MERCATO

Rendere l’Italia più competitiva

Spunti di riflessione per pianificare l’agenda del nostro Paese: una conversazione con Roberto Prioreschi e Davide Iorio di Bain & Company Italia.

Emanuele Incanto

02 NOVEMBRE 2018

Com’è la situazione italiana a dieci anni dalla crisi economica? Come si sta comportando il nostro Paese per affrontare il cambiamento e quanto contano edilizia e infrastrutture in questo processo? Sono queste alcune delle domande che abbiamo rivolto a Roberto Prioreschi e Davide Iorio, rispettivamente Head Office e Partner di Bain & Company, azienda italiana leader nella consulenza strategica e organizzativa. «Eppur si muove… nonostante il gap di competitività di cui soffre il nostro Paese, il PIL è in moderata ripresa, poco più del 1% annuo negli ultimi 3 anni, decisamente troppo poco» commenta Roberto Prioreschi Head Office di Bain & Company Italy. Una recente analisi condotta da Bain & Company dimostra come il confronto con altri paesi risulti allarmante. L’Italia, a differenza di altre economie avanzate, non è stata in grado di riportare il proprio PIL a livelli pre-crisi del 2007. Francia, Germania, UK, Spagna hanno saputo creare valore per le proprie economie e, negli ultimi 10 anni, la ripresa è stata nell’ordine del +10-15% rispetto al PIL reale del 2007. 


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«Se esaminiamo il posizionamento del nostro Paese in termini di competitività, prendendo come riferimento l’ultimo report del World Economic Forum notiamo alcuni gap strutturali rispetto ad altre principali economie mondiali. A nostro avviso» dichiara Prioreschi «la strategia di sviluppo del nostro Paese dovrà puntare prioritariamente sui seguenti ambiti di intervento strategico: infrastrutture, riqualificazione delle aree urbane, PMI e innovazione ed export».

La maggiore spinta alla nostra economia certamente può essere ricercata nello sviluppo e rafforzamento delle nostre infrastrutture. Davide Iorio, Partner di Bain & Company ed esperto Energy & Utilities afferma che «lo sviluppo infrastrutturale rappresenta uno dei principali fattori strategici che il nostro paese deve presidiare per supportare ed abilitare lo sviluppo economico ed industriale della nazione, l’Italia sconta un deficit infrastrutturale di oltre 15 miliardi di euro l’anno, valore significativamente superiore alle altre principali nazioni europee» commenta «Tali necessità di intervento infrastrutturale sono legate a tutti i settori strategici ed industriali del nostro paese, acqua, ambiente, energia, trasporti e telecomunicazioni in primis, richiederanno nei prossimi anni un importante sforzo da parte di tutti gli stakeholder pubblici e privati».

Partire dalle risorse: l’acqua In merito al servizio idrico integrato, Iorio commenta «l’acqua è una risorsa preziosa da difendere, l’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% delle risorse idriche della terra, di cui meno dell’1% è accessibile all’uomo. L’emergenza idrica è già una realtà in alcuni paesi, anche tra i più evoluti ed è considerata dai vertici mondiali il principale rischio di instabilità socio-politico dei prossimi 10 anni. Anche l’Italia la scorsa estate ha dovuto far fronte ad una vera emergenza che ha messo in evidenza le debolezze del nostro sistema idrico. Perdite di rete mediamente del 40% con picchi superiori al 70% in alcune aree, vetustà medie delle reti di oltre 35 anni, un sistema depurativo carente che inquina mare e falde acquifere e che vede 14 regioni su 20 a rischio infrazione europea». L’analisi dimostra come sia necessario un grande piano infrastrutturale e un percorso di industrializzazione del settore idrico: «l’attuale livello di investimenti di ca. 45€/abitante, seppur in aumento negli ultimi anni, è la metà di quanto investito in media dai principali Paesi Europei. Mancano all’appello 2,5 miliardi di euro all’anno. In tale contesto, abbiamo sviluppato possibili modelli di business che possano integrare la volontà istituzionale, la capacità finanziaria e l’ eccellenza operativa con l’obiettivo comune di risanare e industrializzare il settore, salvaguardando la risorsa idrica con ricadute sul territorio sia in termini di valore generato sull’indotto sia in termini occupazionali». Lo studio indica una chiara urgenza di pianificazione del nostro futuro, del nostro territorio e delle nostre infrastrutture. L’Europa è tra i continenti più urbanizzati al mondo; più di due terzi della popolazione europea vive nelle aree urbane e il trend è in aumento. 


