SCENARI

Roma tra città metropolitana e grandi processi globali

La capitale vive ormai da tempo una profonda trasformazione politica, sociale ed economica che sta ridefinendo i confini urbani e periurbani dal centro alle periferie

Carlo Cellamare

02 OTTOBRE 2017

Sarebbe molto difficile considerare Roma una "città globale" nel senso tradizionalmente attribuito a questa espressione. Anche nel recente passato, la maggior parte delle imprese transnazionali (o semplicemente nazionali con una rete di azione internazionale), soprattutto di carattere bancario, finanziario, assicurativo e che ancora avevano una sede a Roma, l’hanno lasciata preferendo decisamente, per quanto riguarda l’Italia, la sede di Milano. Tuttora, comunque, rimangono a Roma le sedi di alcune importanti aziende internazionali e nazionali, pubbliche e private, con una capacità di azione sovranazionale.

Non si può negare, comunque, che Roma sia, a modo suo, una città globale, inserita in una rete di flussi di beni e servizi, economici e finanziari, di migrazioni, energetici ecc. di carattere fortemente internazionale. Uno studio recente (Clough Marinaro – Thomassen (a cura di), Global Rome. Changes faces of the Eternal City, Indiana University Press, Bloomington 2014) ha evidenziato i caratteri specifici di un diverso modo di essere città globale di questa capitale, così a ponte tra i paesi occidentali fortemente sviluppati del Nord Europa e del Nord America e i paesi del Mediterraneo, porta e sistema di relazioni con il Sud globale.

Roma, come noto, è più capitali insieme, che caratterizzano il suo diverso modo di essere «città globale». Oltre a essere capitale politica d’Italia, con tutti i pro e i contro di questo ruolo, è anche la capitale di un altro Stato, il Vaticano, e più in generale è la capitale della cristianità, nonché luogo di riferimento per molte fedi, destinazione di imponenti flussi religiosi e di eventi spesso fortemente caratterizzati dal punto di vista mediatico. È poi una capitale culturale, nella misura in cui detiene un patrimonio archeologico e storico-artistico unico al mondo, capace di attrarre notevoli flussi turistici (che si sommano a quelli del turismo religioso), imponenti rispetto alla popolazione residente (38 milioni di visitatori l’anno). a fronte di questo suo carattere internazionale, si deve registrare una carenza se non una mancanza sia di politiche internazionali sia di politiche mirate all’internazionalizzazione che rivelano una forte debolezza "strutturale" in questo campo. Infine, è un crocevia internazionale di importanti flussi migratori.

Roma non è mai stata considerata una città industriale e alcune politiche dello Stato centrale storicamente hanno teso a evitare un eventuale sviluppo in questo senso. Nonostante ciò, quasi come una contraddizione, Roma è diventata la seconda città industriale d’Italia (dopo Milano) per numero di occupati. Si tratta, soprattutto, di piccola e media impresa; di un tessuto debole e diffuso, spesso dipendente dal mercato locale piuttosto che destinato all’esportazione.

 

Urbanizzazione globale e trasformazioni dell’urbano

Anche i cambiamenti che caratterizzano Roma si collocano dentro un processo globale di trasformazione dell’urbano. Si tratta di un mutamento del modo stesso di vivere la città. Ne è un caso emblematico la recente notizia che Amazon, la grande multinazionale dell’e-commerce, collocherà la sua nuova sede per il centro-sud Italia nell’area industriale di Passo Corese, a ridosso di un grande snodo autostradale. Si tratta di strutture che dialogano a un livello sovralocale e secondo logiche di reti di flussi, piuttosto che a un livello locale e in rapporto al sistema insediativo esistente. Questo processo sta avvenendo non senza contraddizioni e resistenze, e non determina un’omologazione complessiva, quanto piuttosto una stratificazione (che ha anche le sue origini e motivazioni storiche e di morfologia ambientale) di urbanità differenti, che a sua volta dà origine a una differenziata articolazione di luoghi metropolitani.

In termini generali, chi ne fa più le spese di questo processo complessivo è l’agro romano, inteso non semplicemente come territorio del contesto dove si concentrano l’agricoltura e uno specifico patrimonio storico-culturale, ma come unità complessa ambientale, sociale, storica e culturale (nonché dell’immaginario collettivo) con una specifica identità.

