RIGENERAZIONE

Dare un futuro a Roma Capitale: insieme per un grande progetto di rigenerazione

La soluzione è un piano di rinascita a lungo raggio con il coinvolgimento di istituzioni, imprese e cittadini. Intervista a Niccolò Rebecchini, presidente ACER

Martino Almisisi

24 GENNAIO 2018

Niccolò Rebecchini è da qualche mese il nuovo presidente dell’ACER, l’associazione che rappresenta le principali imprese di costruzioni di Roma e provincia. La sua elezione avviene in un momento particolarmente difficile per la città, così come per l’industria edilizia. La sua storia personale e imprenditoriale è fortemente intrecciata con la storia della città. Il degrado che vive quest’ultima è un
dolore reale che produce sconforto, ma anche un profondo desiderio di contribuire in qualche modo a una rinascita.  
 
Parliamo subito di Roma. Come vede il futuro della città? 

“Fa veramente male vedere lo stato di abbandono in cui vive Roma come città e come Capitale d’Italia. Le vicende politiche e di cronaca che ormai da quasi un ventennio la caratterizzano hanno condotto a uno stato fisico, morale, economico e anche sociale della popolazione del tutto inaccettabile. La storia delle trasformazioni urbanistiche e dell’edificazione della città troppo spesso ci dice che non c’è stata una pianificazione ordinata e fondata su criteri e logiche tali da consentire a una città come Roma, che ha una straordinaria unicità, di recuperare una identità in grado di rappresentare insieme il suo valore storico e la complessità della modernità. É come se avessimo rinunciato al futuro, se ci fossimo arresi pensando, (in maniera errata) che la ricchezza del nostro patrimonio monumentale bastasse a farci sopravvivere. Contemporaneamente, abbiamo assistito a un’occupazione del potere e a una degenerazione nei rapporti tra pubblico e privato secondo logiche di interessi particolari, spesso illegittimi se non ispirati a logiche criminali, che ne hanno accelerato l’attuale sconfitta. Tanto che oggi questa resa - nonostante dichiarazioni di segno contrario - la troviamo in scelte rinunciatarie, dove predomina una visione amministrativa fondata sulla paura invece che sulla sfida del futuro. É come se sulla città fosse scesa una nube soporifera che alimenta un clima mefitico basato sulla contrapposizione anche violenta, quando invece ci sarebbe bisogno di riflessione, dialogo e collaborazione.
Quel che serve è un clima diverso che favorisca l’individuazione di ciò che questa città ha di bello e di valore e su questo fondare un nuovo patto sociale da cui far scaturire un’idea vincente di sviluppo.”
 
Quale ruolo dovrebbe avere l’ACER e quali le principali criticità a questa auspicata inversione di rotta?
 
“Abbiamo bisogno di metterci intorno a un tavolo: forze politiche, associazioni di rappresentanza del tessuto economico, mondo delle professioni e mondo del lavoro. Dobbiamo riattivare i gangli nervosi e positivi del confronto. Dobbiamo riuscire a farlo nell’interesse della città, ovvero di tutti coloro che vi vivono, vi abitano e vi lavorano, così come dei tanti turisti che ogni giorno vi arrivano e troppo spesso restano colpiti dalla bellezza e dal valore storico dei nostri monumenti ma allo steso tempo verificano, stupiti, la lontananza in termini di qualità dei servizi rispetto alle città da cui provengono. Dobbiamo darci un metodo e trovare un percorso. Ma per farlo diventa essenziale e prioritario accettare di fare tutti un passo indietro e soprattutto di cambiare il nostro modo di guardare al rapporto tra la città e i diversi interessi che vi gravitano attorno. Con questo non voglio dire che questi non siano legittimi, ma che dobbiamo provare a metterli in sinergia con qualcosa di più alto: l’interesse generale di Roma a trasformarsi in una vera città moderna al passo con le altre grandi capitali europee. Dobbiamo condividere un metodo che non può che avere alla base il superamento dell’improvvisazione e della superficialità con cui si guarda ai problemi di Roma. Un metodo che ponga al centro valori solidi come la competenza, partendo dalla complessità che oggi caratterizza il nostro attuale mondo e mettendo a fuoco senza timori le principali criticità, quei fattori umani, culturali, organizzativi che tengono bloccata la città e le impediscono di cambiare e di trasformarsi. Dobbiamo trovare il modo di “vedere” le risorse che vi sono, sostenendole e valorizzandole e allo stesso tempo affossare ed eliminare con grande coraggio e decisione le cancrene che ci portiamo dietro da troppo tempo. Dobbiamo trovare strumenti nuovi. Ma dobbiamo farlo tutti insieme. Uno dei mali della città è rappresentato dal mancato riconoscimento delle cose buone fatte dall’avversario politico. Un metodo che ha prodotto e continua a produrre risultati nefasti. Azzerare il passato è quanto di più deleterio si possa fare. Viceversa, appropriarsi delle cosse buone di chi ci ha preceduto costituisce un elemento prezioso per crescere. Io sono convinto che sia possibile invertire la rotta e avviare un percorso nuovo in questa direzione. Certo bisogna guardare in alto, senza sottovalutare le difficoltà e la complessità delle problematiche accumulatesi nel tempo. Ma dobbiamo provarci. Noi, come imprenditori edili e come associazione dobbiamo essere sempre più consapevoli che siamo parte di quella classe dirigente che non può sottrarsi alle sue responsabilità. Perché se vogliamo essere protagonisti di una ripresa e di una nuova fase positiva per la nostra città e per le nostre imprese non possiamo partecipare in maniera attiva a questo irrinunciabile cambiamento.”
 
