ABITARE

Cohousing e innovazione: una prospettiva concreta

Il cohousing in Italia ed il contributo della Regione Friuli Venezia-Giulia

Alessandro Gregoratto

05 FEBBRAIO 2018
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Il concetto di cohousing inizia ad essere piuttosto familiare anche in Italia; sono passati circa dieci anni dai primi tentativi di portare questa innovativa forma abitativa, di origine nord-europea, all’interno del nostro orizzonte culturale.

I motivi che hanno spinto nel nostro Paese i pionieri dell’abitare condiviso a tentare di diffondere questa pratica nel nostro paese erano essenzialmente ispirati da una sensibilità di carattere sociale: mettere le persone nelle condizioni di potere/dovere collaborare quotidianamente nella gestione dell’immobile che abitano e della propria vita sociale, pur mantenendo ampi livelli di indipendenza e di privacy, avrebbe generato delle esternalità positive sotto diversi aspetti, a livello di risparmio economico e di qualità della vita. Questa era la posta in gioco su cui hanno puntato gli imprenditori e privati cittadini che, sfidando i pregiudizi di un paese intimamente conservatore e le rigidità di un mercato dominato da soggetti non esattamente sensibili a questi temi, hanno avuto il merito di farci conoscere delle interessanti innovazioni provenienti da altre parti del mondo.

Nel corso di questo decennio il concetto di cohousing e le sue declinazioni alternative (residenza collettiva, condominio solidale, villaggio cooperativo e altri) si sono diffusi a velocità crescente e negli ultimi tempi è sempre più facile vederli spuntare anche sulle piattaforme informative generaliste, con il risultato che oggi la maggior parte delle persone li hanno perlomeno sentiti nominare. Tuttavia non si può di certo affermare che l’abitare collaborativo sia una pratica diffusa o in rapido e deciso sviluppo; e non c’è neppure la sensazione di una sua imminente “esplosione”. Sarebbe più realistico affermare che il cohousing si sta diffondendo in maniera costante ma lenta, e che di questo passo ci vorranno decenni perché emerga dalla sua nicchia molto ristretta; rimanendo una nicchia però, i possibili benefici sociali derivanti da queste pratiche rimangono totalmente inespressi.

Di questo sembra esserne consapevole anche la Regione Friuli Venezia-Giulia che ha recentemente stanziato dei contributi, a cui possono accedere sia soggetti pubblici che privati, finalizzati a sostenere interventi di coabitare sociale ed altre forme di residenzialità innovativa.

È questa un’iniziativa estremamente positiva perché in grado di liberare quella quantità di innovazione latente nei progetti di abitare collaborativo, che va oltre gli stretti confini che spesso gli vengono cuciti addosso, e riguarda ambiti che possono definirsi strategici per gli interessi dell’intero sistema-paese. 

 

Le quattro forme dell’innovazione

Come si manifesta questa innovazione nelle iniziative di cohousing?

Il tema dell’innovazione sociale è quello più noto e discusso. In un progetto di cohousing caratteristica principale è che la comunità di abitanti prende vita prima dell’immobile stesso, e per questo motivo sarà più coesa, inclusiva e collaborativa; in grado di garantire una maggiore qualità dei rapporti sociali ed alcuni concreti vantaggi pratici ed economici, possibili per il semplice fatto che le persone che la compongono si conoscono e si fidano a vicenda. 

Meno dibattuto è il fatto che questa innovazione sociale ha le potenzialità per costituire il germe di un’ulteriore innovazione, quella del nostro modello di welfare. È noto quanto questo sia ultimamente messo sotto attacco, da imperativi di bilancio pubblico che non siamo più in grado di eludere e di scaricare sulle generazioni future; oggi è obbligatorio sfruttare fino in fondo quelle risorse ed energie che sono nascoste nella società e nei nostri territori.

Un corpo sociale coeso è una risorsa: un  gruppo di persone che si aiuta, anche nelle piccole cose, non perché obbligato ma per naturale impulso derivante da una maggiore conoscenza reciproca, riduce enormemente la necessità di risorse pubbliche da stanziare per fornire servizi, sì professionali ma allo stesso tempo alienanti. Gli immobili sono la risorsa fisica necessaria per lo svolgimento di ogni attività umana, e anche questa è una risorsa che abbonda nei nostri territori.

