MERCATO

Se la città è SMART si rigenera meglio

McKinsey aggiorna il dossier sulle smart city alla luce delle potenzialità del digitale, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.

Virgilio Chelli

13 SETTEMBRE 2018

Nel secolo scorso si parlava ancora di ‘città intelligenti’. Da una decina d’anni l’aggettivo è cambiato in ‘smart’. I due termini sono spesso usati come sinonimi, ma una differenza sottile c’è. L’intelligenza si può coltivare e migliorare: smart, o ‘svegli’ se vogliamo in italiano, si nasce. Le smart city possono essere una risposta al problema della rigenerazione urbana? Le città sono fatte di oggetti, edifici, strade, acquedotti, reti elettriche e di comunicazione. La città intelligente prevede che questi oggetti siano pensati, progettati e gestiti in modo razionale ed efficiente. La città smart prevede invece che siano gli oggetti stessi ad essere intelligenti, e che abbiano anche la capacità di coltivare e migliorare questa dote. Una città pensata razionalmente 70 anni fa rispetto alle esigenze di allora – capacità di ospitare industrie, di far muovere la gente da casa al posto di lavoro, di fornire a tutti i servizi essenziali, dalla luce, all’acqua, al telefono, etc – per rispondere razionalmente a quelle di oggi – cosa fare dei siti produttivi abbandonati, dove sistemare gli anziani che non devono muoversi da casa al lavoro, inventare un modo nuovo di distribuire beni e servizi, etc -- avrebbe bisogno di essere pensata, progettata e costruita da capo, o quasi. Ma se la città è smart ha la capacità di rigenerarsi da sola, come un organismo vivente che si evolve per adattarsi a nuove condizioni ambientali.

MIGLIORA LA QUALITA’ DELLA VITA. Il McKinsey Global Institute è tra i think thank più avanti nell’osservazione delle Smart City del pianeta, e ha recentissimamente prodotto un report secondo cui le smart city stanno entrando in una nuova fase grazie alle soluzioni digitali, all’automazione e all’intelligenza artificiale. Il rapporto analizza dozzine di applicazioni utilizzate in giro per il mondo e arriva alla conclusione che le città che le utilizzano riescono a migliorare gli indicatori di qualità della vita tra il 10 e il 30%, in un percorso evolutivo che sta appena muovendo i suoi primi passi. McKinsey analizza 50 smart city in tutto il pianeta e scopre che la nuova frontiera digitale consente di ridurre i casi di morte dell’ 8–10%, di accelerare le risposte alle emergenze del 20–35%, di abbattere il pendolarismo del 15–20%, di ridurre il peso di molte patologie dell’8–15% e di tagliare le emissioni di gas serra del 10–15%. Ma la cosa più interessante scoperta da McKinsey è che città più ‘sane’ e meglio funzionanti hanno la capacità di trasformarsi più rapidamente, nonostante il fatto che spesso gli abitanti siano poco o per nulla consapevoli di quanto utilizzino nella vita di tutti i giorni le nuove applicazioni digitali introdotte.

ASPETTATIVE PIU’ ELEVATE. L’impatto più forte viene riscontrato nelle megalopoli asiatiche, che hanno i problemi dimensionalmente più grandi da risolvere, ma anche popolazioni più giovani del resto del pianeta, fatte soprattutto di ‘nativi digitali’. La smart city non consente solo di evitare sprechi e risparmiare risorse, ma anche di aumentare la produzione di reddito, principalmente grazie al fatto che crea un ambiente socio-economico e infrastrutturale favorevole alla creazione e allo sviluppo di attività economiche, con la conseguente creazione di occupazione. La smart city innalza le aspettative di cittadini e consumatori in termini di qualità attesa dai prodotti e dai servizi offerti, dalla moblità al cibo che si consuma sempre più fuori dalle mura domestiche, dalla connessione alle reti di informazione alla sanità. E le imprese che vanno alla conquista delle smart city devono attrezzarsi con modelli di finanziamento creativi e con risposte a stili di vita e consumo più consapevoli. Secondo McKinsey la smart city non è un fine in sé, ma lo strumento per ottimizzare il patrimonio di infrastrutture, risorse e spazi di cui è fatto il tessuto urbano.

EUROPA IN PRIMA LINEA. Il rapporto di McKinsey si concentra anche sull’Europa: la rivoluzione tecnologica, i cambiamenti demografici e i nuovi modelli di business impongono alle imprese che gestiscono e sviluppano asset immobiliari nuovi approcci. La ricerca identifica sei trend globali che impattano trasversalmente il settore immobiliare nel vecchio continente. Il primo riguarda la dimensione sempre più ridotta delle unità familiari, che punta a un aumento della domanda abitativa, ma orientata a abitazioni di taglio più piccolo e meglio servite. Il che implica la condivisione di servizi che prima venivano fruiti a livello di singola unità familiare, una spinta alla sharing economy, ben oltre la semplice mobilità. Poi c’è il fenomeno dell’urbanizzazione, che a livello planetario ha portato da qualche anno la popolazione urbana a superare quella rurale per la prima volta nella storia, ma che in Europa ha ben altre dimensioni. Da circa il 60% di europei che vivevano in città negli anni Sessanta si è passati oggi al 75%, con una serie di implicazioni per il mercato immobiliare, come gli investimenti per l’edilizia destinata agli anziani, ma anche per la logistica della distribuzione dei prodotti. 

La bottom line è che la modalità di abitazione del pianeta è al primo stadio di una trasformazione paragonabile a quella sperimentata in Europa un migliaio di anni fa con il grande movimento dalla campagna alla città, solo su scala immensamente più vasta. La rivoluzione digitale, l’automazione e l’intelligenza artificiale non possono ovviamente governare da sole il processo di rigenerazione urbana, ma possono semplificarlo e renderlo più lineare e efficiente.

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