Da quello che lei mi dice emerge una forte volontà a spostare l’attenzione dai temi tradizionali, mi lasci dire, di “categoria” e di settore” verso una proposta metodologica per un grande progetto di riscatto e di rinascita coinvolgendo tutte le istituzioni rappresentative pubbliche e private intercettando anche quelle realtà presenti nella società civile e provenienti dall’economia reale che possono dare un contributo e condividere un percorso comune. Lei sembra convinto che senza un approccio e un modo diverso di guardare alla città i problemi contingenti non potranno essere risolti
 
“Ne sono profondamente convinto. Del resto le nostre imprese sono quelle aziende piccole e medie a carattere familiare che oggi debbono crescere e trasformarsi per saper cogliere le opportunità che in altre zone del Paese stanno caratterizzando il mercato delle costruzioni. Ma per farlo abbiamo bisogno di una domanda diversa, abbiamo bisogno che Roma guardi al suo futuro con ambizione e sappia trovare idee e progetti in linea con quelli che sono i driver della nostra contemporaneità: sostenibilità, manutenzione, qualità ed estetica coerentemente con la nostra storia. Dobbiamo correggere gli errori fatti e dobbiamo ripensare la struttura complessiva della città. Da questo punto di vista vi è ampio consenso sul fatto che se si vuole scommettere su un futuro migliore e a misura delle capitali degli altri Paesi occidentali si debba costruire un grande progetto di rigenerazione. Dobbiamo accettare il fallimento della visione proposta dall’ultimo piano regolatore e ripensare gli stessi strumenti urbanistici, guardando alle esperienze estere e al diverso e più virtuoso rapporto tra visione, governance dei processi e regole. Troppo spesso il fallimento di grandi progetti ha all’origine un sistema normativo che invece di essere al servizio dei risultati li condiziona pesantemente, impedendone il raggiungimento. Ecco perché insisto sulla necessità di un’ampia condivisone metodologica, l’accettazione e un impegno forte e ampio su una visione comune a cui collegare questa metodologia dalla quale far scaturire un profondo ripensamento su strumenti e regole. Il tessuto imprenditoriale romano è stato colpito duramente dalla crisi e molte imprese hanno rinunciato o sono state poste ai margini del mercato delle opere pubbliche. Imprese storiche e che hanno realizzato alcune opere significative e qualitativamente apprezzate restano con fatica “in panchina” a causa di politiche e gestioni amministrative che impongono logiche normative che continuano a penalizzare le ”buone” impese, quelle che applicano il contratto di lavoro, pagano i contributi, hanno competenze. La città sta rinunciando a risorse preziose che oggi dobbiamo recuperare e rimettere in campo. Un grande piano di rigenerazione deve basarsi su una forte idea di Roma, fondata sulle sue vocazioni.Un grande piano di rigenerazione deve basarsi su progetti che sappiano porre al centro fattori economici innovativi, attirare investimenti nazionali e internazionali, così da consentire una trasformazione non solo fisica, ma anche produttiva mettendo in gioco nuove tecnologie e creando le condizioni per garantire adeguati ritorni agli investitori. É chiaro che è necessario superare visioni conservative o posizioni ideologicamente oggi superate dalla storia. Faccio solo un esempio: come è possibile pensare di migliorare la qualità della vita dei quartieri e della periferie senza consentire la demolizione e ricostruzione con adeguati incentivi e trovando soluzioni tecniche sostenibili, sia per quanto riguarda gli abitanti che gli operatori?”

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