Attivare dinamiche di cooperazione spontanea, per esempio verso fasce sociali deboli quali anziani, disabili, minori e migranti, è possibile attraverso soddisfacenti incentivi facenti perno su quell’asset fisico inutilizzato costituito dagli immobili vuoti. Incentivare iniziative di cohousing significa andare esattamente in questa direzione, ovvero creare le condizioni all’interno delle quali le persone saranno portate spontaneamente a collaborare, nell’interesse loro e di tutta la comunità. L’intervento pubblico non sparisce dall’orizzonte di questo nuovo welfare, anzi resta fondamentale; ma sarà solamente la leva in grado di sbloccare iniziative economicamente autosufficienti promosse e sviluppate da soggetti privati.

E qui arriviamo ad un ulteriore, e superiore, declinazione di innovazione. Si sente spesso dire che la partnership pubblico-privato deve essere il futuro delle iniziative di impatto sociale. Far convergere interessi privati e della comunità in una formula win-win è l’obiettivo imprescindibile delle amministrazioni pubbliche dei prossimi anni. Di quale tipo di aiuto necessita il privato? La leva economica è necessaria ma non sufficiente: egli ha bisogno di supporto, di certezze, sapere che sta lavorando di concerto al soggetto pubblico e che non sarà da questo ostacolato ma aiutato in tutti i modi. Il succitato contributo regionale è una straordinaria opportunità per iniziare a sperimentare anche nello scivoloso campo del rapporto tra pubbliche amministrazioni e privati che vogliono realizzare iniziative di impatto sociale. 

Infine il potenziale innovativo forse più dirompente e meno indagato, è quello che il cohousing può apportare al modello di business dell’impresa immobiliare. Si parla spesso, anche in questo magazine, dei nuovi modelli di business che si stanno affermando in altri settori industriali; modelli di business in cui al centro non c’è l’azienda che produce beni o servizi ma il fruitore finale che con le sue particolari e specifiche esigenze plasma il sistema produttivo stesso che diventa, grazie alle nuove tecnologie, più “smart” e “lean”, “just in time” o “customizzato” che dir si voglia. Il cohousing in un certo senso si adatta perfettamente a questo scenario, anche se nasce da un contesto culturale apparentemente alieno: se ne è sempre sottolineato il lato etico-sociale e non quello economico-organizzativo. Se adeguatamente capiti e “organizzati” attraverso strumenti (tecnologici) idonei, alcuni aspetti del cohousing possono diventare i capisaldi di un nuovo modo di pensare l’operazione immobiliare in cui al centro c’è il fruitore finale, i suoi desideri e necessità. Con considerevole diminuzione dei rischi d’impresa e quindi finanziari.

 

La forza discreta dell’esperimento

Il potenziale innovativo intrappolato nelle pratiche di coabitazione è enorme, ma estrarre tale potenziale e trasformarlo in energia viva è impresa ardua. Di certo non sarà facile raggiungere risultati efficaci nel brevissimo termine, essendo il settore immobiliare tra i più lenti ad evolversi. Però è anche il momento di mettere da parte prospettive di amplissimo respiro che sono perfette sulla carta ma poi non si realizzano perché si pensano “prodotti finiti” e non in divenire, perfettibili. In quest’ottica la cosa migliore che si può fare è partire dall’esperimento. Progetti concreti per quanto circoscritti, in grado di tracciare una via da seguire, sviluppare, e perfezionare sempre di più.

La Regione Friuli Venezia-Giulia attraverso il bando citato in precedenza potrebbe aver innescato la miccia in grado di far partire sul territorio le prime sperimentazioni di cohousing, passo fondamentale per introdurre elementi di innovazione reali. Finestre di opportunità come questa sono rare in un settore immobiliare che stenta a riprendere quota a causa di ineludibili fattori macroeconomici e geopolitici, ed è imperativo che le amministrazioni pubbliche e soggetti privati siano in grado di coglierle per non disperdere un tale patrimonio di innovazione di cui abbiamo tutti un disperato bisogno.

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