INFRASTRUTTURE

Il sistema industriale friulano di fronte alle sfide dell’internazionalizzazione

Dal Reshoring alla resilienza, dalla formazione all'innovazione, tutti i punti di forza delle piccole imprese locali del settore dell'industria delle costruzioni.

Matteo Tonon

01 FEBBRAIO 2018

Nel mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, stiamo assistendo a un riequilibrio della governance globale. Un fenomeno che è stato già denominato "ri-globalizzazione" a significare una fase nuova, o meglio un nuovo assetto della globalizzazione, con paradigmi e narrative differenti. Per dirla in parole semplici: la governance globale sta subendo tendenzialmente un processo storico di riposizionamento da "governo occidentale" a "co-governo tra Oriente e Occidente" sostenuto dal consolidamento del ruolo di potenza mondiale della Cina e dal dinamismo espansivo dei paesi del sud est asiatico.

In questo processo evolutivo si inserisce la tendenza alla sostituzione nei rapporti economici internazionali, con l’era Trump che costituisce l’aspetto più emblematico ed appariscente del ritorno delle protezioni di stampo nazionalista (di cui Brexit è addendo incidente), della logica degli accordi e della concertazione, il multilateralismo, con l’instaurazione di rapporti tra singoli paesi basati sulla logica della potenza, la cosiddetta bilateralizzazione dei rapporti internazionali nel quadro di una visione in realtà unilateralista del predominio del più forte. Per la verità questa impostazione non si è ancora pienamente concretizzata, ma resta un’alea immanente in prospettiva.

L’importanza del rilancio dell’Unione europea è, sotto questo profilo, centrale e decisiva per poter competere negli scenari che si prefigurano: diventa essenziale assicurare il rafforzamento dell’integrazione economico-finanziaria e la costruzione di quella politico-istituzionale, se necessario per raggiungere l’obiettivo, anche attraverso l’Europa a più velocità, basata sulle collaborazioni rafforzate nel quadro comunque di un percorso unitario finalizzato al massimo delle integrazioni possibili.

In questo contesto, che resta problematico per le incognite che continua a presentare, per un sistema economico produttivo vocato all’esportazione e quindi destinato a confrontarsi con le discontinuità del mercato internazionale, basato sulla flessibilità delle piccole e medie imprese, come quello friulano, non vi sono alternative al rafforzamento della competitività. I cambiamenti in atto rappresentano di nuovo una grande sfida per tutti. E, come ogni sfida, nascondono molte opportunità, unite ai rischi dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro. Come rispondere, dunque, alle sfide per cogliere le opportunità e fronteggiare i rischi?

La risposta è sicuramente molto più articolata, ma dovendo stringere il campo a due fattori determinanti, direi che l’educazione, intesa come crescita e diffusione delle competenze, e la tecnologia, non solo e non tanto in quanto acquisizione di infrastrutture digitali, quanto implementazione della capacità competitiva attraverso la gestione del flusso delle informazioni reso possibile dai sistemi di interconnessione, rappresentano la chiave per una risposta efficace alle sfide della ri-globalizzazione.

Aggiungerei immediatamente un terzo elemento che a prima vista potrebbe apparire un fattore di debolezza, mentre invece, se opportunamente declinato, costituisce ancora, come è già accaduto nel recente passato, una caratteristica vincente. Nonostante le enormi difficoltà degli anni della crisi, l’economia italiana ha potuto contare sulla resilienza e sulla capacità di adattamento delle piccole e medie imprese, che – accanto alle grandi aziende capaci naturalmente di veleggiare in mare aperto - spesso hanno saputo rispondere ai mutamenti dello scenario globale in modo efficace. Queste sono caratteristiche che ben si attagliano alla natura di un tessuto produttivo, quello friulano, che sta risalendo la china.

In particolare è proprio la provincia di Udine a fare da traino alla produzione industriale e all’export regionale, tornati stabilmente in trend positivo. Secondo i risultati dell’indagine trimestrale condotta dall’Ufficio Studi di Confindustria Udine, la produzione industriale - nel trimestre aprile-giugno 2017 - ha infatti fatto registrare un aumento del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e del 3,5 per cento rispetto al primo trimestre del 2017. Anche la bilancia commerciale della provincia di Udine segna, nel primo semestre 2017, un saldo commerciale attivo pari 1.064 milioni di euro, che deriva dalla differenza tra le esportazioni pari a 2.745 milioni di euro e le importazioni, per 1.681 milioni di euro.

