RIQUALIFICAZIONE

La grande scommessa di Tor Sapienza

Riproduciamo qui d’accordo con l’autore degli estratti della sceneggiatura della trasmissione che REPORT ha dedicato all’industrializzazione edilizia e alla rigenerazione urbana, andata in onda Lunedi 15 maggio 2017, riguardanti la parte in cui si è parlato del quartiere romano di Tor Sapienza.

Michele Buono

04 OTTOBRE 2017

È come una persona con un bell’abito. Costa molto – certo - ma il taglio è buono, non c’è che dire. Le scarpe poi – si vede subito – sono di quelle fatte a mano. Ma se gli guardiamo le mutande e scopriamo che sono impresentabili? Che idea ci faremmo di lui? Non è diverso il rapporto tra il centro delle città e le sue periferie. La scommessa? Abbattere le differenze. 


Roma. Periferia est, Tor Sapienza. È sempre Roma. Era un quartiere operaio, prima. C’erano le fabbriche, il benessere, gli immigrati pugliesi, umbri, marchigiani. Le fabbriche chiusero, poi arrivarono altri immigrati, questa volta da molto lontano. 


E se oggi si riuscisse ad aumentare la ricchezza? Forse le cose potrebbero cambiare restituendo prospettive a chi vi abita producendo nuove opportunità di lavoro e una qualità della vita del tutto nuova. E migliorerebbero anche le relazioni sociali. Abbiamo simulato un piano: individuare i punti di forza e costruire un sistema per generarla. Nel quartiere c’è una scuola, si studia chimica, elettronica, ci sono laboratori e attrezzature. E la chimica collabora con l’elettronica, l’elettronica collabora con il marketing, il marketing collabora con il liceo e i ragazzi possono formarsi a 360° su vari temi. Proviamo allora a collegare la scuola all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. È un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, la fisica e la chimica dei materiali; è finanziato dallo Stato e la sua missione è di favorire lo sviluppo economico nazionale. La domanda è: aprirebbero un laboratorio in una periferia di Roma lavorando assieme a degli studenti? “Certamente – ci dice il direttore scientifico Roberto Cingolani - guarderei con molta attenzione all’ipotesi di trasferire una linea di studio e anche di pre-produzione di manufatti plastici e di composti plastici che derivano da scarto vegetale.” Quindi, ci sono due possibilità concrete: formazione e trasferimento di tecnologia agli studenti della periferia romana e ideazione di nuovi oggetti di plastica vegetale per uno sviluppo industriale. Un percorso che come sottolinea ancora Cingolani “si apre al design, si apre al concetto di prodotto utile per la casa, in alcuni casi si potrebbe addirittura lavorare a produrre oggetti che non sono mai stati pensati prima con la plastica.”   


Ci vorrebbe una fabbrica per lo sviluppo industriale delle idee.  

A Novara c’è la Novamont. Producono oggetti di uso quotidiano da scarti vegetali e organici. Qui si studia come la bioplastica si comporta alla fine del suo ciclo di vita che ritorna ad essere carbonio organico, il carbonio che c’è nel terreno, nel compost o nell’acqua. Nella presentazione dell’azienda c’è scritto: “Riconvertiamo siti industriali non più competitivi e attiviamo bioraffinerie”. A Roma Tor Sapienza ci sono aree industriali che non sono più attive. Quindi questa è un tipo di fabbrica che potrebbe inserirsi in un sistema urbano. Per Andrea Di stefano, responsabile pianificazione strategica della Novamont “in una realtà come Tor Sapienza potremmo analizzare le diverse opzioni, dal centro di ricerca a un vero e proprio impianto produttivo e immediatamente uno sbocco innanzitutto di natura lavorativa e poi di natura produttiva per il territorio.”

