SCENARI

La frontiera della rappresentanza di settore: avanguardia o retrovia?

Il giusto riposizionamento della lobby datoriale dipende dalla capacità della stessa di “fare sistema” attraverso processi di collaborazione con altre associazioni e di creare una efficace rete di relazioni sul territorio.

Giuseppe Ruggiu

03 GENNAIO 2018

L’associazionismo, e la rappresentanza di interessi in genere, sono espressione diretta della società civile ed economica, per questo sono un fenomeno in continuo mutamento. In particolare, questo momento storico è segnato da modifiche strutturali di mercato e motori di tali cambiamenti sono i continui sviluppi scientifici e tecnologici, i repentini cambiamenti dei cicli di vita di un prodotto con la conseguente necessità di innovazione e aggiornamento.  

A ciò si aggiunga un atteggiamento della politica all’insegna dell’indifferenza nei confronti della lobby, in controtendenza con il passato, una sorta di «demansionamento» del ruolo delle organizzazioni datoriali. Così al posto dei marginalizzati enti di rappresentanza industriale, prendono spazio sempre più  svariati operatori, incapaci di ragionare in termini di interessi generali. 

In questo scenario, le imprese richiedono sempre più risposte rapide e flessibili, che necessitano di tutela e rappresentanza e prodotti-servizi associativi con tempistiche sempre più repentine, alle quali le associazioni non sempre sono allineate, col rischio di divenire poco efficaci. 

Alle imprese occorrono infrastrutture, servizi, sostegno e incentivi alla ricerca e all’innovazione, indispensabili per creare quell’ambiente favorevole alla nascita, al consolidamento e allo sviluppo di unità produttive di eccellenza, a elevato valore aggiunto, senza le quali le molte potenzialità del nostro settore produttivo andrebbero disperse. 

Conseguenza diretta ed evidente di questo trend è che il mondo delle associazioni di categoria e degli enti che per tradizione ne sono stati protagonisti, è in crisi, e non si tratta solo del riflesso della lunga congiuntura negativa che l’Italia ancora, purtroppo, sta attraversando, ma è piuttosto una crisi di identità. Una crisi di identità che reca con se, però, una grande opportunità per il mondo della rappresentanza industriale e dei servizi. Opportunità che a sua volta, per essere colta, richiede una forte capacità di adattamento al mercato e flessibilità. In altre parole, paradossalmente, credo che l’associazionismo abbia di fronte l’occasione storica per vedere rafforzato il suo ruolo, a patto che si abbandonino le vecchie logiche di frammentazione degli interessi e che si creino e si sfruttino gli spazi comuni di azione, che consentano di ragionare sempre più in termini di filiera produttiva piuttosto che di singolo comparto.  

I temi di interesse delle imprese, infatti, devono diventare sempre più quelli delle alleanze, delle reti di relazioni, della cooperazione.

In questo modo accanto alle funzioni originarie della rappresentanza e a quelle di erogazione dei servizi e di promozione del business, si devono sviluppare pratiche e modelli d'azione che mettano in primo piano l’attivazione e lo sviluppo di una rete di relazioni, in cui vincono la forza e la capacità di dialogo e di confronto anche con altri portatori di interessi, spesso non «classificabili» in sigle associative definite. 

In Italia l’associazionismo sopravvive ancora come fosse un «vecchio nobile decaduto», vive di una reputazione che man mano sta sbiadendo. È ora di capire che abbiamo vissuto nell'illusione che lo sviluppo industriale fosse sinonimo di modernizzazione. Invece abbiamo solo industrializzato, quando ci siamo riusciti, e solo in parte modernizzato.  

Siamo ancora in tempo per farlo.  Le Associazioni e le aziende devono sentirsi attori e artefici dello sviluppo e della crescita, con finalità e obiettivi che vanno oltre il risultato economico, ma che puntano alla valenza sociale e al valore etico di fare impresa.

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