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Il patrimonio edilizio va valorizzato 

Le città sono terreno fertile per la scienza e la tecnologia, per la cultura e l’innovazione, per la creatività dei singoli e collettiva. Aree industriali dismesse, scali ferroviari abbandonati, patrimonio pubblico non utilizzato e, in generale, l’anzianità media di 50 anni del parco immobiliare necessitano di un elevato fabbisogno di interventi. «Bisogna ripartire dalle città con un approccio tecnologico, sostenibile, dinamico che punti alla realizzazione della “city of tomorrow”, che si ispiri ai principi di circular economy e che ridia vigore al comparto immobiliare e delle costruzioni che pesa per ca. il 20% sul PIL italiano». L’azione di recupero di siti dismessi richiede, ancor più che per l’attività di riqualificazione, meccanismi e attori che creino le condizioni abilitanti «non è infatti solo lo scoglio del finanziamento ad ostacolare un reale “boom”, ma un progetto di “sistema” che per ogni intervento identifichi il nuovo ruolo del sito oggetto di recupero, all’interno del tessuto urbano in cui è inserito. Un modello abilitante richiede primariamente di adottare un nuovo approccio industry-driven all’asset, finalizzato allo sviluppo di comparti immobiliari specialistici, quali l’affordable housing, student housing, residenze sanitarie assistenziali, co-working, etc… In tale contesto, il contributo delle amministrazioni pubbliche è spesso debole se non di segno opposto (es. tassazione, permitting, capacità di fare sistema…)» afferma Davide Iorio. L’obiettivo deve pertanto essere quello di rimettere in moto la macchina immobiliare con maggiore propensione al recupero e alla valorizzazione dell’esistente. Questo consente di ingenerare benefici diretti e indiretti, sia sulla finanza pubblica (valorizzando il patrimonio pubblico italiano e generando valore per finanziare la crescita del PIL e ridurre il debito pubblico), sia su centri urbani e cittadini. La capacità di recuperare aree urbane e renderle nuovamente parti integranti delle città implica l’eliminazione di contesti di abbandono e degrado e il recupero di una delle risorse più preziose delle nostre città – lo spazio. Lo spazio che troppo spesso è stato fino ad oggi trovato attraverso un’illimitata estensione dei confini cittadini. Bain & Company continua la sua analisi constatando come il tessuto produttivo italiano sia caratterizzato da un peso delle PMI notoriamente maggiore rispetto agli altri paesi europei (~70% del valore aggiunto, in Italia, rispetto a circa il 50% di Francia, UK, Germania) in un panorama industriale fortemente frammentato in cui i primi dieci settori per fatturato rappresentano solamente il 10% del fatturato totale prodotto dalle imprese italiane.

 

Le PMI come risorsa su cui investire 

«C’è bisogno di forme di supporto allo sviluppo e all’innovazione oltre che di adeguate forme finanziamento della crescita oggi ancora deboli o inadeguate per mantenere e accrescere la competitività; permane infatti una difficoltà a finanziare le PMI e l’innovazione a causa di modelli valutativi non adeguati e alla mancanza di competenze necessarie a valutare le nuove imprese e l’innovazione» afferma Prioreschi. Il valore medio di investimenti pro-capite (Private Equity e Venture Capital) risulta tra i più bassi in assoluto, confermando la necessità di avere soggetti che sappiano svolgere un ruolo di “guida” per attrarre capitale, indirizzarlo sulle aziende meritevoli e supportarne lo sviluppo. «Gli investimenti in equity presentano una forte concentrazione geografica nel nord Italia (75%) e prevalenza di settori tipici del made in Italy (moda, food) con quote minoritarie in settori industriali e high-tech» ricorda Prioreschi sottolineando che «la crescita dei settori di nicchia e meno tradizionali può essere agevolata dalla creazione di fondi con profilo specialistico settoriale, dimensionale e geografico per attirare co-investitori di natura industriale». Le strade indicate si rivolgono essenzialmente ad assicurare accesso al credito, superando criteri di valutazione tradizionali che non sempre sono in grado di riconoscere e supportare iniziative e aziende di valore che investono in innovazione, e al sostegno e consolidamento delle filiere strategiche magari attraverso la creazione di una regia “centralizzata” che favorisca la concentrazione di player che non raggiungono spesso una «massa critica» e sono sotto-capitalizzati per competere sui mercati globali. «L’Italia si è distinta negli anni per la capacità di sviluppare competenze proprie e per una produzione di altissima qualità, soprattutto in settori specialistici. Il valore dell’export, oggi pari a 500M€ l’anno, vede una costante crescita (+5%p.a.) nei prossimi anni. Dobbiamo agire immediatamente per garantire le condizioni di sistema che consentano all’impresa italiana, piccola, media e anche grande, di beneficiare di condizioni competitive paragonabili ai competitor che oggi, per forza di cose, devono essere considerati su scala globale in tutti i settori» conclude Prioreschi.

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