RIGENERAZIONE

Deindustrializzazione e rigenerazione

In Italia negli ultimi 20 anni sono state riqualificate circa 50 aree industriali, con interventi più o meno riusciti. Cosa ci riserva il futuro?

Alessia Guerrieri

29 OTTOBRE 2018

In linea con l’andamento mondiale ed europeo, anche in Italia la popolazione urbana è in continua crescita, basti pensare che a tutt’oggi il 67% della popolazione nazionale vive concentrata nelle cento città più grandi.

Questo crescente fenomeno di inurbamento prima, di urbanizzazione delle campagne poi, ha ridisegnato le città italiane dal punto di vista funzionale e morfologico, di pari passo con i cambiamenti del sistema politico ed economico.

La città industriale è diventata sempre di più una città di servizi. Gli stabilimenti produttivi presenti nei centri urbani si sono spostati in periferia o lungo i principali snodi di comunicazione. Centri commerciali, multisala e grandi strutture dedicate allo svago punteggiano i territori appena a ridosso dei nuclei urbani; nuovi insediamenti si espandono confusamente nelle aree agricole periferiche, con un edificato a bassa densità ed estremamente frammentato. Parallelamente anche la città pubblica subisce profondi cambiamenti: le grandi macchine edilizie statali di fine ottocento, come ospedali a padiglioni, forti militari e caserme, sono state dismesse; i centri storici vengono sempre più spogliati delle loro funzioni tradizionali. Così come i quartieri per l’edilizia residenziale pubblica realizzati negli anni ’70 e ’80, a causa della mancanza di connessioni con il resto della città e della mancata realizzazione dei servizi, risultano dei grandi dormitori in cui ancora oggi non riesce a costituirsi un tessuto urbano e sociale. Questi profondi mutamenti hanno ribaltato il concetto di crescita urbana spostando il focus dal tema dell’espansione a quello del contenimento delle città, favorendo quindi una serie di azioni, studi, ricerche e politiche di riuso dell’esistente, di riqualificazione di aree degradate già urbanizzate e di ricucitura dei frammenti urbani.

Dai primi anni ’90, il tema della rigenerazione urbana prende quindi piede, in Italia, essenzialmente a partire da tre grandi tematiche: la crescente dismissione delle piattaforme industriali situate nel cuore dei centri urbani; la rilocalizzazione delle grandi attrezzature pubbliche nelle frange periferiche della città, con il conseguente abbandono del patrimonio immobiliare pubblico situato all’interno dei tessuti consolidati; la fatiscenza e la disfunzionalità dei quartieri di edilizia residenziale pubblica. In qualche modo si è messo in moto un processo che si è concentrato soprattutto nella riconversione delle aree industriali dismesse, dando il via ad una stagione di interventi più o meno riusciti, oggi pressoché conclusi, che costituiscono l’ossatura portante delle azioni italiane in materia di rigenerazione.

Secondo una ricerca realizzata dal Censis, dagli anni Novanta al 2015 sono state riqualificate 51 aree industriali dismesse in alcune delle principali città italiane: tra queste la rigenerazione profonda di Torino, aree importanti in Lombardia ed Emilia Romagna, pezzi di città nell’area di Marghera e a Venezia. Si è trattato di oltre 17 milioni di metri quadri dei quali oltre il 42% hanno riguardato Milano, suddivisi in 16 interventi, per lo più operazioni complesse che hanno portato a trasformazioni a carattere misto, in cui residenze, contenitori culturali e commerciali si sono integrati tra di loro.

Se a Milano si sommano Torino e Venezia, in queste tre città la rigenerazione di aree ex industriali sfiora il 68% della superficie totale. La destinazione finale di queste aree a trasformazione avvenuta ha premiato un mix di opere tra residenziali, culturali e/o commerciali (55,4% della superficie totale. Le residenze, presenti abbondantemente nei progetti misti, hanno come unica destinazione un riutilizzo che ha riguardato oltre un milione e mezzo di metri quadri.

La rigenerazione produttiva, artigiana e/o industriale si è a sua volta concentrata su un milione di metri quadri. Importante è stata la destinazione a fini culturali: musei, spazi per attività musicali, ecc. pari al 21% (3 milioni e 397 mila mq) della superficie totale rilevata dal Censis.

 

Thumb immaginando il futoro deindustrializzazione e rigenerazione grafico

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa prima fase, legata principalmente alla deindustrializzazione dei grandi poli del Nord (Novoli a Firenze, il Lingotto a Torino, il porto Antico di Genova, la Bicocca a Milano, etc.), ha aperto nuovi scenari per le città italiane, dimostrando come la disfunzionalità possa essere trasformata in valore attraverso interventi in grado di investire non solo il settore produttivo, ma tutti i livelli della società, mediante la definizione di distretti dall’elevata qualità urbana dove residenze, servizi, attrezzature metropolitane e spazio pubblico convivono in un innovativo mix funzionale. D’altro canto, se l’esperienza della riconversione delle aree dismesse ha prodotto esiti positivi, il tema della ri-funzionalizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, della riqualificazione dei grandi quartieri di edilizia residenziale costruiti negli anni ’80 e quello più recente della rigenerazione della città diffusa restano ancora in attesa di risposte soddisfacenti. Ambiti che sembrano costituire oggi l’oggetto privilegiato delle politiche nazionali orientate a una riqualificazione fondata sul contenimento dei consumi energetici e sulla sicurezza strutturale. Ma quel che preme sottolineare nel “modello italiano” è la frammentazione, la rigenerazione per pezzi, senza un disegno complessivo di rigenerazione della città, ad esclusione del caso di Torino, dove tuttavia il profondo cambiamento dii vocazione non sembra oggi essere in grado di mantenere nel tempo le sue promesse di sviluppo. Ciò anche a causa di una difficoltà in fase di attuazione del progetto complessivo nel portare a termini soprattutto le operazioni di trasformazione a maggiore impatto economico, attraverso un processo forte di inclusione delle periferie. Il caso di Torino, come è stato evidenziato in uno studio realizzato per ANCE Veneto, ha messo in evidenza le criticità specifiche del sistema italiano di gestione della rigenerazione rispetto ad esperienze europee come la Ruhr o la trasformazione di Parigi o di altre medie città francesi, solo per fare qualche esempio.

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