Si conferma, dunque, la vocazione esportatrice dell’industria udinese, cresciuta dell’8,8 per cento, mentre l’incremento delle importazioni, pari al 32,5 per cento, è un indicatore che segnala la ripresa delle attività, in quanto le importazioni concernono beni impiegati nelle lavorazioni dall’industria friulana (metallurgia +66,5 per cento, prodotti chimici +47,3 per cento, smaltimento rifiuti e recupero di materiali +65,6 per cento). Questi dati, dunque, sono positivi e fotografano un percorso di risalita che si conferma pure in una visione di prospettiva. Anche le previsioni, infatti, indicano un rafforzamento del processo di recupero. Le dichiarazioni dei nostri operatori intervistati segnalano il permanere di un’intonazione positiva, sostenuta da un ulteriore rafforzamento della domanda estera, in particolare nei Paesi di tradizionale proiezione per le nostre imprese. Mi riferisco a Germania e Austria, già cresciute, rispettivamente, nel primo semestre dell’anno in corso, del 25 per cento e del 23,7, ma anche agli Stati Uniti, che hanno fatto registrare un incremento del 41 per cento.

Il consolidamento del processo di recupero della produzione industriale - nel secondo trimestre 2017 - è sostenuto dalla quasi totalità dei settori merceologici caratteristici che compongono la struttura industriale friulana, che abbraccia storicamente tutti i settori della produzione di beni e servizi e vive, ormai da tempo, "di mondo": nella meccanica la produzione di macchine ed impianti si è rafforzata, la componentistica si è ripresa, il settore mobile arredo si è rilanciato, la siderurgia ha recuperato in modo consistente, gli altri comparti si stanno riposizionando, l’edilizia sta risalendo sia pur lentamente dalla china depressiva.

Un quadro in divenire in positivo, che conferma le attese di risalita e genera un cauto ottimismo, legato al trend positivo dei consumi e degli investimenti, favoriti anche dagli incentivi fiscali, senza nasconderci però i potenziali rischi legati agli sviluppi della politica monetaria della Bce e ai movimenti dei tassi di cambio. Mi riferisco in particolare alla sterlina, data la rilevanza, per il nostro territorio, delle imprese e dei settori che operano con quell’area.

Vorrei fare cenno anche a un'altra tendenza, che si sta presentando negli ultimi tempi e ci auguriamo possa consolidarsi. Riguarda il Reshoring, ovvero il ritorno delle produzioni al territorio. Reintegrare quote di valore aggiunto che negli anni si erano posizionate altrove, rafforza la competitività della base produttiva locale, favorendo la ricostituzione di nuove opportunità di filiera.

Non posso fare a meno di menzionare, infine, un altro punto cruciale che ci proietta con prospettive di assoluto interesse sugli scenari del mercato globale. Mi riferisco alla sfida italiana sulla Nuova via della Seta, che intercetta pienamente il paradigma della ri-globalizzazione e ci colloca, con il sistema portuale regionale del Friuli Venezia Giulia, all’interno di un grande progetto economico che punta a integrare l’Asia e l’Europa costruendo corridoi di trasporto via terra e via mare, attraverso i quali circoleranno merci, tecnologia, cultura.

Abbiamo buoni fondamentali, dunque, ma non basta. Ritorno, in conclusione, sui due temi cui avevo fatto cenno in precedenza: educazione e tecnologia. La sfida della ri-globalizzazione è per noi anche e soprattutto la sfida della Quarta rivoluzione industriale. Confindustria Udine ha cominciato a parlare di Industria 4.0 quando ancora questo termine era poco utilizzato nel dibattito economico e politico italiano. Oggi, con i nuovi strumenti di politica industriale disponibili, il sistema delle imprese sa che questo è un driver da cavalcare da protagonisti. Le imprese innovative, sostenibili e interconnesse sono già una realtà in Friuli come dimostra la presenza in crescita sui mercati internazionali. E queste caratteristiche vanno rafforzate nelle imprese che hanno saputo già dotarsene, mentre vanno diffuse in quelle che sono in ritardo nell’adeguamento digitale. Se c’è, dunque, va colmato immediatamente il divario digitale. Non c’è alternativa a questa necessità.

Spesso, però, tale divario è anche un divario di competenze, a tutti i livelli. Investire sul capitale umano e sulla sua formazione è perciò l’altra leva fondamentale per crescere e competere. Di qui la necessità di impostare un precipuo sistema delle competenze che unisca il sistema del sapere, Università, poli tecnologici, centri di innovazione per la promozione delle start up, e le imprese, in particolare le piccole e medie imprese che per dimensioni e limiti organizzativi più fatica fanno nell’impegnare il processo della trasformazione digitale. La Regione è dotata al riguardo di risorse istituzionali e infrastrutturali che vanno opportunamente coordinate e finalizzate nel promuovere la diffusione orizzontale delle nuove opportunità. E’ una sfida da non perdere su cui concentrare le prospettive della politica industriale.

Questi, in sintesi, sono i nostri compiti per casa. Davanti a noi, intanto, c’è un mondo che cambia incessantemente. Cambiamenti così rapidi negli assetti politici ed economici dei vari paesi vanno letti, interpretati e, possibilmente, anticipati: qui risiede la forza della sinergia tra tutti gli attori pubblici e privati dell’internazionalizzazione.


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