 

La periferizzazione del mondo

Lo sviluppo urbano di Roma è stato fortemente caratterizzato, dal dopoguerra a oggi, dalla crescita delle sue periferie, sia quelle pianificate che quelle abusive che quelle prodotte dalla speculazione. Sebbene  la dicotomia centro-periferia non sia più valida in senso stretto, permane una condizione di "perifericità" (e quindi di marginalità) di molti territori della città di Roma. La periferia è la parte prevalente della città; si potrebbe dire che "Roma è la sua periferia". Questo modello è di fatto stato esteso alle zone circostanti, sia per la costituzione di nuclei avulsi dal contesto in cui si calano e che costituiscono un’appendice delle periferie romane, sia per la trasformazione dei luoghi storicamente consolidati. Tante aree contermini, pur conservando in alcuni casi propri "centri" (soprattutto i centri storici) o pur vedendo svilupparsi polarità di servizi, vivono una progressiva condizione di subalternità rispetto a Roma (anche in questo caso non priva di conflitti e resistenze). Più che diminuire, la disuguaglianza sociale è invece cresciuta a Roma, come in altre città. La marginalità, la condizione di perifericità e la disuguaglianza urbana sono fattori strutturanti la città contemporanea e funzionali a tenerla in vita e in efficienza; così come le differenze planetarie nello sviluppo dei territori (pensiamo allo spostamento delle imprese dove il lavoro è sfruttato e sottopagato) sono strutturali per sostenere lo sviluppo globale in questa fase di neoliberismo avanzato.

 

Tra Nord e Sud del mondo

Roma si colloca a cavallo tra Nord globale e Sud globale, un mix particolare che determina alcuni fattori fortemente caratterizzanti, dalla debolezza istituzionale e dell’interesse "pubblico" alla precarietà e difficoltà del sistema economico locale e alla rilevante informalità, che spesso ne fa una "città fai-da-te". Si tratta, da questo punto di vista, di un terreno di studio interessante, in cui si manifestano, in maniera eclatante, importanti processi che si pongono spesso come prospettiva con cui confrontarsi per il mondo occidentale: il prevalere della dimensione del "consumo"; il venire meno della politica come mediazione sui territori; l’importanza delle forze di mercato che difficilmente vengono controllate dal soggetto pubblico originando uno specifico regime in cui le politiche e le azioni dell’amministrazione assumono un carattere "collusivo"; lo sviluppo di diverse forme di auto-organizzazione. In particolare, intorno al tema dell’auto-organizzazione e dell’informalità si è concentrata molta attenzione, anche a livello internazionale.

L’interesse internazionale è legato alla possibilità di ripensare le stesse forme di governo o di gestione di alcune situazioni urbane (e persino di azioni realizzative), dalla gestione delle aree verdi al cohousing e al coworking, dal recupero di aree e immobili dismessi o abbandonati alla gestione degli spazi pubblici e dei servizi collettivi, dal problema della casa agli orti urbani, attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini/abitanti, attraverso le loro forme organizzative e associative, siano esse formali o informali.

Roma e il suo territorio sono sicuramente un laboratorio di esperienze e iniziative molto interessanti da questo punto di vista, sebbene non vi sia sempre un’intenzionalità e non vi siano politiche pubbliche realmente indirizzate in questo senso. Anzi, molto spesso le iniziative di auto-organizzazione sono sollecitate dall’assenza dell’amministrazione o dalla mancanza di politiche pubbliche. Siamo quindi di fronte a esperienze molto diverse tra loro, alcune molto discutibili e che pongono diversi problemi (pensiamo alla rischiosa deriva dei consorzi di autorecupero nelle aree ex abusive), altre di grande interesse, che costituiscono una punta avanzata e potenzialmente un’opportunità, dove pratiche e processi di auto-organizzazione sono anche pratiche e processi di riappropriazione e di risignificazione dei luoghi, dove sono messe in gioco le capacità creative e progettuali degli abitanti, le dinamiche della cura e della responsabilizzazione, una gestione non economicista dei beni comuni.


CARLO CELLAMARE è docente di urbanistica presso l’Università “La Sapienza” di Roma e direttore del Critevat (Centro reatino di ricerche in ingegneria per la tutale a la valorizzazione dell’ambiente e del territorio).

Il presente articolo è un estratto (senza le note) dell’introduzione al volume Fuori raccordo, edito da Donzelli editore (vedi recensione nel BOX) 

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