti di questa portata?  
«Il coinvolgimento dei cittadini è essenziale, i francesi hanno sperimentato con successo modalità molto efficaci. La chiave è la cornice pubblica che deve garantire l’interesse generale e coordinare il coinvolgimento dei cittadini, degli operatori, delle professioni, delle università, degli investitori per creare un rapporto virtuoso tra pubblico, impresa e cittadinanza. Senza quel rapporto e il coinvolgimento di tutti anche i progetti più belli non farebbero molta strada»

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