Abbiamo la fabbrica, abbiamo il centro di ricerca e abbiamo gli studenti, occorre allora un incubatore per far nascere le imprese. Impact hub è una rete mondiale di spazi dove convivono imprenditori, professionisti e creativi, con un obiettivo comune: ritorno economico e impatto sociale. Sede di Roma. “Il nostro compito, sottolinea Dario Carrera è “costruire la comunità e poi accompagnare le competenze verso l’orizzonte di imprenditoria di impatto sociale. Rendere concrete le idee che poi si trasformano in progetti, iniziative imprenditoriali di terzo settore.” Facciamo un altro passo avanti. Per fare decollare una startup è necessaria la formazione. La Fondazione Giacomo Brodolini potrebbe dare un contributo importante. Per Fabio Sgaragli potrebbe fornire “della formazione tecnica e manageriale per la gestione di una micro o piccola impresa e si chiamano diversi esperti e formatori a seconda del tema, dal marketing alla finanza, fino ad arrivare a formazioni più evolute che guardano magari a come affrontare i mercati internazionali.” Facciamo subito un test. Milano, Cariplo Factory. In questo spazio si favoriscono scambi tra grandi Corporation e startup innovative. Qui si fa quello che Carlo Mango consigliere delegato di Cariplo Factory definisce scale up, cioè la crescita di queste realtà che rischiano altrimenti di restare piccole, limitate.   


L’idea è quella di installare attraverso collaborazioni con società più grandi la possibilità di crescere. Anche reti internazionali, perché un aspetto che potremmo mettere in campo è proprio quello di fare dei momenti di across fertilization, di contaminazione simile a quella di Tor Sapienza. Ricapitoliamo: una scuola entra in relazione con un istituto di ricerca. Insieme si collegano a una fabbrica di plastica bio che arriva sul territorio. Nascono imprese di giovani e aprono luoghi per la formazione. Risultato: nuovi posti di lavoro, più l’indotto della logistica per la raccolta degli scarti vegetali e del caffè che servono per la plastica bio. Adesso bisogna trovare gli spazi. Per Carlo Cellamare docente di urbanistica alla facoltà di ingegneria dell’Università di Roma La sapienza “il laboratorio sulle nuove plastiche potrebbe trovare un’opportuna collocazione anche dentro un centro carni insieme alla stessa sede della Novamont dove c’è dell’attività produttiva industriale. E questo permetterebbe anche di avere una vicinanza tra il luogo della ricerca e il luogo della produzione.” Per rigenerare è comunque necessario disporre di dati concreti sul patrimonio immobiliare e sul tessuto sociale e produttivo dell’area. Il valore dei dati è fondamentale così come comprendere le potenzialità delle trasformazioni. Nell’area attualmente si trovano tra l’altro la Caserma Cerimant: 33 ettari di superficie completamente abbandonata; l’ex stabilimento abete grafica, proprietà privata; il mercato comunale; tre stabilimenti a Tor Cervara; tutti i palazzi su via Costi, ex guardia di finanza completamente abbandonati, distrutti; il Centro carni, proprietà pubblica, solo parzialmente utilizzato per una superficie di circa 4 ettari. Potremmo mappare gli immobili, magari inserendo dati sullo stato e la classe energetica per fare un piano industriale di riqualificazione, guardando a modelli di forte industrializzazione come  Energiesprong, una task force indipendente olandese, promossa e finanziata dal governo, per l'innovazione del mercato dell'edilizia. Forte di un modello industriale collaudato ha fatto una proposta a ventisei enti di edilizia sociale. Si costruisce tutto in fabbrica: facciate intere rifinite e complete di infissi termici e tetti già attrezzati. Il processo inizia già dalla fase della progettazione. Il BIM è un modello che consente a tutti i reparti di condividere ogni informazione. Qualsiasi operaio, con un’applicazione sul tablet, può comunicare lo stato di avanzamento del lavoro direttamente alla banca-dati del modello virtuale. Il modello contiene informazioni come: il tipo di acciaio, il perimetro, il peso di quando sarà montato e sono visibili gli impianti tecnici con tutti i dati relativi. Si abbattono in questo modo i costi già dalla fase di progettazione e nei cantieri aumenta la produttività del lavoro. La domanda è le nostre imprese possono affrontare una trasformazione dell’organizzazione industriale in grado di dare risposte innovative sul piano della riqualificazione e della ricostruzione nella logica di una sostenibilità ambientale ed economica? La sfida è aperta e la grande scommessa è lanciata.

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